martedì 30 aprile 2013

LETTA VA A RIMEDIARE DUE PESCI IN FACCIA IN GERMANIA



L’eurocrazia ha concesso alla Francia ( e Spagna e Portogallo) due anni di proroga per il rientro dal deficit entro il 3% del Pil, e ha negato lo stesso sollievo all’Italia.
Enrico Letta va da Angela Merkel a Berlino ad implorare il favore (il ministro Schauble aveva detto no ancor pochi giorni fa). Ma Berlino ha fatto a Parigi un favore più grande, alla chetichella: in pratica, ha permesso alla sua Banca Centrale di stampare euro.

Lo ha scritto l’8 aprile scorso addirittura Paul Krugman sul suo blog presso New York Times, con un titolo più che ironico: «La Francia ha di nuovo la sua divisa» (France Has Its Own Currency Again). Scarne le notizie che Krugman dà.
Si limita a notare che gli interessi che la Francia paga per indebitarsi sono crollati.
Parigi non è più a corto di soldi, i mercati non sono più preoccupati di un suo fallimento...
Un giornale economico online francese, Atlantico, poco dopo ha ipotizzato: i tassi bassi a cui la Francia si indebita sarebbero effetto di una politica «generosa e discreta» da parte della Banque de France (la loro Banca Centrale) di acquisto di attivi discutibili dalle banche francesi.
E spiega che se l’Europa ha una moneta unica, non ha un’unica Banca Centrale.
Sì, c’è la BCE; ma le banche centrali nazionali esistono ancora «e dispongono di una certa autonomia per aiutare le proprie banche». Possono aiutare le loro banche commerciali, appunto decidendo quali «attivi» accettare come garanzia, ossia quali titoli di credito che le banche vantano, e contro le quali sganciare i fondi liquidi. Crediti andati a male, titoli di Stati in difficoltà eccetera, insomma pretesi «attivi» che il mercato non tocca nemmeno con un dito, che la Banque de France accetta come buoni dalle sue amate banche nazionali. 
La transazione avverrebbe nel cosiddetto sistema Short Term European Paper (acronimo: STEP): che consente a ciascuna Banca Centrale di rifinanziare le sue banche, ma che è usato soprattutto dalla Francia. Parigi, con quasi 500 miliardi, rappresenta da sola più della metà del mercato europeo STEP, ed è il secondo del mondo dopo quello americano.
Inoltre, è in forte aumento: da 300 miliardi di metà 2012, era già a 483 a fine 2012.

Ciò significa non solo che la Banque de France ha il tacito permesso di stampare euro secondo le necessità (insaziabili) delle sue banche; ma che le sue banche maggiori (BNP, Société Générale, Crédit Agricole in prima linea) sarebbero sull’orlo del fallimento per la loro eccessiva esposizione ai rischi, e tenute sotto ossigeno dalla stampante della Banque de France mascherata sotto pagamento di «attivi» che sono equivalenti a vecchie biciclette, abiti di seconda mano e stoviglie usate.

A tutta prima la mezza rivelazione ha fatto strillare di rabbia grossi giornali germanici come e Die Welt e Deutsche Wirtschafts Nachrichten, che hanno accusato Mari Draghi, l’odiato italiano, di lassismo complice. «La BCE ha dato alla Francia la possibilità di stabilizzare le proprie banche, senza che la Germania possa far niente per opporsi (...) Sotto traccia, si gonfia in Francia una gigantesca bolla finanziaria».

Ma dopo queste prime urla, più nulla. Silenzio.
Evidentemente, i media sono stati avvertiti discretamente di sorvolare. E ciò, quasi certamente, per il motivo indicato da Krugman: la BCE non può lasciare la Francia al suo destino come una qualunque Grecia (o Spagna), perché senza la Francia «non c’è più euro».

Berlino, che è severissima con noi, con Hollande tace e acconsente, perché ha bisogno della «relazione speciale» con Parigi, secondo pilastro dell’euro e della sua ideologia.

Se l’ipotesi è vera, inutilmente il nostro Letta (e la sinistra italiana) sperano di trovare in Parigi l’alleato e guida dei Paesi mediterranei che dicono basta all’austerità e mettono in minoranza la Merkel: Hollande, la Merkel se l’è comprato col permesso di stampa dissimulata.

Il permesso (tedesco) a Francia, Spagna e Portogallo di ritardare di due anni il rientro del deficit, che viene negato a noi, è fatto proprio per spaccare il fronte. L’Italia è isolata. Divide et impera. Anche se Enrico Letta, mettendo all’economia Saccomanni, ossia il servile e strapagato funzionario di Bankitalia, non ha certo dato l’idea di voler andare all’attacco. Bankitalia è nota per la sua subalternità a Francoforte e Berlino.

Questa faccenda, più o meno soppressa, rivela un’altra disfunzione della Babele monetaria che è l’euro (moneta unica con banche centrali «con parziale autonomia», se la prendono), e che i padroni dei nostri destini vanno avanti a forza di pezze, trucchi nascosti, strappi inconfessati alle regole che loro stessi ci hanno imposto, omertà e favoritismi collaterali e severità disumane – come nella Fattoria degli Animali di Orwell, tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

Ché poi, chissà che non ci convenga tacere. Dopotutto, ad ogni asta dei nostri Btp, i tassi d’interesse si abbassano, fra gli applausi dei media: «I tassi tornati ai minimi del 2010! I mercati ci ridanno fiducia!». Oddio, i tassi sono ancora alti: 3,94, anche se in calo rispetto agli orribili 4,66 di un mese prima.
Lo spread non cala veramente. Ma perché, di grazia, «i mercati» ci danno fiducia?
Non abbiamo fatto le riforme, né tagliato l’enorme spesa pubblica parassitaria, né snellito la burocrazia, né reso rapidi e produttivi i magistrati, né reso competitivo il lavoro, né alleviato o almeno semplificato la tassazione sulle imprese; le nostre ditte produttrici sono strangolate dallo Stato e dalle banche , il credito è azzerato, non circola denaro: viviamo il blocco di liquidità tragico che perpetuò la crisi del 1929 fino al ’39. 
Perché i mercati ci darebbero fiducia, quando noi italiani di fiducia non ne abbiamo nemmeno un po’, e chi ha soldi ne ha mandati 200 miliardi in Svizzera, per paura del prelievo forzoso alla cipriota? Chi è, insomma, che compra i nostri titoli? E a retribuzione calante per giunta?

Certo, si dice, il mondo è inondato di liquidità dalla Federal Reserve e dalla Bank of Japan che hanno intrapreso il più oltraggioso e svergognato quantitative easing; dei colossali fiumi di dollari e yen devono per forza andare in titoli pubblici del mondo; qualche rivolo si «investe» in Italia, dove ottiene ancora quasi il 4% sicuro. Sarà.
Ma magari c’è un aiutino anche ai nostri titoli pubblici da parte della BCE, o di Bankitalia col permesso occulto della BCE? Come la Francia, ma pochino pochino? Con la Germania che fa finta di niente, almeno fino alle elezioni di settembre, perché deve tener nascosto ai suoi cittadini l’enormità del problema e la disonestà dei mezzucci usati per rappezzarlo?

Chissà. Facciamo solo notare questo paradosso: c’è una enorme liquidità globale, e le banche strapiene di titoli pubblici; e alle nostre imprese non arriva un euro.
Non pagano i fornitori perché non vengono pagate a loro volta; tutto si paralizza perché manca denaro liquido e il credito è prosciugato, ma altrove scorrono Mississippi di liquidità.

Uno studio della KPMG (Network di servizi professionali alle imprese) calcola che le banche della zona euro detengono ormai 1670 miliardi di euro di titoli del debito sovrano (chiamiamolo sovrano) degli Stati europei; un enorme montante sottratto all’economia produttiva.
Le banche fanno credito illimitato (non coi soldi loro) ai governi, sotto l’ombrello protettore e complice della BCE, lucrando en passant notevoli interessi senza rischio, e contemporaneamente negano credito a famiglie e imprese.
Secondo KPMG negli ultimi 4 anni le banche hanno ridotto di 365 miliardi di euro le loro aperture di credito alle imprese: -7,5%. Sono le colpevoli reali e primarie della recessione diventata depressione, dei disoccupati che crescono e dei suicidi di imprenditori.

Per contro, secondo KPMG,(  i crediti dubbi delle banche europee ammonterebbero a 1500 miliardi (di cui 600 per le sole banche britanniche, spagnole e irlandesi). Anziché ripulire i loro bilanci vendendo i loro portafogli, esse da anni preferiscono nascondere il problema prorogando i loro prestiti più o meno inesigibili. Gli Stati avrebbero dovuto, fin dall’inizio della crisi, intervenire imponendo ad azionisti e creditori di accollarsi la loro parte di perdite; non l’hanno fatto – come opporsi alla lobby bancaria? – fino al giorno in cui l’hanno fatto per banche e correntisti di Cipro. Allora, non si ebbe il coraggio di assumere le conseguenze sistemiche che ciò avrebbe comportato, con la conseguente rivoluzione del sistema bancario europeo, la scomparsa dei vecchi azionisti e dei banchieri nella latrina della storia, e la ristrutturazione (default parziale) dei debiti sovrani.

I poteri forti e i loro caudatari governativi non hanno voluto. Da allora, si sono susseguiti «salvataggi» di banche che avevano in comune il rimandarne la necessità. Si sono chiusi gli occhi davanti alla crisi finanziaria per non vedere di essa che una giustificazione di più all’ideologia ultra-liberista, «anzi profittando dell’occasione per accelerare brutalmente l’applicazione del programma» (Fançois Leclerc).

Ed oggi siamo a questo: che invece di mettere in discussione la strategia seguita e fallimentare (austerità per chi «ha vissuto al disopra dei propri mezzi») si suggerisce solo di ammorbidirne l’applicazione.
La Commissione ha concesso alla Spagna di ritardare il rientro del deficit, stavolta di due anni; poi l’ha concesso al Portogallo, poi alla Francia. L’allungamento del calendario è diventato regola?
Ma no, si decide caso per caso – per salvare la faccia – e quindi si dice no a Roma, che conta come il due di picche ed ha ministri tanto tanto europeisti, la Bonino che vuole accelerare gli Stati Uniti d’Europa: a noi, si può fare di tutto, e continuiamo a scodinzolare.
(Emma Bonino: Stati Uniti d'Europa o non c'è via d'uscita)

Del resto, gli alleviamenti concessi agli altri non solo non risolvono nulla. Sono accompagnati ogni volta da ingiunzioni di nuovi rigori di bilancio, che aggravano la recessione e creano di conseguenza (tramite diminuzione del gettito fiscale) le condizioni di un ulteriore, futuro allungamento della data del fatale rientro del deficit sotto il 3%: cifra peraltro del tutto arbitraria.

«Rigore di bilancio e controllo delle spese non spariranno dal vocabolario del partito socialista», ha annunciato Antonio José Seguro, il segretario del PS portoghese, che spera di tornare al potere e chiede, contemporaneamente, una rinegoziazione del costosissimo piano di salvataggio del Portogallo; le stesse cose più o meno dicono i governanti spettrali a Madrid, a Parigi e il nostro Enrico Letta.
 «Crescita» accompagnata a «rigore», come sempre. Senza spiegare come fare. Senza mai mettere in discussione i paradigmi adottati una volta per tutte, il pensiero unico eurocratico-globalista. Fino al crack sociale e politico?


