sabato 19 ottobre 2013

EURO, MERCATI, DEMOCRAZIA 2013 – COME USCIRE DALL’EURO

a/simmetrie in collaborazione con il Dipartimento di Economia dell’Università Gabriele d’Annunzio organizza l’edizione 2013 del convegno internazionale Euro, mercati, democrazia, intitolata
Come uscire dall’euro. L’evento si svolgerà nei giorni 26 e 27 ottobre, presso il centro congressi dell’Hotel Residence Serena Majestic a Montesilvano (PE), con la partecipazione di importanti relatori internazionali.

Programma dell’evento

I lavori del convegno si apriranno con una prolusione, tenuta sabato pomeriggio da Joao Ferreira do Amaral (Istituto Superiore di Economia e Management di Lisbona).
Seguirà la presentazione di relazioni sulla crisi dell’eurozona (di Bagnai, Borghi, Fusaro, Kawalec, Montero Soler, Panagiotis, Pozzi, Zezza).
Nel pomeriggio di domenica si terrà una tavola rotonda sul tema L’impatto della crisi economica sul mondo dell’informazione (partecipano Antonello Angelini, Stefano Feltri, Giulia Innocenzi, Vito Lops, Massimo Rocca, Simone Spetia).
I lavori si concluderanno con la presentazione del testo Euro e (o?) democrazia costituzionale, di Luciano Barra Caracciolo.

È prevista la traduzione simultanea.

Il programma dell’evento è disponibile qui
http://www.asimmetrie.org/wp-content/uploads/2013/10/EMD2013.pdf.


Iscrizione

Si partecipa all’evento acquistando un biglietto al prezzo di 35 euro a persona.

La sala può ospitare 360 persone.

PURTROPPO I POSTI SONO TUTTI ESAURITI

http://www.asimmetrie.org/euro-mercati-democrazia-2013-come-uscire-dalleuro/

LEGGE DI STABILITA'....CORNUTI E MAZZIATI....

La prima cosa da chiedersi circa questa strombazzata legge di stabilità è se serve al paese,se in qualche modo viene incontro ai problemi reali della situazione in cui siamo.
La risposta è un NO grande come una casa.Questa legge dell'immobilità serve solo a Letta per durare,farsi bello con gli usurai e continuare l'opera di distruzione distribuendo aspirine al malato in coma.
Nessun aiuto alla domanda (il vero problema),nessuna riforma strutturale,nessun taglio significativo alla casta e ancora tasse su tasse.Bisogna essere senza vergogna per dire che questa legge dà e non prende.
Ogni prelievo,giusto o meno,è comunque una tassa.
Se poi pensano con questa manovra di raggiungere l'aumento del Pil dell'1% per il 2014,stanno freschi....!
Senza contare che ora la legge passerà all'esame del Parlamento,dove probabilmente verrà stravolta,visto che a nessuno piace,nemmeno ai giornalacci di regime.
E' riuscito a scontentare tutti,nessuno escluso....cittadini,imprese,lavoratori,sindacati,politici e persino membri del governo....! Credo sia un record....
Questa sarebbe la tanto attesa legge che avrebbe dovuto risollevare il paese?
C'è da ridere che,dopo tante trombe e tamburi dei vari ascari governativi,un governo degno di tal nome se ne esca con questa barzelletta.E alla faccia delle prodi "sentinelle" antitasse...!
Il burattino degli usurai ha pure detto che la Legge di Stabilità sarà senza tagli sul sociale,ma si è dimenticato di dire che è stata varata una progressiva riduzione delle detrazioni Irpef, dal 19% al 17%, detrazioni previste per le spese mediche, per i farmaci, per le spese dei portatori di handicap, per gli asili nido e per la scuola, che per quanto mi riguarda sono tagli sulle spese sul sociale affrontate dai cittadini.

E ancora: "Siamo in grado di presentare al Parlamento la Legge di Stabilità in due tempi: il primo è quello di oggi, il secondo è quello del passaggio parlamentare"

Tradotto: abbiamo dato dei numeri a caso (in tempo per rispettare la scadenza del 15 ottobre fissata dall'accordo Two pack, che stabilisce anche l'obbligo di trasmettere il provvedimento alla Commissione europea entro la stessa data),ma sicuramente poi modificati ....così la colpa sarà del Parlamento se verranno eliminate certe odiose tasse...ma io avrò fatto bella figura coi padroni.....bravo,mette già le mani avanti .....

Ma di seguito vedremo i dettagli.


ECCO LE TASSE


1- Riduzione delle detrazioni Irpef, dal 19% al 17%,

2 - TRISE - mentre prima diverse famiglie, o perchè in affitto o perchè usufruivano delle detrazioni sulla prima casa , non pagavano l'Imu, ora tutte pagheranno la Trise che però dipenderà dalla situazione dei Comuni, che essendo stati tartassati in questi anni dallo Stato Centrale, ora sono alle prese con gravi dissesti finanziari.
Facendo pagare anche gli inquilini, i Comuni saranno anche liberi di alzare le aliquote Imu sulle seconde case, essendo i proprietari sgravati parzialmente di alcuni oneri, quindi sig. Letta sarebbe stato corretto dire che lei in quanto esponente dell'Amministrazione Centrale non ha alzato le tasse, ma ha lasciato libere le Amministrazioni Periferiche di farlo ampiamente.
In questa jungla di sigle vecchie e nuove.... Tari, Tasi,Tarsu,Tia,Imu,Trise...vedrete che alla fine l'unica cosa certa sarà che tutti pagheranno di più.