(Maurizio Blondet)

http://informare.over-blog.it/article-letta-va-a-rimediare-due-pesci-in-faccia-in-germania-117478841.html

da Gianni Fraschetti - pubblicato sul gruppo fb PIAZZA LIBERA- https://www.facebook.com/groups/329209880474483/ 

L’ISLANDA SI PREPARA A DIRE “NO” ALLA UE



Gli islandesi hanno vinto. 
La Corte dell’Efta (Associazione europea di libero scambio) ha sancito che l’Islanda non deve risarcire i risparmiatori britannici e olandesi che avevano investito nei conti Icesave andati in fumo dopo il tracollo nel 2008 di alcuni istituti di credito dell’isola, tra cui la Landsbanki e la Glitnir Bank. 
A pagare restano i rispettivi Paesi che hanno dovuto rimborsare i correntisti per alcuni miliardi di euro.
La Commissione europea, che si era costituita parte civile nel processo contro l’Islanda, cerca di gettare acqua sul fuoco,ma i truffatori di Bruxelles stanno già studiando le carte del caso e le implicazione che la sentenza della Corte Efta potrebbe comportare in futuro. 


Correva l’anno 2007 e nel mondo le cose andavano avanti. L’ONU stilava la sua annuale graduatoria dell’Indice di sviluppo umano e la medaglia d’oro di questa graduatoria andava a un’isola del Mare del Nord abitata da circa 300mila abitanti, ovvero l’Islanda.

Sì, stando alle sirene onusiane, alle agenzie di rating e ai media non c’era posto migliore in cui vivere dell’Islanda. Il settore finanziario deregolamentato e liberalizzato agli albori del millennio aveva creato un benessere mai visto prima in quella terra fredda e isolata dal resto del mondo. 
Ma quando nel settembre del 2008 Lehman Brothers, dotata di valutazione AAA secondo le tre Parche del rating, dichiara il proprio fallimento, il sogno islandese finisce bruscamente. 
Di colpo infatti l’Islanda scopre di essere seduta su un vulcano ben più pericoloso ed esplosivo di tutti i suoi celebri geyser messi insieme. Le tre banche, che con politiche finanziarie allegre e credito facile avevano aiutato il boom dell’isola di ghiaccio, Landisbanki, Kaupthing e Glitnir, si ritrovano al collasso e vengono nazionalizzate, mentre la libera circolazione dei capitali viene temporaneamente limitata.

L’Islanda, la perla del Nord si ritrova a chiedere un prestito al Fondo Monetario come un qualsiasi paese africano. Il sogno islandese diventa un incubo. 
Oggi però, a cinque anni di distanza dall’apocalisse, l’Islanda pare essere uscita dal tunnel. 
L’isola di ghiaccio, devastata dai disastri della cieca cupidigia di banchieri e speculatori, sembra si stia avviando verso un nuovo inizio.

L’economia islandese è ben lontana dai fasti del 2007, ma cresce del 2% l’anno e la disoccupazione, schizzata dal 3 all’8% dopo la crisi, è ora in calo intorno al 5%. Nell’indice di sviluppo umano l’Islanda, crollata dal primo al diciasettesimo posto, è ora risalita in quattordicesima posizione. Come abbiamo detto l’isola di ghiaccio è ben lontana dal tenore di vita precedente alla crisi, ma con forza ed orgoglio è riuscita a rialzarsi e ora può guardare al futuro con cauto ottimismo, consapevole che la lezione è stata appresa e che certi errori non saranno ripetuti. Ma cosa ha reso possibile per Reykjavik uscire dalla crisi economica? 
Perché l’Islanda ce l’ha fatta e l’Europa è invece ancora impantanata nel disastro?

Molte versioni, spesso discordanti tra loro, sono rimbalzate nella rete in questi anni riguardo l’Islanda e quanto accaduto, io credo che sia meglio sentir parlare chi è stato tra i protagonisti della risoluzione della crisi dell’isola di ghiaccio, ovvero il presidente della repubblica Olafur Grimsson, diventato celebre nella rete per aver posto il veto ai due piani di rimborso del debito del conto “Icesave”, un fondo creato da Landisbanki, verso investitori inglesi e olandesi. 
Questa è un’interessate intervista, rilasciata dal presidente Grimsson a febbraio al sito francese “Rue 89” (di cui qui ho trovato una traduzione in italiano) in cui quello che per molti nella blogosfera è diventato un eroe, ripercorre i passaggi e dice la sua su come l’Islanda è riuscita a oltrepassare la terribile crisi finanziaria che la attanagliava.


Intervista di di Pascal Riché al presidente islandese Grimsson

http://www.rue89.com/rue89-eco/2013/01/28/en-refusant-de-rembourser-les-deposants-etrangers-lislande-etait-dans-son-droit

Björk non era la sola star islandese in tournée in Francia, questa settimana. Il presidente del paese Ólafur Ragnar Grímsson, 69 anni, era in visita ufficiale, con l’aureola dei successi islandesi contro la crisi, nonché del ruolo che ha giocato in questa correzione di rotta spettacolare con cui ha deciso, in due riprese, di consultare il popolo via referendum.  Ha incontrato per 35 minuti François Hollande. Si dice che abbiano parlato di tre questioni: «La ripresa economica in Islanda e le lezioni da trarne; la cooperazione economica nell’Artico e l’esperienza islandese in materia di geotermia – che assicura il 90% del riscaldamento degli abitanti – e come potrebbe essere sviluppata in Francia». Il presidente islandese, attualmente al suo quinto mandato, cammina sopra una piccola nuvola. Quattro anni dopo l’esplosione delle banche islandesi, il suo Paese è ripartito più forte della maggior parte degli altri in Europa, e ha appena vinto una battaglia davanti alla giustizia europea. Lo Stato islandese - ha giudicato la corte dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA) a fine gennaio, era nel suo diritto quando si è rifiutato di rimborsare i risparmiatori stranieri che avevano piazzato i propri soldi presso le sue banche private.

Rue89: Ha richiamato assieme a François Hollande le lezioni da trarre dalla correzione di rotta islandese. Quali sono?

Ólafur Ragnar Grímsson: Se fate un paragone con quanto è successo in altri paesi dell’Europa, la riuscita esperienza islandese si è avverata in modo diverso su due aspetti fondamentali.

Il primo, consiste nel fatto che noi non abbiamo seguito le politiche ortodosse che da trent’anni in qua si sono imposte in Europa e nel mondo occidentale. Noi abbiamo lasciato che le banche fallissero, non le abbiamo salvate, le abbiamo trattate come le altre imprese. 
Abbiamo instaurato dei controlli sui cambi. Abbiamo cercato di proteggere lo stato previdenziale, rifiutandoci di applicare l’austerità in modo brutale.

Seconda grande differenza: abbiamo subito preso coscienza del fatto che questa crisi non era solamente economica e finanziaria. Era anche una profonda crisi politica, democratica e perfino giudiziaria.
Ci siamo quindi impegnati in riforme politiche, riforme democratiche, e anche riforme giudiziarie [un procuratore speciale, dotato di una squadra, è stato incaricato di investigare sulle responsabilità della crisi, ndr]. Questo ha permesso alla nazione di affrontare la sfida, in modo più ampio e più globale rispetto alla semplice attuazione di politiche finanziarie o di bilancio.

 L’Islanda ha 320mila abitanti. Queste politiche sono esportabili in paesi più grandi, come la Francia?

Innanzitutto, esito sempre nel dare raccomandazioni concrete ad altri paesi, perché ho sentito una caterva di pessime raccomandazioni propinate al mio!
Quel che posso fare, è semplicemente descrivere ciò che l’Islanda ha fatto, così ognuno può trarne le sue proprie lezioni. Ma è chiaro che molte delle scelte che noi abbiamo fatto potrebbero essere fatte in altri paesi. Per esempio, guardarsi bene da un’austerità troppo rigida.

 Quindi avete perseguito una politica di austerità rigidissima…

Senz’altro. Ma uno degli assi delle politiche ortodosse sta nel tagliare aggressivamente le spese sociali.
Non è quel che abbiamo fatto. Abbiamo invece protetto i redditi più modesti.
L’ approccio ampio alla crisi – politico e giudiziario – può essere seguito anche in altri paesi oltre all’Islanda. La misura che è impossibile applicare in Francia, così come in altri paesi della zona euro, è evidentemente la svalutazione monetaria.

 Per quanto riguarda il non aver salvato le banche, l’Islanda aveva davvero scelta? Sarebbe possibile lasciar affondare le grandi banche europee?

Le nostre banche erano importanti. Pesavano dieci volte la taglia della nostra economia. Io non dico che la dimensione non conti, ma se la si mette in termini di dimensioni, allora chiedetevi: il Portogallo è un paese grande o piccolo?  La Grecia è un paese grande o piccolo?
Se avessimo potuto fare altra cosa piuttosto che lasciare che le nostre banche fallissero, questo è un dibattito ancora aperto. In ogni caso tutto ciò corrispondeva a una scelta.
Quelle banche erano private: perché mai delle imprese nel settore bancario dovrebbero essere trattate in modo diverso da altre aziende private di altri settori come le tecnologie informatiche, internet, le compagnie aeree? Queste imprese sono indispensabili alle nostre società, eppure lasciamo che falliscano. Anche le compagnie aeree. Perché mai le banche sono trattate come dei luoghi santi?

 La risposta tradizionale è che il loro fallimento possa trascinarne altri e mettere in ginocchio il sistema finanziario: c’è un rischio “sistemico”.

Sì, questa è l’argomentazione che viene avanzata; eppure badate a cosa è successo in Islanda con il caso Icesave.
Il governo britannico e quello dei Paesi Bassi, sostenuti dall’Unione Europea, pretendevano che i contribuenti islandesi rimborsassero i debiti di questa banca privata, anziché lasciare che il liquidatore fosse il responsabile di tali debiti. A quel punto ho fatto fronte a una scelta: era il caso di sottoporre la questione a referendum? Un esercito di esperti e di autorità finanziarie mi dicevano: se voi autorizzate la gente ad esprimersi, isolerete finanziariamente l’Islanda per decenni.
Uno scenario catastrofico senza fine…

Ero davanti a una scelta fondamentale: da una parte gli interessi della finanza, dall’altra la volontà democratica del popolo. E io mi son detto: la parte più importante della nostra società – e l’ho detto anche ai nostri amici europei – non sono mica i mercati finanziari. È la democrazia, sono i diritti umani, lo Stato di diritto.

Quando siamo di fronte a una profonda crisi, sia quella islandese sia quella europea, perché non ci dovremmo lasciar guidare sulla via da seguire dall’ elemento più importante della nostra società?
Ed è quel che ho fatto.

Dunque abbiamo indetto due referendum.
Nel primo trimestre dopo il referendum, l’economia è ripartita. E in seguito la ripresa è continuata. Ora abbiamo un tasso di crescita annuale del 3%, uno dei più elevati in Europa. Abbiamo un tasso di disoccupazione del 5%, uno dei tassi più bassi.
Tutti gli scenari dell’epoca, di un fallimento del sistema, si sono rivelati fasulli.
Il mese scorso c’è stato l’epilogo: l’EFTA ci ha dato ragione. Non solo la nostra decisione era giusta, era democratica, ma era anche giuridicamente fondata.
i
I miei amici europei dovrebbero riflettere su tutto questo con uno spirito aperto: come mai erano loro in errore politicamente, economicamente e giuridicamente? L’interesse di porsi questa questione è più importante per loro che non per noi, perché continuano, loro, a lottare contro la crisi applicando a se stessi certi principi e certi argomenti che usavano contro di noi.
Il servizio che può rendere l’Islanda è dunque quello di essere una sorta di laboratorio, che aiuta i Paesi a rivedere le politiche ortodosse fin qui da essi seguite. Io non vado certo a dire alla Francia, la Grecia, la Spagna, il Portogallo o l’Italia: fate così, fate cosà.
Ma la lezione dataci dall’esperienza da questi quattro anni in Islanda è che gli scenari allarmisti, delineati come delle certezze assolute, erano fuori bersaglio.

 L’Islanda è diventata un modello, una fonte di speranza per una parte dell’opinione pubblica, specie la sinistra anticapitalista. La cosa le fa piacere?

Sarebbe un errore interpretare la nostra esperienza attraverso una vecchia chiave di lettura politica. In Islanda i partiti di destra e di sinistra sono stati unanimi sulla necessità di proteggere il sistema sociale. Nessuno, né a destra né al centro, ha difeso quelle che voi definireste come “politiche di destra”.

 È la via nordica...

Sì, è la via nordica. E se osservate cosa è accaduto nei Paesi nordici in questi ultimi 25 anni, hanno tutti conosciuto delle crisi bancarie: Norvegia, Finlandia, Svezia, Danimarca e infine Islanda, dove sempre abbiamo un momento di ritardo. La cosa interessante è che tutti i nostri paesi si sono ripigliati relativamente presto.

 Rimpiange di aver incoraggiato lei stesso la crescita della banca negli anni 2000? All’epoca, lei paragonava l’Islanda a una nuova Venezia o Firenze?

Fra l’ultimo decennio del XX secolo e i primi anni del XXI, si sono sviluppate imprese farmaceutiche o di ingegneria, tecnologiche, bancarie e hanno procurato ai giovani islandesi istruiti, per la prima volta nella nostra storia, la possibilità di lavorare su scala globale senza dover lasciare il proprio Paese.
Anche le banche facevano parte di questa evoluzione. Se la cavavano bene. Nel 2006 e nel 2007, abbiamo sentito le prime critiche. Io mi sono chiesto a quel punto: cosa dicono mai le agenzie di rating? Redigevano per le banche islandesi un ottimo certificato di salute. Le banche europee e americane facevano tutte affari con le nostre banche e desideravano farne sempre di più!
Le agenzie di rating, le grandi banche, tutti in generale, avevano torto. E anche io. È stata un’esperienza costosa, che il nostro Paese ha pagato pesantemente: abbiamo conosciuto una grave crisi, delle sommosse… Ce ne ricorderemo a lungo. Oggi il pubblico continua ad ascoltare le agenzie di rating. Bisognerebbe chieder loro: se vi siete sbagliate così tanto sulle banche islandesi, perché dovreste avere ragione oggi sul resto?

 Quelle che lei definisce “sommosse”, non fanno forse parte del necessario “approccio politico” alla crisi, da lei descritto un instante fa?

Non la direi in questa maniera. L’Islanda è una delle democrazie più stabili e sicure al mondo, con una coesione sociale solida. E tuttavia, a seguito del fallimento finanziario, la polizia ha dovuto difendere giorno e notte il Parlamento, la Banca Centrale e gli uffici del Primo Ministro
Se una crisi finanziaria può, in un lasso di tempo brevissimo, far precipitare un tale paese in una così profonda crisi politica, sociale e democratica, quali potrebbero essere le sue conseguenze in paesi che abbiano un’esperienza più corta di stabilità democratica? Posso dirvi che durante le prime settimane del 2009, al mio risveglio, il mio cruccio non era quello di sapere se avremmo ritrovato o meno la strada per la crescita, bensì quello di sapere se non avremmo assistito al crollo della nostra comunità politica stabile, solida e democratica.
Ma noi abbiamo avuto la fortuna di poter rispondere a tutte le domande dei manifestanti: il governo è caduto, sono state organizzate delle elezioni, sono state sollevate dall’incarico le direzioni della Banca Centrale e dell’autorità di sorveglianza delle banche, abbiamo istituito una commissione speciale d’inchiesta sulle responsabilità, ecc.
C’è un’idea, diffusa nelle società occidentali, secondo cui i mercati finanziari devono rappresentare la parte sovrana della nostra economia e dovrebbero essere autorizzati a ingrandirsi senza controllo e nella direzione sbagliata, con l’unica responsabilità di fare profitti e svilupparsi… Ebbene, questa visione è pericolosissima. Quel che ha dimostrato l’Islanda è che quando un tale sistema ha un incidente, fa derivare tragiche conseguenze politiche e democratiche.

 In questo approccio politico, un progetto di nuova Costituzione è stato elaborato da un’assemblea di cittadini eletti. Sembra che per il Parlamento non sia urgente votarlo prima delle elezioni del 17 aprile. Pensate che questo progetto abortirà?

La Costituzione attuale ha giocato il suo ruolo nella crisi: quello di far tenere delle elezioni e indire dei referendum… Questo non vuol dire che sia perfetta, essa può essere migliorata.
Con la crisi, il bisogno di rinnovare il nostro sistema politico ha trovato una sua espressione.
Si è dunque attivato un processo di riforma costituzionale assai innovativo: è stata eletta un’assemblea di cittadini, i cittadini sono stati consultati via internet… ma, secondo me, non hanno avuto abbastanza tempo: appena quattro mesi.
Solo dei superuomini avrebbero potuto realizzare un testo perfetto in soli quattro mesi.
In questi ultimi sei mesi, c’è stato un dibattito in Parlamento, con dei propositi… il Parlamento adotterà forse certe misure, o forse si accorderà su un modo di proseguire il processo, o adotterà una riforma più completa.
Nessuno lo sa.

 La svalutazione ha aiutato la ripresa dell’Islanda. L’idea di raggiungere un giorno l’euro è stata scartata per sempre?

La corona è stata una parte del problema che ha portato alla crisi finanziaria, ma è stata anche una parte della soluzione: la svalutazione ha reso i settori dell’esportazione (pesca, energia, tecnologie…) più competitivi, così come il turismo, certamente.
C’è una cosa di cui non si è ancora preso bene coscienza nei paesi dell’Europa continentale : i Paesi del Nord dell’Europa – Groenlandia, Islanda, Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca e Svezia - non hanno adottato l’euro, a parte la Finlandia. Nessuno di questi Paesi si è unito all’euro.
E comparativamente, questi Paesi si sono comportati meglio, economicamente, durante gli anni successivi alla crisi del 2008, dei paesi della zona euro, eccetto la Germania.
È quindi piuttosto difficile sostenere che l’adesione all’euro sia una condizione indispensabile per il successo economico.

Da parte mia, non vedo nessun nuovo argomento che possa giustificare l’adesione dell’Islanda all’euro.

 Banche addio… oppure i giovani islandesi che abbiano fatto studi superiori vi troveranno un impiego?

Le banche, che siano in Islanda o all’estero, sono diventate delle imprese molto tecnologiche, che danno lavoro a numerosi ingegneri, informatici e matematici. Attraggono talenti da settori innovativi, quali le alte tecnologie o le tecnologie dell’informazione.
Dopo la caduta delle banche, questi talenti si sono ritrovati sul mercato del lavoro. In sei mesi, avevano tutti trovato lavoro … E le imprese tecnologiche o di design hanno avuto un rapidissimo sviluppo nel corso degli ultimi tre anni. Centinaia di nuove aziende sono state create. Sono ben lieto di constatare che le giovani generazioni hanno risposto alla crisi in modo molto creativo.
Morale della favola: se volete che la vostra economia sia competitiva nel settore delle tecnologie innovative, il fatto di avere un grosso settore bancario, ancorché capace di notevoli prestazioni, è una cattiva notizia.

E questo è quanto, e a parlare non è qualche complottista paranoico, ma un capo di stato democraticamente eletto. Il presidente Grimsson in questa intervista ha toccato diversi punti caldi e smentito luoghi comuni a raffica. In particolare esprime posizioni scettiche sull’Euro e sull’adesione dell’Islanda all’Unione Europea. E proprio questo argomento, l’adesione all’Unione Europea, è stato l’argomento cardine della campagna elettorale che ha portato alle elezioni di oggi. Dopo la crisi finanziaria l’Islanda sembrava in procinto di aderire all’Unione Europea ma, visto che gli islandesi se la sono cavata benissimo da soli, le pratiche sono state congelate dal governo uscente. Se i sondaggi non sbagliano, alle elezioni odierne i primi due partiti saranno il Partito Progressista e il Partito dell’Indipendenza che probabilmente formeranno una coalizione di governo. Come in Italia insomma, direte voi, beh non esattamente. Perché in Italia i partiti si sono uniti al grido di “Ce lo chiede l’Europa” dietro un oscuro figuro, che quando s’è candidato alla guida del suo partito ha preso meno voti perfino di Rosy Bindi, che nel ’97 scriveva “Morire per Maastricht”
In Islanda invece i due maggiori partiti si uniranno al grido di “Europa? No grazie, qui ce la caviamo da soli!” e come primo atto di governo getteranno in un geyser le trattative con l’idra di Bruxelles. Ah, avercelo noi un Grimsson come capo dello stato al posto di Giorgio “L’URSS ha contribuito alla pace nel mondo” Napolitano.

(Johnny 88)

http://www.scenarieconomici.it/mentre-lislanda-si-prepara-a-dire-no-allue-sentiamo-cosha-da-dire-il-presidente-grimsson/

UN ALTRO PASSO VERSO IL PRECIPIZIO



Sembra di capire che la resa dei conti è vicina, presumibilmente tra la fine dell'estate e l'inizio dell'autunno. 

 L'area Euro, sotto l'effetto combinato delle politiche di austerità, sta sprofondando nella crisi. Eppure il dibattito sulla politica economica non è mai stato così intenso. Rimane il fatto che si scontra con la capacità di immaginazione dei leader politici, sia in Germania che in Francia o in altri paesi, che rimane profondamente strutturata attorno al discorso dell’austerità.
Le radici dell'austerità erano finora ritenute inconfutabili.
Ma un recente lavoro consente di mostrare che, dietro l'apparenza di seria accademia, c'era un sacco di ideologia.

La disoccupazione ha recentemente raggiunto il 12% della popolazione attiva, ma con picchi di oltre il 25% in Spagna e Grecia. L’attività economica continua a regredire in Spagna, Italia e Portogallo e, ora, è il consumo che inizia a sgretolarsi in Francia, annunciando, come previsto in questo blog, un ulteriore deterioramento della situazione economica a breve termine.

Infatti, secondo paese della zona Euro, la Francia, grazie alla forza dei suoi consumi, aveva fino a questi ultimi mesi scongiurato il peggio per l'area dell'Euro. Ma se i consumi francesi continuano a contrarsi al ritmo seguito fin da gennaio, le conseguenze saranno significative, in Francia e nei paesi limitrofi, prima di tutto in Italia e in Spagna.


Una politica che ha condotto l'Europa in una situazione di stallo

Questo deterioramento generale della situazione economica pone apertamente il problema dell'austerità adottata da tutti i paesi, dal 2011, a partire dalla Grecia che c'era stata costretta dall'Unione europea, seguita da Portogallo e Spagna. 
Ma la volontà tedesca di continuare lungo il percorso di questa politica è innegabile, ed è stata recentemente ribadita. Perché, allora, tale caparbietà? Ci sono anzitutto evidenti interessi che spingono la Germania a difendere questa politica «austeritaria».

L'area dell'euro porta alla Germania circa 3 punti di PIL all'anno, sia attraverso il surplus commerciale, che viene realizzato per il 60% a scapito dei suoi partner nell'area dell'euro, sia attraverso gli effetti indotti delle esportazioni.
Possiamo quindi capire perfettamente che, stante queste condizioni, la Germania tiene all'esistenza dell'area Euro. Tuttavia, se Berlino volesse che la zona euro funzionasse come dovrebbe, accetterebbe la transizione verso un esteso federalismo di bilancio e un sistema di trasferimenti nell'Unione. Questa è un’evidenza nota agli economisti, e non solo. Nel mese di ottobre 2012, durante il Valdai Club, il presidente Vladimir Putin ha sottolineato che un'Unione monetaria non poteva operare come un paese eterogeneo senza un potente federalismo di bilancio.

Ma se la Germania dovesse accettare questo federalismo, dovrebbe accettare quindi un trasferimento di una parte significativa della sua ricchezza ai suoi partner.
Solo per la Spagna, la Grecia, l'Italia e il Portogallo, i trasferimenti necessari per sistemare le economie nei confronti della Germania e della Francia sarebbero tra i 245 e 260 miliardi di euro, ossia tra 8 e 10 punti di PIL all'anno, e questo per almeno dieci anni. Un tale livello di trasferimenti (non è impossibile che sia ancora più elevato) è assolutamente esorbitante. La Germania non ha i mezzi per pagare tale somma senza mettere a rischio il proprio modello economico e distruggere il sistema pensionistico.