3 - CREDITI D'IMPOSTA - i rimborsi che spettano ai cittadini per aver pagato più tasse del dovuto,vengono ridotti all'85%....possibile anche al 75%,in base alla clausola di salvaguardia (valida anche per altri capitoli,come il punto 1).
La clausola di salvaguardia è una misura che sostituisce coperture rivelatisi insufficienti,in pratica si procede ad un ulteriore adeguamento di tassazione.

4- BOLLO- imposta forfettaria di 16 euro su tutti gli atti trasmessi  in via telematica a/da  tutti gli uffici pubblici
Aumento dall'1,5 per mille al 2 per ogni comunicazione di transazioni finanziarie.

5 - IMPOSTA DI REGISTRO - per ogni transazione immobiliare una imposta minima di 1000 euro.
Una tassa che andrà a colpire le transazioni minime,dei più deboli.Pensate a piccoli appartamenti,in piccole località

6- PENSIONI - Stop all'adeguamento dai 3000 euro in su e contributo del 10% alla pensioni oltre i centomila euro.Si dirà che quest'ultima misura (già bocciata dalla Corte Costituzionale in passato,e probabilmente pure ora) è una misura giusta....è vero,trattasi di pensioni scandalose...ma sempre tassa è.
E comunque non servirà minimamente a coprire il problema esodati

7- SIGARETTE quasi sicuramente aumenteranno di 40 centesimi i pacchetti di sigarette.
Inoltre é pure allo studio una tassa (iva) sui morti....sulle esequie...!


Ora,mentitore Letta...queste cosa sono...?
Questa è pipa, non è un capitone! direbbe Totò...
Chiamale come vuoi,ma sono TASSE...misero ometto!


Ma vediamo il piatto forte di questa pagliacciata di legge...il CUNEO FISCALE,il LAVORO

Da calcoli della CIAG di Mestre pare che chi ha ancora la fortuna di lavorare,si trovi dagli 8 ai 14 euro mensili in busta paga.Una misura eccezionale per dar respiro alle famiglie e alla domanda...!!! Incredibile...senza vergogna...!

Secondo l’OCSE il cuneo assorbe il 47,6 per cento del costo del lavoro, contro una media del 35,6 per cento dell’insieme dei paesi OCSE....l'intervento é di 2,5 miliardi nel 2014....una caccola...
Pochi euro al lavoratore e scarso beneficio alle aziende...meglio non parlare di competitività...una presa in giro...(i sindacati avrebbero voluto almeno 5 miliardi, rifacendosi allo stesso provvedimento del governo Prodi che, evidenziano, comunque non servì a cambiare il potere d'acquisto dei lavoratori e non fu creato "alcun posto di lavoro in più".)
E l'Europa vuole fortissimamente che  il salario diminuisca in termini reali.

A questo punto,inutile farsi illusioni.... qualunque manovra che si muova dentro la cornice attuale dei vincoli europei, il deficit pubblico entro il 3%, non può riuscire a invertire un bel nulla e quindi a metterci al passo delle aree centrali d’Europa.
Si contrastano due visioni incompatibili del mondo economico: l'attuale della teoria classica ricardiana e suoi rampolli neoliberisti e quella keynesiana.
L'una pensa che l'austerità (con annessi e connessi) risolverà il problema motu proprio,l'altra  sostiene che senza immissione di denaro nel sistema da parte dello Stato non può crearsi nessuna domanda e occupazione in periodo recessivo.
Una vede nell'offerta,nella produzione di beni (ma chi li compra poi?) il compito principale di un sistema economico,nell'illusione che l'offerta crei la domanda,
Keynes pensava,e con ragione,il contrario.Senza domanda,niente produzione,niente occupati e niente redditi.
Stiamo andando contro ogni logica economica,come diversi Nobel e sempre più studiosi affermano.

Morale: nel 2014 la pressione fiscale dovrebbe ridursi dal 44% al 43,3%....meno 0,7%....ridicolo...!!
Dopo tanto tromboneggiare sul cuneo fiscale,la montagna partorisce il topolino...!
Ma non è nemmeno detto che sia così,stante il pacco di tasse appioppateci con questa legge....e considerato il recente aumento dell'Iva...
Siamo ormai abituati a vedere previsioni puntualmente smentite,corrette e ricorrette da questi genii....e ci si permetta pure di dubitare di una crescita prevista del Pil dell'1% (già FMI parla dello 0,7%) e del deficit stabilito al 2,5% (sotto quindi il  tetto del 3% imposto dagli usurai)...cosa pressoché impossibile.