La Germania ha quindi voluto mantenere i benefici dell'Eurozona, ma senza pagarne il prezzo. Ecco perché sempre, infatti, ha rifiutato l'idea di una “Unione di trasferimento”. Anzi, il problema non è tanto ciò che “vuole” o “non vuole” la Germania; l’importante è ciò che può sopportare. Ed essa non può sopportare un prelievo dall'8 al 10% delle sue ricchezze. Smettiamo quindi di pensare che "la Germania pagherà", antica antifona della politica francese risalente al trattato di Versailles nel 1919, e guardiamo in faccia la realtà.
La Germania ha già notevoli riserve sull’Unione bancaria, che aveva accettato con riluttanza nell'autunno del 2012. Con la voce del suo ministro delle finanze, ha appena dichiarato che si dovrebbero modificare i trattati esistenti perché questa unione bancaria possa vedere la luce. È certamente possibile modificare le fonti dei trattati, ma tutto il mondo sa che ci vorrà del tempo.
In altre parole, la Germania rinvia al 2015 e molto probabilmente al 2016 l'entrata in vigore dell’Unione bancaria, di cui ha anche ridotto largamente il campo di applicazione.
Possiamo anche considerare che gli argomenti della Germania riguardo la "costituzionalità" dell’Unione bancaria siano pretesti. Può essere, ma la signora Merkel ha alcune buone ragioni per voler garantire la perfetta legittimità dei testi. La recente creazione del nuovo partito euroscettico 'Alternativa per la Germania', un partito che i sondaggi vedono attualmente al 24% delle intenzioni di voto, è una minaccia credibile per gli equilibri politici in Germania.

In queste condizioni, possiamo ben capire che non c'è nessun'altra scelta per la Germania che non sia difendere una politica di austerità per l'area dell'Euro, nonostante le conseguenze economiche e sociali assolutamente catastrofiche che crea questa politica. Da qui a credere che la Germania voglia "espellere" i paesi del "Sud" dell'Europa, la strada è lunga. Semplicemente, essa non può pagare per gli altri. Da questo punto di vista, attribuire un cosiddetto “piano segreto” alla signora Merkel sul tema e credere che qualcuno possa condurre un'eroica battaglia per mantenere questi paesi nell'eurozona, è una di quelle sontuose sciocchezze di cui alcuni politici hanno il segreto.
Ma c’è effettivamente una dimensione ideologica, presumibilmente“fondata” sulla teoria economica.


L'origine della politica dell’austerità

L'antifona che l’onere del debito comprometta la crescita, e che solo una politica di austerità sia in grado di alleviare il peso di questo debito, è parte dell’apparente evidenza contenuta nella "saggezza delle nazioni". Questa cosiddetta evidenza aveva trovato una forma di giustificazione in un testo pubblicato da due noti autori (uno dei quali era capo economista dell’FMI): Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff.
Le conclusioni di questo testo, che è stato successivamente pubblicato, erano che oltre un rapporto debito-PIL del 90%, l'impatto del debito è molto negativo sulla crescita. La conclusione era ovvia: è necessario intervenire se si sono raggiunti tali livelli.
Questa è la logica adottata dalla gestione di Jean-Marc Ayrault in Francia che nella seconda metà del 2013 va rafforzando l’austerità fiscale e di bilancio. Ad ogni modo, tutto ciò è in contrasto con tutta una serie di studi che indicano che l’austerità ha conseguenze drammatiche sulla crescita. I riferimenti sono presenti su questo blog. Ma i fautori dell'austerità a oltranza potevano sempre affermare che, qualunque fossero le conseguenze dell'austerità, l'imperativo del debito rappresentava una vera priorità per ritrovare la crescita. Questo è proprio il discorso tenuto da François Hollande e Jean-Marc Ayrault. 

Si dà il caso però che questo documento contenesse degli errori significativi, rivelati in uno studio scritto da tre economisti, un caso, questo, che ha provocato una certa agitazione nel piccolo mondo accademico.
In primo luogo, Reinhart e Rogoff hanno arbitrariamente escluso alcuni anni dal campione che hanno creato e che avrebbe dovuto coprire il periodo 1946-2009. Tre importanti paesi sono stati così esclusi negli anni dell'immediato dopoguerra: l'Australia, il Canada e la Nuova Zelanda. Ora, in questi tre paesi si ha allo stesso tempo un rapporto di debito elevato e un tasso di crescita elevato. Inoltre, i due autori dello studio di riferimento hanno dato un peso ai loro dati in un modo molto curioso, che porta, ancora una volta, a ridurre l'influenza sui calcoli dei paesi in cui sono presenti un grande debito pubblico e una forte crescita. Infine, la replica dei calcoli dello studio originale fatta dai tre economisti mostra che si è verificato un errore non trascurabile in uno dei fogli Excel utilizzati da Reinhart e Rogoff.

Il risultato è che Herndon, Ash e Pollin concludono che i paesi con un rapporto debito PIL oltre il 90% hanno avuto storicamente una crescita del 2,2%, e non una decrescita dello 0,1%, come affermato da Reinhart e Rogoff .

L'errore sul file di Excel è sicuramente quello che ha provocato più commenti, ma in realtà è un errore minore. Per contro, l'omissione di certi paesi in certi momenti e i pesi utilizzati, sono indici di gran lunga più gravi che Reinhart e Rogoff hanno "arrangiato" i loro calcoli per ottenere risultati in linea con la loro ideologia. Questo getta un dubbio ben più profondo riguardo ai metodi di alcuni economisti e sulla serietà delle persone che li seguono.


Le conseguenze disastrose delle politiche di austerità

Tutti i paesi, uno dopo l'altro, hanno intrapreso politiche di svalutazione interna suicida, politiche che sono gli equivalenti delle politiche di deflazione degli anni '30 che portarono Hitler al potere. Così è in Spagna e in Grecia, con disoccupazione e austerità devastanti.
Ma le conseguenze non si limitano a questo. Infatti, la politica di austerità sta mettendo un popolo contro l'altro. Il paradosso qui è totale. L’Europa, ai sensi dell'Unione europea, che di solito si presenta come un fattore di pace sul continente, è ormai diventata un fattore di aggravamento di conflitti e di rinascita di vecchi odi.

Nel caso della Francia, sono chiare le conseguenze dell'austerità. Se si vuole assolutamente ridurre il costo della manodopera nel tentativo di ripristinare la competitività dell'industria senza svalutare, è chiaro che ci vorranno prestazioni sociali e salari più bassi. Ma allora sono i consumi, che già si restringono come vediamo oggi, che crolleranno. 
Inevitabilmente ne vedremo le conseguenze sulla crescita; oggi le stime più credibili indicano che per l'economia francese l'anno 2013 si tradurrà in stagnazione, nella migliore delle ipotesi, e in una contrazione dello 0,4% del PIL, nell’ipotesi più probabile. Le ultime proiezioni IMF mostrano prospettive di crescita significativamente ridotte per il 2013. Una differenza di -0,4% del PIL tra le previsioni fatte nel mese di gennaio e quelle fatte nel mese di aprile è in realtà molto significativa sulla traiettoria che stiamo seguendo.

Il risultato sarà ovviamente un aumento significativo della disoccupazione. Se vogliamo abbassare i costi del lavoro del 20%, probabilmente dovremo aumentare la disoccupazione della metà, arrivando oltre il 15% della popolazione attiva, o 4,5 milioni di disoccupati ai sensi della categoria «A» nell'OSA e 7,5 milioni per categorie A, B e C, comprendenti tutte le categorie di disoccupati. Inoltre, nell'area dell'euro, già la Spagna e l'Italia competono con la Francia nella deflazione salariale. Quindi dovremmo fare meglio di Madrid e Roma, ossia raggiungere non il 15% ma il 20% di disoccupazione. Quale politico se ne assumerà la responsabilità? Quali saranno le conseguenze politiche?

Inoltre, e in maniera inquietante, i profitti del business e degli investimenti produttivi si stanno sgretolando. Questo implica che l'ammodernamento dell'apparato produttivo sarà ritardato e che quanto guadagniamo, se del caso, con le politiche di svalutazione interna, lo perderemo in produttività.

Per ora i nostri dirigenti, in particolare in Francia, fanno spallucce. Il Presidente della Repubblica, François Hollande, ripone tutte le sue speranze in un'ipotetica ripresa degli Stati Uniti per alleggerire il peso del fardello dell'austerità. Egli ha tuttavia già ammesso che questo potrebbe non verificarsi nella seconda metà del 2013, come aveva annunciato fin dall'inizio, e ha spostato la sua previsione all'inizio del 2014. Ma, come l'orizzonte che fugge davanti a colui che cammina, la ripresa degli Stati Uniti continua a spostarsi in avanti.

È un'illusione credere che la domanda estera arriverà a salvarci. La crescita degli Stati Uniti è molto inferiore a quanto previsto, e il FMI corregge verso il basso le previsioni a riguardo. Quanto alla crescita cinese, questa sta rallentando mese per mese. François Hollande spera che saremo salvati dalla cavalleria; ma la cavalleria non arriverà, o, come i tragici giorni del giugno 1940, arriverà “troppo poco, troppo tardi”.

Aggiungiamo che i calcoli fatti dal governo sul 2014 mancano singolarmente di affidabilità.
Il governo mantiene il suo obiettivo per il 2014 al 2,9% del rapporto deficit/PIL. Tuttavia, questo nel 2013 sarà non il 3% ma il 3,7% (al meglio) o il 3,9% (al peggio). Una riduzione dello 0,8 - 1% del disavanzo significa una politica di tagli o l'emergere di nuove risorse fiscali per 16 - 20 miliardi di euro. Ma questa pressione fiscale, dato un moltiplicatore della spesa pubblica che molto probabilmente è 1.4 (se non di più), si tradurrà in un calo dell'attività economica tra 22,4 e 28 miliardi.

Questo si tradurrà in una diminuzione delle entrate fiscali da 10,3 a 12,9 miliardi di euro. Il guadagno totale delle misure di bilancio o fiscale sarà quindi tra 5,7 a 7,1 miliardi. Se il governo intende realizzare a tutti i costi l'obiettivo di disavanzo che si è prefissato, deve ridurre la spesa o aumentare i prelievi di 45 miliardi di euro e non di 16 miliardi come previsto inizialmente. Ma questo prelievo del 2,25% del PIL si tradurrà quindi in un calo dell'attività economica intorno al 3,1%. Sapendo che la previsione di crescita fatta dal governo è + 1,2% di PIL nel 2014, questo si tradurrà, se la previsione è affidabile, in una recessione del-1.9% del PIL. Se si considera semplicemente una contrazione della spese o un aumento delle imposte da 16 miliardi, l'effetto negativo sulla crescita sarà "solo" di 22,4 miliardi, o 1,1 per cento del PIL, e ci sarà nel 2014 una crescita del + 0,1% del PIL, con un deficit pari al 3,5%. Questi calcoli mostrano bene l'inutilità delle politiche di austerità nelle attuali condizioni, come confermato da un recente studio di Natixis che tuttavia tiene conto di un moltiplicatore della spesa pubblica dell'ordine di 1, mentre noi crediamo che il valore del moltiplicatore sia piuttosto quello di 1.4 per la Francia di oggi.

Più che mai, si pone la questione della sopravvivenza dell'eurozona.
Le tendenze alla sua frammentazione stanno ormai aumentando.
Vediamo che i problemi dei paesi molto diversi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l'Italia convergeranno a breve termine, probabilmente nel corso dell'estate 2013. In questi paesi la crisi fiscale (Grecia, Italia), la crisi economica, la crisi bancaria (Spagna, Italia) si stanno ormai sviluppando in parallelo. Pertanto è altamente probabile che avremo una violenta crisi nell'estate del 2013, o all'inizio dell'autunno.

È il momento di regolare i conti.
L'Euro non ha indotto la crescita sperata quando è stato creato. Ora è un cancro che corrode parte dell'Europa. Se vogliamo salvare l'idea europea c'è ancora tempo, ma la dissoluzione dell'eurozona deve essere rapidamente decisa. Questa soluzione si imporrà come un’evidenza schiacciante e dovrà riunire i responsabili delle varie formazioni politiche. Tuttavia, bisogna agire rapidamente. Ancora una volta, il tempo non aspetta.

(Sapir)

da Voci dall’estero
Traduzione di Ugo Sirtori
Tratto da: antimperialista.it

da Ipharra Forlì - Claudio Marconi -  https://www.facebook.com/ipharraforli?hc_location=stream
pubblicato sul gruppi Fb NO EUROPA - https://www.facebook.com/groups/noeuropa/

sabato 27 aprile 2013

Dal fronte greco, una guerra non dichiarata


 di Monia BENINI

Arrivo ad Atene all’indomani della partenza del terzetto, che lascia sul campo nuove vittime: altri 15.000 licenziamenti fra i dipendenti statali, che si aggiungono al milione e mezzo di persone già rimaste per strada. La ricetta del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Centrale Europea e della Commissione ha l’amaro sapore dell’austerity: per ogni 5 persone che vanno in pensione (con stipendi medi attorno ai 1000 euro), è possibile assumere solo una persona con una retribuzione di 580 euro al mese.
Guardo Atene alla luce delle incredibili parole del consigliere della Cancelliera tedesca, Angel a Merkel, secondo il quale ci sono ancora molti ricchi nei paesi del Sud Europa, che hanno addirittura case di proprietà, mentre la gran parte degli operai tedeschi sono in affitto. Così mentre il New York Times descrive l’allarmante situazione ellenica, parla dell’aumento dei disoccupati e dei senza tetto, delle mense che nascono per arginare in qualche modo il problema della denutrizione nelle scuole, la copertina dello Spiegel arriva come un pugno allo stomaco: “la menzogna della povertà” e giù a scrivere che i greci sono in media due volte più ricchi dei tedeschi. Roba da non crederci…eppure nel corridoio dell’albergo dove soggiorno trovo un bigliettino da visita di un giornalista che lavora per lo Spiegel. Quindi…quali indicazioni ha ricevuto dalla redazione o dalla proprietà? E’ venuto in Grecia con l’articolo pronto o ha percorso i circuiti turistici che mascherano e occultano la faccia della povertà che si manifesta già poche decine di metri dopo il Partenone? Ci sarebbe molto da parlare della propaganda mediatica (oltre a Der Spiegel anche la rivista Focus riserva il medesimo trattamento ai ‘ricconi’ Greci, rispetto ai ‘poveri’ tedeschi) e di come il giornalismo sia caduto in basso, con pennivendoli al lavoro per compiacere un mittente o con scribacchini che si autocensurano per non disturbare i manovratori.
Chissà se i giornalisti stranieri che sono arrivati in Grecia si sono informati sulle ‘linee guida’ che i colleghi ellenici devono rispettare: è bene non ritrarre o riprendere immagini di estrema povertà, deve essere spinta la linea di sostegno dei propri aguzzini europei e internazionali (dimostrando che invece sono i salvatori del paese) e non si possono divulgare filmati di contestazione di chi sta al governo. Non vi sembra possibile? Basta leggere le dichiarazioni dell’ex ambasciatore greco in Canada, rilasciate a dicembre scorso al giornale online The Millstone: un giornalista è stato licenziato in tronco per aver mostrato un filmato in cui il Primo Ministro greco veniva fischiato.
Per tornare a quello che considero un vero e proprio insulto alla dignità del popolo greco, lo Spiegel e Focus puntano il dito contro i ricconi (che ci sono lì come in Italia e altrove, dato che le ricchezze con la crisi si sono ulteriormente concentrate), fingendo di non vedere i senza tetto allo sbando nella città, gli studenti che svengono a scuola, gli ospedali che chiudono e che non hanno più medicinali, la marea di uffici, negozi e attività chiuse, le ragazzine che si prostituiscono , le decine di migliaia di ateniesi costretti a recarsi nelle strutture messe in piedi da volontari per avere un minimo di assistenza sanitaria. Guarda caso, a livello internazionale ci si dimentica di riportare la battaglia avviata da Panos Kammenos, dei Greci Indipendenti, che mette al centro una legittima richiesta greca che rischia di mettere in seria difficoltà la Germania. Nello specifico, nel 1941, i Tedeschi presero in prestito, con accordi regolarmente firmati, le riserve auree elleniche. In seguito all’unificazione tedesca, di questo ‘prestito’ di guerra non si disse più nulla. Il deputato greco oggi avanza la richiesta di poter iscrivere nel bilancio nazionale l’ammontare del prestito fatto alla Germania (anche senza calcolare gli interessi maturati nei tanti decenni), ma riceve solo una risposta velenosa dal ministro tedesco delle Finanze Schaeuble, evidentemente in panico per la richiesta ellenica.
La colonia dunque si rivolta contro l’occupante. Sì, perché con buona pace di chi difende governo e multinazionali tedesche, bisogna dire come stanno le cose. A partire dall’aeroporto di Atene, gestito da una società tedesca, che non paga le tasse in Grecia poiché la sede legale è in Germania; ma possiamo anche parlare della Deutsche Telekom che gestisce la rete telefonica fissa e la rete di telefonia mobile Cosmote. O della Siemens, che insieme alla grande compagnia di costruzioni francese Vinci, controlla la metropolitana di Atene, puntando ad acquisire anche la rete ferroviaria e il servizio idrico della capitale (dove vive metà della popolazione dell’intero paese). E in tempo di austerity, la svendita del patrimonio e degli assets pubblici è all’ordine del giorno. Basti pensare alla miniera di oro (s)venduta ai Canadesi al prezzo di 10 milioni di euro, pur sapendo bene(la notizia è di pubblico dominio) che il materiale facilmente estraibile ha un valore di almeno 110 milioni di euro.
Anche le grandi catene di supermercati che resistono alla crisi sono straniere, mentre i negozi e le attività commerciali greche sono state ridotte in cenere. Anche la distribuzione è spesso estera o comunque condizionata da oltre confine; talvolta è piegata addirittura a logiche di quote europee, in base alle quali in Grecia come in Italia si mangiano pomodori olandesi, mentre i nostri vengono esportati negli altri stati. Sono le medesime linee che impongono ad esempio al produttore di arance un prezzo di 5 centesimi al chilo, mentre le stesse vengono vendute ad Atene minimo a 1 euro. Anche da questo punto di vista, gli agricoltori italiani possono ben comprendere che la Grecia è molto più vicina di quanto si possa immaginare. Lo è anche per il costo del gasolio da trazione, che insieme a quello da riscaldamento è aumentato del 400% in tre anni, mentre il costo dell’energia elettrica è raddoppiato dal 2010 a oggi.
Ecco perché nell’inverno scorso ci sono state vittime per il freddo: molte persone non avevano di che riscaldarsi (e anche scuole e ospedali in alcune zone hanno dovuto fronteggiare lo stesso problema). Nella capitale, gli alberi dei parchi sono stati presi d’assalto, spogliati dei loro rami per ricavarne legna da ardere (mentre in alcuni casi si è addirittura arrivati al punto di bruciare mobili, pur di sottrarsi alla morsa del freddo).
Cambiando versante, dal punto di vista della scuola, la situazione è precipitata a partire dal 2011, con ben 2000 scuole che hanno chiuso (e presto è atteso un nuovo giro di vite) e numerosi istituti che non hanno neppure il minimo per poter funzionare. I genitori sono quindi costretti a pagare per l’istruzione dei propri figli, ma ci sono moltissime famiglie con madre e padre disoccupati che non possono concedersi il ‘lusso’ di mandare a scuola i propri figli, dal momento che non riescono neppure a reperire il cibo per sfamarli. Questo è quanto accade anche dal punto di vista sanitario, poiché chi non lavora almeno 150 giorni all’anno non ha diritto alla copertura del servizio sanitario e deve pagare tutto: medicine, prestazioni sanitarie, pronto soccorso. Ma in una Grecia dove la disoccupazione e la povertà stanno sempre più dilagando, spesso non c’è neppure il minimo per sopravvivere e i centri organizzati da personale medico volontario raccolgono la disperazione dei tanti che cercano un’ancora, una ragione, una speranza per non essere sopraffatti dall’istinto di farla finita. Sono ex operai, pensionati, ma anche dipendenti pubblici, negozianti, piccoli imprenditori e pure liberi professionisti; il cosiddetto ceto medio ora ridotto in miseria.
Fanno parte di quelle fasce che, intervistate poco più di anno fa, sostenevano di essere allora nel punto peggiore della crisi e che l’Euro e l’Europa li avrebbero salvati. Oggi giurano che non avrebbero mai ritenuto possibile arrivare a una situazione tanto tragica, convinti come erano che presto la crisi sarebbe finita e che – come gli si imponeva di credere – erano alla fine del tunnel.
Dal tunnel al precipizio, la caduta è stata repentina e dolorosa; ha mietuto vittime, anche nel senso letterale del termine. In una nuova forma di guerra condotta da istituzioni europee antidemocratiche e distanti anni luce da quell’Europa dei popoli che vorremmo; una guerra sorda combattuta con le armi non convenzionali delle banche e della grande finanza internazionale, pronte a cannibalizzare i paesi più fragili.
E’ una guerra silenziosa, strisciante. Alla faccia della miseria umana e mentale di chi sostiene che questa Europa è stata foriera di pace, giustizia ed equità, questa forma contemporanea di schiavitù è una barbarie vergognosa.

Fonte: http://testelibere.it/blog/dal-fronte-greco-una-guerra-non-dichiarata

venerdì 26 aprile 2013

DIARIO DI UN SACCHEGGIO...



.....COSA VUOLE VERAMENTE DA NOI LA GERMANIA

 
Grazie ai benefici acquisiti con l’introduzione dell’euro, che annullando la normale fluttuazione dei tassi di cambio ha cancellato di colpo l’unico strumento di difesa delle economie deboli nei confronti di quella forte, la Germania ha di fatto stravolto gli equilibri politici-economici fino ad allora esistenti in Europa, diventando l’unico paese egemone in mezzo ad una serie di paesi cuscinetto o colonie.
E ben consci di questo ruolo, i tedeschi non hanno più alcun imbarazzo e pudore a comportarsi come un paese di conquistatori ed invasori: in attesa di mettere le mani sugli ultimi pezzi pregiati aziendali e patrimoniali dell’Italia, la Germania si porta via le nostre migliori competenze tecniche disponibili, formate grazie ai sacrifici delle famiglie italiane e agli investimenti nel nostro sistema scolastico statale o privato.
Noi seminiamo e i tedeschi raccolgono i frutti.
E c’è una ragione precisa che spinge i tedeschi alla ricerca disperata di nuova manodopera qualificata: mentre nell’eurozona continua ad aumentare il numero di persone in età da lavoro, in Germania invece diminuisce progressivamente.
Come si può vedere nel grafico sotto, la forza lavoro della Germania fra i 15 e i 64 anni si è ridotta del 2% negli ultimi undici anni, al contrario della media dell’intera zona euro, dove è aumentata del 7%.




Questo potrebbe anche essere uno dei motivi che spiega i livelli record di bassa disoccupazione della Germania, rispetto alla crescita che si registra nell’eurozona, dove gli ultimi dati confermano la salita del tasso di disoccupazione fino al 12%.
Da notare poi che i tedeschi non cercano manodopera generica, perché questa può essere reperita a buon mercato tra le folte schiere degli immigrati che arrivano dall’Est Europa, dalla Turchia o dall’Africa, ma persone molto istruite e specializzate, che in qualunque paese rappresentano il serbatoio principale da cui partire per costruire la futura classe imprenditoriale e dirigente: un paese senza quadri e competenze è un paese senza futuro.
E questo la Germania pare saperlo bene, mentre l'Italia crede ancora che costringere i nostri migliori cervelli alla fuga e tenersi la feccia sia una mossa furba che ci concede onere e lustro in  tutto il mondo.
Ripetiamo che mandare i nostri ragazzi in Germania a farsi le ossa e l’esperienza potrebbe essere un grande vantaggio per noi in un’ottica di lungo periodo (sperando che un giorno l’Italia riesca ad uscire dai pantani e una parte di questi ragazzi possa rientrare in patria con un notevole bagaglio di conoscenze e know how), ma in una fase di crisi come questa risulta solo l’ultimo affronto che i tedeschi hanno fatto al presunto spirito di cooperazione e collaborazione che “dovrebbe” animare questa strampalata unione monetaria.
Invece di aiutare la ripresa delle aziende italiane, la Germania non solo ostacola tutti i piani di politica economica espansiva che potrebbero favorire la crescita, ma preferisce addirittura dare il colpo di grazia agli storici concorrenti privandoli della linfa vitale che assicura l’operosità, il rinnovamento, la creatività e il ricambio generazionale delle nostre aziende.

Quelli che ancora credono al sogno europeo, alla chimera degli Stati Uniti d’Europa che fino ad oggi è servita a confondere e depistare gli allocchi di turno, dovrebbero dare un’occhiata alla lunga lista di svendite di pezzi importanti della nostra industria nazionale che si è ampliata senza sosta in questi ultimi anni, per capire meglio la portata della catastrofe economica in cui ci siamo volontariamente impelagati.

Nel nome del liberismo selvaggio e dell’apertura incondizionata ai “mercati”, di indirizzi cioè di politica economica più che mai discutibili e anacronistici che in misura così sconsiderata e scriteriata hanno contagiato soltanto i paesi dell’eurozona, mentre il resto del mondo si è guardato bene da seguire alla lettera i dettami di questa scellerata dottrina accademica-teologica (i cui dogmi, come abbiamo visto, sono basati perlopiù da manipolazioni e strumentalizzazioni dei dati reali) e ha adottato misure più o meno protezionistiche per difendere il proprio tessuto economico nazionale.
Curiosa poi la circostanza che mentre i francesi hanno fatto incetta di tutto ciò che si poteva razzolare in Italia, dalla grande distribuzione all’energia, i tedeschi si sono limitati ad acquisire marchi di prestigio (come per esempio Ducati) dall’elevato grado di innovazione tecnologica, dalla diffusa riconoscibilità a livello internazionale e dalla spiccata tendenza a penetrare nei mercati esteri. Strategia questa che conferma ciò che abbiamo prima detto: la Germania si propone di diventare l’unico polo industriale sviluppato d’Europa, dedicato principalmente alle esportazioni, lasciando ai paesi della periferia il compito di produrre a buon prezzo la componentistica e i beni a basso o nullo contenuto tecnologico (le viti e i bulloni, per intenderci). 

Ma c’è un altro aspetto inquietante di tutta la vicenda: la svendita a prezzi di realizzo del patrimonio demaniale dello stato. Mentre in Italia i progetti del ministro Grilli di svendere e privatizzare circa 15-20 miliardi di beni pubblici all’anno (comprese le partecipazioni in aziende come Eni, Enel, Finmeccanica), procedono piuttosto a rilento, in Grecia i programmi vanno avanti rapidamente, a causa delle scadenze di rimborso delle rate dei piani di salvataggio garantiti dalla trojka FMI, BCE, UE.
In tutto sono in vendita in questo momento circa 70.000 lotti, che comprendono distese di coste incontaminate, porti turistici, bagni termali, stazioni sciistiche e intere isole. Persino le quote del monopolio statale sul gioco d’azzardo sono in vendita al migliore offerente.
L’isola di Rodi che per un terzo è ancora di proprietà dello stato è già per gran parte all’asta e a questa frenetica vendita ad incanto partecipano un po’ tutti, dall’emiro del Quatar, agli immancabili oligarchi russi fino ai soliti tedeschi e francesi. Si tratta in pratica di un’espropriazione forzosa di un pezzo di storia dell’antica e millenaria civiltà greca, che aveva insegnato alle generazioni successive cosa siano la democrazia, l’etica, i pilastri su cui si regge un buon governo. Parole al vento, stuprate dall’ingordigia del denaro e dal meccanismo infernale del debito senza fine, che si perpetua nel tempo senza alcuna soluzione di continuità.

Ma se Rodi è in procinto di essere colonizzata senza armi dagli invasori stranieri, Corfù è già di fatto un resort della famiglia di banchieri internazionali dei Rothschild, che ambisce a mettere le mani anche sullo storico palazzo reale dell’isola. A proposito di palazzi, la Grecia ha anche messo in vendita il colossale palazzo del Ministero della Cultura ad Atene, il quartier generale della polizia, gli edifici che ospitano i ministeri della salute, dell’istruzione, della giustizia e persino l’ambasciata greca in Holland Park a Londra, alla modica cifra di 22 milioni di sterline.
Una pessima idea quella di coprire un debito a breve e medio termine con la vendita di beni immobiliari, su cui successivamente si dovrà pagare un flusso costante di affitti ai privati. Lo stato si priva a prezzi di svendita di un asset di proprietà, che a parte la manutenzione periodica non comporta alcun costo, aprendo le casse a delle spese immediate che molto probabilmente causeranno la nascita di nuovo debito a breve e medio termine, che con il passare del tempo e l’alienazione di tutti i beni immobiliari e strumentali, sarà sempre più difficile da rimborsare.

Una pazzia contabile e fiscale bella e buona, che però rappresenta uno dei principi fondanti di questa sciagurata e disgraziata eurozona: le privatizzazioni sono infatti un prerequisito essenziale per ricevere i fondi di salvataggio, senza i quali la Grecia dovrebbe immediatamente dichiarare default e uscire dalla zona euro. Un ricatto in pieno stile mafioso, tipico delle peggiori e più spietate organizzazioni criminali. 

Tuttavia, la propaganda mediatica e il terrorismo psicologico che agisce a pieno regime in Grecia impedisce ai cittadini di capire che proprio l’uscita dall’euro potrebbe essere l’unica via d’uscita da questa tragedia nazionale, che ha trasformato un intero paese una volta democratico in un emporio a cielo aperto. E nonostante tutti sappiano che le privatizzazioni non riusciranno a risolvere i problemi strutturali della Grecia, si continua ad andare avanti verso il calvario, con i profittatori e gli speculatori di tutto il mondo pronti a fare affari sulle spalle di un popolo ormai stremato ed impotente.
L’esempio della privatizzazione dell’acqua è lampante: dopo che il governo greco ha privatizzato la rete idrica, la qualità del servizio è scesa notevolmente ed è aumentato il prezzo di erogazione.
E proprio sull’onda di questo fallimento annunciato, i sindacati e i lavoratori stanno attuando una strenua ed eroica resistenza per evitare che venga privatizzata la società ferroviaria pubblica Hellenic e la principale compagnia statale di produzione e distribuzione di energia elettrica, la Public Power Corporation. Probabilmente però le loro proteste rimarranno inascoltate, perché il governo di Samaras si muove ormai sul filo del rasoio e degli equilibrismi linguistici, puntando su uno stato permanente di emergenza e di paura.

Dall'inizio della crisi il debito pubblico è quasi raddoppiato raggiungendo la quota impressionante del 189% del PIL, e sconfessando bruscamente tutte le previsioni dei piani di austerità, che indicavano una progressiva discesa proprio a partire dal 2013. Negli ultimi tre anni sono stati persi posti di lavoro nel settore privato al ritmo di 1000 al giorno, e in cambio degli aiuti della trojka il governo Samaras si è impegnato a licenziare 15.000 dipendenti pubblici entro quest’anno: cosa che nella migliore delle ipotesi provocherà un ulteriore crollo dei consumi e delle entrate tributarie, vanificando in pratica la riduzione della spesa pubblica per stipendi. A causa di continui errori nelle stime degli incassi dalle vendite, il governo ha mancato l’obiettivo di privatizzare €3 miliardi di beni pubblici lo scorso anno e per assicurare la trojka ha alzato il tiro per i prossimi anni: €11 miliardi di privatizzazioni entro il 2016 e €50 miliardi complessivi entro il 2019.
In buona sostanza si tratta della più grande vendita all’ingrosso di un intero paese mai avvenuta nella storia, la quale creerà un precedente che deve fare riflettere soprattutto noi italiani, che potremo essere i prossimi ad essere spogliati di tutto il nostro patrimonio pubblico, con il solito becero conformismo e l’indifferenza con cui abbiamo accolto in passato simili operazioni di rapina ed espropriazione: è una necessità che ci impongono i “mercati” per evitare di finire come la Grecia e tutti sanno che il nostro stato (cioè noi stessi) è spendaccione e inefficiente, mentre i privati sono bravi, belli e produttivi.
E sulla scia di questa scemenza collettiva, al grido di “viva lo stato minimo!” perorato da PD, PDL e persino dal Movimento 5 Stelle (il quale si renderà responsabile di questo scempio, quando gli italiani si accorgeranno che tutto ciò, tutta questa crisi, tutta questa sofferenza, erano fortemente “volute” e non frutto dell’ignoranza e dell’incompetenza), le nazioni forti, prima fra tutte la Germania, non solo si accaparreranno nel silenzio più assoluto gran parte del nostro patrimonio artistico, storico, ambientale, ma stanno già attivandosi per portarsi via la nostra stessa migliore manodopera qualificata.

E senza mezzi termini, quando uno stato diventa povero di proprietà e beni pubblici e privo di competenze tecniche (e anche umanistiche, giuridiche, “politiche”), è destinato prima o dopo a diventare una colonia, una nazione satellite, un paese del Terzo Mondo .
E questo non lo diciamo solo noi bloggers di frontiera o economisti isolati qua e la in mezzo allo sterminato deserto dei Tartari italiano, ma tutti i maggiori analisti economici e finanziari del mondo (basta farsi un giro sui siti e sui giornali americani, inglesi, giapponesi, australiani, per capire di cosa stiamo parlando), non ultimo lo stesso premio Nobel per l’economia americano Paul Krugman, che riferendosi proprio all’Italia e alla Spagna, aveva detto tempo fa:

“Quello che è successo è che entrando nell’euro, la Spagna e l’Italia hanno ridotto loro stessi a paesi del Terzo Mondo, che prendono in prestito la moneta di qualcun’altro, con tutte le perdite di flessibilità che tale operazione comporta. In particolare, siccome i paesi dell’area euro non possono stampare moneta neanche in casi di emergenza, sono soggetti a interruzioni di finanziamenti, a differenza dei paesi che invece hanno mantenuto la propria moneta. Il risultato è quello che abbiamo tutti sotto gli occhi”.

Fonte: http://tempesta-perfetta.blogspot.it
Link: http://tempesta-perfetta.blogspot.it/2013/04/diario-di-un-saccheggio-ecco-cosa-vuole.html#more

da Giuseppe Varriale - pubblicato sul gruppo fb NO EUROPA - https://www.facebook.com/groups/noeuropa/

giovedì 25 aprile 2013

SETTORE BANCARIO E PIL....DA LEGGERE,PLEASE.


MOLTO ISTRUTTIVO....altre Cipro in attesa di esplosione

Quant’è grosso il sistema bancario in rapporto al Pil




Secondo Wolfgang Schauble, il pedagogico ministro tedesco delle Finanze, Cipro s’è voluta i suoi guai: ha lasciato crescere un settore finanziario ipertrofico; basti pensare che il suo settore bancario è (era) sette volte il suo prodotto interno lordo. Facilitazioni fiscali e rilassatezza regolamentare hanno attratto capitali dubbi e sporchi.
 E siccome il neo-presidente dell’eurogruppo, il didattico Dijsselbloem, ha preconizzato che «la soluzione adottata per Cipro servirà da modello alle future ristrutturazioni bancarie della zona euro», vediamo quali altri membri di questa fortunata unione monetaria hanno un business-model di tipo cipriota, che può esplodere e richiedere salvataggi.

Lussemburgo. Vi scandalizzate, o pedagoghi nordici, che Cipro avesse un settore bancario 7 volte il suo Pil? Ma allora perché tacete, o moralisti, sul Lussemburgo? Le banche straniere vi hanno accumulato 22 volte il Pil lussemburghese, un migliaio di miliardi di dollari.
Il suo indice di opacità bancario lo pone appena al disotto delle Cayman, ma come paradiso fiscale è più grosso, in quanto si accaparra il 13% del mercato globale dei servizi finanziari (le Cayman si accaparrano il 5%); perché non si allarma Schauble?
Sarà perché è nel cuore dell’Europa degli affari, tra Bruxelles e Francoforte? Ed è membro fondatore dell’Unione Europea mentre le Cayman non lo sono? E perché ha degli amici interessati a Berlino? Chissà. Certo, aiuta. (Jurisdictions)La sua attrattiva: il Lussemburgo non pratica ritenuta alla fonte sui profitti finanziari internazionali, né conosce le tasse sui redditi maturati fuori. Ciò ha fatto del granducato, benché tanto piccino, il secondo mercato mondiale dei fondi d’investimento dopo gli Stati Uniti (3700 fondi speculativi sono lì registrati, con oltre 2 mila miliardi di euro gestiti), il più grosso centro di «private banking» della zona euro e la sua borsa è la seconda per le quotazioni di obbligazioni internazionali.
Per esempio: il profitto che qualcuno ottiene da un fondo lussemburghese, versato sul conto svizzero di quel qualcuno, non viene tassato né là né lì. La ditta italiana che pone la sua «holding» in Lussemburgo, può pagare ai suoi padroni compensi e dividendi esenti dalla tassazione italiana. Bellissimo, ed infatti molti cosiddetti imprenditori, proprio quelli che fanno i moralisti anti-Berelusconiani nei talk show, prendono i loro emolumenti dalla loro filiale lussemburghese.
È per questo che i colossi come Paribas, Deutsche Bank e UBS hanno qui delle filiali gigantesche; ed è qui che, se scoppierà il crack, sarà titanico. Sarebbe il colmo, dover «salvare» le banche lussemburghesi coi nostri soldi di contribuenti...
Tra l’altro, il Lussemburgo è il paradiso delle carte di credito; ne ha emesse 1,7 milioni, una ogni tre abitanti, lattanti e suore di clausura comprese (esisteranno suore, in Lussemburgo?). questa carte sono attive soprattutto al di fuori dei confini del grtanducato. Nel 2011 hanno generato 26 milioni di operazioni, 5 volte più che nel 2001, per un totale di 2,4 miliardi di euro.

Malta. Qui, le banche estere hanno depositato una cifra pari ad 8 volte il Pil dell’isolotto (Malta è il terzo Stato più piccolo dell’eurozona, dopo Cipro e Lussemburgo): 26 miliardi di euro. Un’altra Cipro.
Economia-casinò: alla lettera, dato che sono soprattutto le imprese che fanno soldi col gioco d’azzardo via web (leggi: malavita) ad aver posto la loro sede qui. Tutto ciò grazie ad una fiscalità ultra-leggera e a una regulation molto comprensiva, al contrario di quella imposta dalla UE ad altri Paesi più importanti, fra cui l’Italia. Appena Malta dovrà procedere ad un rialzo delle imposte, i depositi esteri fuggiranno come il vento, lasciando La Valletta a secco e bisognosa di un salvataggio.

Liechtenstein. Si accaparra «solo» l’1% del mercato globale dei servizi finanziari offshore, ma importa perché attrae di preferenza flussi che vengono dall’evasione e dall’elusione fiscale europea, e (ovviamente) da attività criminali. Lì, nel cuore degli interessi europei, uno può creare una società, fondazione o trust senza essere obbligato a renderne pubblici i proprietari o azionisti. I bilanci delle ditte non devono essere pubblicati: il problema del falso in bilancio di cui tanto si dibatte in Italia, qui è felicemente superato. Gli agenti locali per conto di ditte estere non hanno alcun obbligo di riferire alle autorità tributarie del Liechtenstein se i loro clienti pagano le tasse da qualche parte.

Londra e il suo Asse del Male. Scrive il giornalista (inglese) Nick Shaxson, autore di un libro sui paradisi fiscali: «La Gran Bretagna è al centro di una rete di paradisi fiscali che alimentano in capitali la City di Londra , procurandole il gigantesco volume d’affari che sappiamo.
 Il primo cerchio della rete è costituito dalle cosiddette dipendenze della Corona: Jersey, Guernesey e l’Isola di Man, che fanno affari specialmente con Europa, Russia e Medio Oriente; il secondo cerchio è costituito dai territori britannici d’oltremare, come le Caymans e le Bermude, che raccolgono soprattutto dalle due Americhe». Anche Malta, in un modo o nell’altro, fa parte della Rete anglofona.
Un qualunque riccone del mondo e sotto-mondo può costituire un trust (per la gestione dei suoi averi) a Guernesey o Man, che spesso è la filiale locale di una mega-banca londinese, sicuro che la sua identità non verrà mai svelata. Il denaro qui raccolto sarà investito in tutta legalità nel sistema finanziario della City, «il più dinamico del mondo». Il suddetto riccone qualunque può anche abitare a Londra, dove la vita è più eccitante che a Novosibirsk: i «residenti non domiciliati» a Londra sono esenti da tasse sui redditi ottenuti all’estero, fino al diciottesimo anno di residenza.Si capisce così perché tanti oligarchi con nomi giudaici abbiano preferito abitare a Londra invece che a Tel Aviv. Tanto più che nel Regno Unito l’imposta sulle società è al 28% , e il ministro Michael Osborne (Finanze) vuole abbassarla al 24%, «per attrarre investimenti esteri».
Come non bastassero alla City quelli in atto. Quanti sono? Tenetevi forte: i fondi esteri alloggiati a Londra ammontano a 3400 miliardi di euro. Non milioni; miliardi.
Questo vero e proprio Asse de Male britannico presenta un doppio rischio sistemico per l’Unione europea, di cui purtroppo fa parte (senza gli oneri da euro). La recente manipolazione del tasso Libor (tasso d’interesse a breve) confezionata truffaldinamente da una decina di banche inglesi per far variare il costo del denaro a loro favore giorno per giorno – con immani ed inaccertati profitti per loro – rivela uno dei due rischi: la distrazione permanente della Banca d’Inghilterra verso le sue teoricamente controllate istituzioni finanziarie (anche se su questa distrazione, la Banca d’Italia non ha nulla da imparare: vedi Montepaschi).
Il secondo: la stretta rete dei paradisi fiscali che convogliano i liquidi a Londra è un intrico istituzionale inestricabile. Per esempio: in caso di bancarotta di una banca importante a Jernsey, che alberga 133 miliardi di euro di investimenti esteri, a o Guernesey, 77 miliardi, chi sarebbe responsabile dei debiti? Non certo gli pseudo-statarelli dei due isolotti, con un Pil che è un quarantesimo delle attività bancarie (e probabilmente è in pecore). Allora dovrà sobbarcarsi il debito Londra? Non è detto, soprattutto Londra non lo dice affatto; e né la Commissione europea, né la severissima Berlino, nemmeno Mario Draghi, che fanno continuamente le pulci a noi sull’economia italiana, hanno fretta di chiedere.

Irlanda. La piccola repubblica verde è stata esaltata come un modello del capitalismo globale, e portata ad esempio a noialtri: debito pubblico al 25%, tasse sulle imprese bassissime, regolazione snellissima, lavoratori di lingua madre inglese, tutto molto «business friendly» per attrarre capitali esteri. E i capitali esteri sono arrivati a fiumi, innescando un miracolo economico irlandese. Applausi: com’è dinamica questa economia! Ma dove mai potevano investirsi i capitali in eccesso – sette volte il Pil, come Cipro – in una repubblica di meno di 5 milioni di persone, ancorché dinamica? Avete indovinato: l’esemplare repubblica scopre di essere vittima della più colossale bolla immobiliare dell’Europa, persino peggiore di quella spagnola. Ma se ne accorge solo quando la bolla scoppia. Lasciando le due grosse banche, che avevano attratto fondi esteri con interessi generosi, in bancarotta. Il governo ha dovuto nazionalizzare, ha dovuto iniettare30 miliardi di euro nel sistema finanziario , soldi dei suoi contribuenti e prestiti. Ma non basta. La recessione economica si aggiunge al problema, sicché oggi la fattura della crisi irlandese ammonta a 64 miliardi di euro (in parte per interessi sugli «aiuti» europei, a favore per lo più delle banche tedesco-francesi). Risultato: il debito pubblico sale dal 25 al 117% del Pil, i contribuenti irlandesi devono pagare 25 miliardi in più di imposte, più tagli dei salari pubblici e privati e disoccupazione attorno al 15%.

Slovenia. Di recente ha nazionalizzato – ossia messo sul gobbo dei cittadini – due banche, i cui crediti dubbi o inesigibili rappresentano il 20% del Pil del Paese, 7 miliardi di euro. Colpa di «una cerchia di personalità che sarebbero le eminenze grigie della finanza nazionale», e che avrebbero provocato la grave crisi bancaria secondo un rapporto dell’apposita commissione anti-corruzione: la qual però non dice i nomi. La Banca Centrale slovena non avrebbe fatto altro che ratificare gli abusi, pur essendo al corrente dei fatti: dev’esserci anche a Lubiana un Ignazio Visco. si spera che, almeno, lo paghino meno. Si ritiene che entro poche settimane Lubiana dovrà chiedere «l’aiuto» della Troika, e si vedrà imporre (è la nuova dottrina Francoforte-Bruxelles) il prelievo forzoso sui conti correnti. Il che avrà qualche conseguenza su Spagna e Italia: sarà da vedere quanti depositi fuggiranno anche da questi due paesi a rischio (tanti miliardi ne sono già fuggiti, come del resto permette il dogma ultra-liberista: «libera circolazione di merci uomini e capitali»); diventa più imminente il crack bancario italiano. Se la Germania non ha voluto aiutare Cipro, che conta per lo 0,2% del Pil, provate a credere se aiuterà l’Italia. A Cipro, il prelievo sui depositi superiori a 100 mila euro è del 60% e non del 30 (avevano fatto male i conti); quanto dovrà essere il prelievo sui vostri conti correnti, italiani?

Lettonia. Nemmeno ancora entrata nell’euro, e lodata dal pensiero unico per la sua lieve fiscalità sulle società, e la deregulation intesa ad «attrarre i capitali esteri», la Lettonia teme di diventare il rifugio dei capitali roventi in fuga da Cipro. Ne ha qualche ragione: la metà dei depositi nelle banche lettoni vengono da Bielorussia, Ucraina, Russia, e sono cresciuti del 20% nell’ultimo anno.

Che cosa si fa per disinnescare queste bombe ad orologeria?

Evidentemente, la causa profonda è che ci sono troppi capitali scatenati nel mondo liberalizzato, effetto della macchina capitalista terminale, che concentra ricchezza ai finanzieri in alto risucchiandola dai produttori in basso, pronti a «arricchire» economie minuscole e fragili profittando di disparità fiscali all’interno della UE – che non dovrebbero esistere – per andarsene di corsa alla minima crisi.
C’è qualcosa di profondamente sbagliato nella zona euro e nella sua gestione tecnica. Essa non ha tenuto conto, come se non esistessero, delle diversità antropologiche tra le nazioni che ha voluto unificare a tavolino con la moneta unica. La crisi sta dimostrando che gli europei sono troppo diversi per vivere insieme in una comunità di destino; che ognuno cerca di profittare dell’altro, di far pagare all’altro la sua irresponsabilità, o di fregare all’altro le sue quote di mercato approfittando delle sue difficoltà.
Una insolidarietà fondamentale, insanabile (1); lo stesso diverso giudizio sui paradisi fiscali – condanna per Cipro complicità, omertosa per il Lussemburgo – è rivelatore di questa insanabile divergenza mentale fra Nord e Sud. Con l’aggiunta, come ha detto l’economista Lordon, che la BCE «ha lasciato fare alle banche quel che hanno voluto», ingolfandosi di capitali che non hanno impiego.
Il tutto, beninteso, raddoppiato dalla pura e semplice stupidità: il prossimo Consiglio d’Europa, si apprende da Van Rompuy, il problema dell’evasione fiscale, mentre è evidente che il problema è la Grande Depressione del sud con milioni di nuovi disoccupati, e la recessione nel Nord (con dissesto, ma non si dice, della ricca e virtuosa Olanda).
Ebbene, ecco a cosa hanno pensato i cervelli europoidi sotto il comando di Berlino: una autorità europea per sorvegliare le banche. Ci si è arrivati dopo 4 anni 4 di discussioni (Berlino voleva la sorveglianza, ma sulle banche altrui), mentre la crisi s’aggravava fino a diventare il nodo più assurdo della storia; la sorveglianza entrerà in vigore solo nel 2014, e ne sarà incaricata la BCE.
Essa si occuperà di sorvegliare non le seimila banche della zona euro, ma solo le 600 la cui implosione presenta un rischio sistemico. Detto en passant, le due banche cipriote sventrate e fallite, che stanno trascinando l’Europa in una nuova crisi senza fine, non rientravano fra queste.
Oltretutto, guarda un po’, la Banca Centrale Europea non ha le forze per condurre questa «sorveglianza»: ha già detto che dovrà assumere 800 esperti di finanza 800 (ottocento), e gente sperimentata – che come è noto, si trova agli angoli di ogni strada. Ed ogni Stato europeo è richiesto, per accumulare il capitale del prossimo salvataggio, di contribuire ad un fondo di garanzia che dovrà raccogliere una cifra pari all’1% di tutti i depositi.
L’Italia dovrà dare un’altra decina di miliardi (ne abbiamo già dato 40 miliardi al Fondo di Solidarietà detto ESM, grazie a Monti, senza con ciò rendere Schauble più benevolo verso di noi) ; la Francia altrettanti, ma ha già detto che metterà insieme la somma in sette anni. Campa cavallo.
Insomma la verità è che si continua a non far niente. E quando esploderà Malta, o il Liechtenstein, o la Slovenia, ci dovremo subire le lezioncine di Schauble e le proposte di Djisselbloem (o come cavolo si scrive) sul prelievo dei conti correnti.

1) Questa insolidarietà radicale del «governo di fatto»bismarckiano sta assumendo la forma tragica di un genocidio, umano e culturale, del Sud Europa. Il Portogallo, richiesto di fare altri tagli con l’ascia ad una spesa pubblica che ha già spietatamente ridotto, sta per abolire la gratuità della scuola pubblica: l’istruzione si pagherà con rette. In Grecia continuano ad aumentare i suicidi, e la situazione sanitaria si degrada ogni giorno di più. In Spagna, nonostante gli «aiuti» europei alle banche, e l’austerità con conseguente disoccupazione alle stelle, il tasso di insolvenze sui prestiti continua a crescere, il che prefigura la necessità di «aiutare» ancora le banche ispaniche nel prossimo futuro. L’Italia, come sappiamo, si avvita nella Grande Depressione peggiore di quella degli anni ’30, ed è in via di sudamericanizzazione: violenza, ignoranza, populismo e cronica sottoccupazione, un chavismo senza petrolio. A Lisbona c’è voluto un grande vecchio, il socialista Mario Soares, già primo ministro dopo Salazar, a dire la parola del buon senso: Soares ha proposto la «soluzione argentina: non pagare il debito estero. Il Portogallo non potrà mai rifonderlo, per quanto impoverisca la sua popolazione. La voglia servile di compiacere la Merkel sta portando il paese alla rovina». 


FONTE : M.B. FDF 15-04-13

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=390028661111164&set=a.119691484811551.21925.100003121016817&type=1


da Marco Ciclo - pubblicato sul gruppo FB: Autodeterminazione Economica dei Popoli (economycamente).
https://www.facebook.com/groups/oscarstrano/

domenica 21 aprile 2013

LE RADICI ANTIDEMOCRATICHE DELL’EURO ...


......
......NELLE PAROLE DEI SUOI STESSI PADRI FONDATORI

L’Euro è diventato oggi l’incarnazione di un vero e proprio strumento di governo (“means of structural transformation”, un mezzo di trasformazione strutturale lo definì Mario Monti nel 2011) con cui si stanno imponendo a interi popoli – sotto l’egida dell’emergenza, dello stato di necessità e con la mannaia dello spread pronta ad abbattere i governi poco graditi ai mercati – decisioni altrimenti improponibili e inaccettabili da parte dei cittadini.

Questo fatto, lungi dall’essere una mia idea o una mia opinione, è stato placidamente ammesso dai padri nobili della moneta unica a più riprese. Pertanto, faccio qui una breve rassegna per gli smemorati, utile (e questa è una mia opinione) a mostrare a quelli che parlano di “Unione politica europea”, di “Stati Uniti d’Europa”, di “Sogno europeo” e in generale di uno sforzo politico per un’Europa più democratica, che la natura politica di fondo dei tecnocrati europei è incompatibile con qualsiasi disegno di matrice veramente democratica.

Ecco le prove (con tutte le fonti liberamente consultabili), nelle parole dei padri fondatori dell’Euro e dell’Eurozona:

1) Mario Monti, 1998, dal libro Intervista sull’Italia in Europa di Federico Rampini (p. 40 e 50-51):

Federico Rampini: «Perché la Commissione europea ha accettato di diventare il capro espiatorio su cui scaricare l’impopolarità dei sacrifici?».

Risposta di Monti: «Perché, tutto sommato, alle istituzioni europee interessava che i Paesi facessero politiche di risanamento. E hanno accettato l’onere dell’impopolarità ESSENDO PIU’ LONTANE, PIU’ AL RIPARO, DAL PROCESSO ELETTORALE. Solo che questo un po’ per volta ha reso grigia e poi nera l’immagine dell’Europa presso i cittadini».

Federico Rampini: «Con uno sguardo storico all’integrazione dal 1957 in poi, si è spesso sostenuto che la Comunità europea ha fatto progressi prodigiosi perché era cementata dalla paura di un aggressore esterno, cioè l’impero sovietico. Si può andare avanti verso l’Europa unita […] senza una minaccia esterna?»

Risposta di Monti: «Ma secondo me il peso delle minacce esterne è ancora uno dei motori dell’integrazione europea. Anche se la minaccia cambia natura: la minaccia esterna di oggi si chiama concorrenza. Questo è un fattore potente di spinta per l’integrazione, anche se l’Europa reagisce troppo lentamente a questa minaccia. […] Un altro fenomeno che viene percepito come minaccia esterna, e che sta spingendo l’Europa verso una maggiore integrazione, è la “minaccia immigrazione”. […]
QUINDI LE PAURE SONO STATE ALL’ORIGINE DELL’INTEGRAZIONE, LE PAURE HANNO CAMBIATO NATURA, PERÒ RIMANGONO TRA I MOTORI DELL’INTEGRAZIONE».


2) Jean Claude Juncker (ex presidente dell’Eurogruppo), 21 dicembre 1999, Der Spiegel, sul modus operandi della Commissione Europea:

«Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere cosa succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché LA MAGGIOR PARTE DELLA GENTE NON CAPISCE NIENTE DI COSA E’ STATO DECISO, andiamo avanti passo dopo passo fino al PUNTO DI NON RITORNO».

Nota: si tratta dello stesso Juncker che ha detto questa cosa qui lo scorso gennaio.http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2013/01/10/Crisi-Juncker-disoccupazione-Ue-drammatica_8051214.html

Proseguiamo:

3) Tommaso Padoa Schioppa, autunno 1999, Commenataire n. 27 (estratto qui: http://pmcouteaux.org/cabris/cabris2.html), sulla nascita dell’Unione Europea:

«La costruzione europea è una rivoluzione, anche se i rivoluzionari non sono dei cospiratori pallidi e magri, ma degli impiegati, dei funzionari, dei banchieri e dei professori. […] L’EUROPA NON NASCE DA UN MOVIMENTO DEMOCRATICO. […] Tra il polo del consenso popolare e quello della leadership di alcuni governanti, l’Europa è nata seguendo un metodo che potremmo definire con il termine di DISPOTISMO ILLUMINATO».


4) Romano Prodi, 4 dicembre 2001, Financial Times
(citato qui - http://blogs.wsj.com/source/2011/10/31/did-the-euros-architects-expect-it-to-fail/),
sui futuri problemi che l’Euro avrebbe causato:

«Sono sicuro che l’Euro ci costringerà a introdurre un nuovo insieme di strumenti di politica economica. Proporli adesso è politicamente impossibile. MA UN BEL GIORNO CI SARÀ UNA CRISI e si creeranno i nuovi strumenti».


5) Giuliano Amato, 12 luglio 2007, EuObserver, sulle modalità con cui fu scritto il Trattato Lisbona:

«Essi [i leader Europei] hanno deciso che il documento avrebbe dovuto essere illeggibile.
Essendo illeggibile allora non sarebbe stato costituzionale […] Se fosse stato comprensibile, ci sarebbero state ragioni per sottoporlo a referendum, perché avrebbe significato che c’era qualcosa di nuovo [il riferimento qui è alla Costituzione Europea bocciata nel 2005, nda].
I primi ministri non produrranno niente direttamente perché si sentono più al sicuro con la cosa illeggibile. Essi possono presentarla meglio, in modo da EVITARE PERICOLOSI REFERENDUM».


6) Jacques Attali (uno dei padri fondatori dell’Unione europea e dei Trattati europei), 24 gennaio 2011, all’Università partecipativa: http://www.youtube.com/watch?v=jXBLvGuNVuU&feature=player_embedded

«Abbiamo minuziosamente “dimenticato” di includere l’articolo per uscire da Maastricht.. In primo luogo, tutti coloro, e io ho il privilegio di averne fatto parte, che hanno partecipato alla stesura delle prime bozze del Trattato di Maastricht, hanno…o meglio ci siamo incoraggiati a fare in modo che uscirne … sia impossibile. Abbiamo attentamente “dimenticato” di scrivere l’articolo che permetta di uscirne. NON È STATO MOLTO DEMOCRATICO, naturalmente, ma è stata un’ottima garanzia per rendere le cose più difficili, per costringerci ad andare avanti».


7) Mario Monti, 22 febbraio 2011, convegno Finanza: comportamenti, regole istituzioni, Università Luiss Guido Carli, sul bisogno crisi come strumento di governo. Intervista video disponibile qui (dal minuto 5 e 16 secondi): http://www.youtube.com/watch?v=STEvyznA2Ew

«Non dobbiamo sorprenderci che L’EUROPA ABBIA BISOGNO DI CRISI E DI GRAVI CRISI PER FARE PASSI AVANTI. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto visibile, conclamata».


8) Helmuth Kohl, 9 aprile 2013, Telegraph (traduzione qui - http://www.wallstreetitalia.com/article/1543022/debito/kohl-per-avere-euro-mi-sono-comportato-da-dittatore.aspx -  sull’ingresso nell’Euro da parte della Germania:

«Sapevo che non avrei mai potuto vincere un referendum in Germania. Avremmo perso il referendum sull’introduzione dell’euro. Questo è abbastanza chiaro. Avrei perso sette a tre. […] NEL CASO DELL’EURO, SONO STATO COME UN DITTATORE».

E adesso, chi vuole continuare a sognare continui pure a farlo.

(Daniele Della Bona)

http://memmt.info/site/le-radici-antidemocratiche-delleuro-nelle-parole-dei-suoi-stessi-padri-fondatori/

Post più recenti Post più vecchi Home page