La manovra per il 2014 è poco più di 11 miliardi,di cui 3 senza copertura.Tanto per capire i numeri che stanno dando....anche per il triennio...Eventualmente,se il burattino cade,sarà sul groppone del nuovo governo....
Che fine farà poi la seconda rata IMU di dicembre,non è ancora dato sapere.

- SANITA'- l'unica cosa che avrebbero dovuto fare (invece di gloriarsi ridicolmente di "nessun taglio alla sanità") risparmiando una decina di miliardi,non era diminuire i letti,licenziare personale o tagli indiscriminati....ma applicare finalmente i COSTI STANDARD...e cioè che una siringa,strumenti e attrezzatura ospedaliera varia costino la stessa cifra a Palermo e a Milano....e non con differenze fino al 400%...!!
Che fa invece la ministra Lorenzini? Li seppellisce.....brava...poi ci dirà come farà a ridurre questi intollerabili sprechi...!.

Ma in questa boiata di legge inutile,anzi tutto sommato dannosa...c'è una chicca a sorpresa,in pratica una sola categoria può dirsi beneficiata. BANCHE e ASSICURAZIONI.....e te pareva...ancora una volta...!

- SCONTO FISCALE sulle sofferenze,grazie ad una norma che riduce da 18 a 5 anni l'arco di tempo in cui le banche possono dedurre la svalutazione crediti.La stima di tale provvedimento comporterà una crescita di utili mediamente del 7% nel 2014 e dell'11% nel 2015.E il parassita presidente ABI Patuelli,un rottame politico della prima Repubblica ancora a galla,ha pure il coraggio di dire che è insufficiente...!!
Intervento stimato in circa 2 miliardi nel triennio...con soldi pubblici...siamo alla follia...!


ma non è finita...


- DERIVATI- lo Stato garantirà il gioco d'azzardo delle banche sui derivati,smobilitando liquidità dai conti della Tesoreria.....incredibile...! Lo Stato garantisce le sporche speculazioni,spesso fallimentari (non ne hanno ancora avuto abbastanza dei bagni presi...?) di banche private coi soldi dei cittadini ,dei lavoratori che beccano 14 euro al mese di aumento in busta paga.......bisognerebbe picchiare a sangue questa gentaglia!


Tutto questo mentre il premier sguattero stava in Usa a magnificare il suo operato,incassando un "impressionante" per capacità dall'altro suo emulo in cazzate,il prode O'bamba...ridicolizzato ormai in tutto il mondo....un fallimento dietro l'altro,compresa la manfrina sul debito Usa,ancora in ballo fra qualche mese...

Ora attendiamo fiduciosi che qualcuno di questi ottusi servi incompresi si presenti a Ballarò e dai Santori-Formigliosi-Fazi a spiegare la "ripresa", l'aumento degli "inoccupabili" e la definitiva distruzione del sistema produttivo.
Allora, ci sarà da divertirsi.


dal blog DALLAPARTEDELTORTO - http://www.stavrogin2.com/2013/10/legge-di-stabilitacornuti-e-mazziati.html

venerdì 4 ottobre 2013

LETTA, SACCOMANNI, IL RAPPORTO DEFICIT PUBBLICO/PIL

Letta, Saccomanni, il rapporto deficit pubblico/Pil e le frazioni…


Lo scorso 12 settembre la BCE (Banca Centrale Europea) ha fatto scattare i campanelli d’allarme evidenziando che per l’Italia c’erano “rischi crescenti per il conseguimento dell’obiettivo di disavanzo” al 2,9% del Pil per il 2013.
Dopo l’annuncio “choc” di Francoforte (che ha avuto l’effetto della classica doccia fredda, dal momento che avrebbe certificato l’ennesima inutilità dei sacrifici che ci vengono richiesti a colpi di austerità) sono seguite le rassicurazioni del Presidente del consiglio, Enrico Letta, il quale ha garantito che “ci sono tutte le condizioni perché non si sfori il 3%” e promesso che ”terremo i conti sotto il 3%”.
Il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, da par suo, ha garantito perentoriamente che “non è in discussione il rispetto dei parametri del 3% di deficit da parte dell’Italia”; salvo poi correggere il tiro il giorno seguente riconoscendo che le variazioni sul deficit saranno “scostamenti dal 3% minimi e gestibili” con manovre già programmate -

Tutta l’isteria legata al possibile sforamento di questo fatidico 3% nel rapporto fra disavanzo pubblico e Pil (del quale parleremo più avanti) è legata al fatto che il rispetto di questo parametro “evita di ritornare sotto procedura per deficit eccessivo” , ossia ritornare sotto la lente d’ingrandimento della Commissione Europea, come ha prontamente ricordato il Commissario europeo per gli affari economici e monetari, Olli Rehn, a Letta e compagni, durante la sua visita ufficiale in Parlamento del 17 settembre: “La procedura di deficit eccessivo per l’Italia è chiusa, ma l’Italia dovrà onorare, essere all’altezza degli impegni assunti“, pena la riapertura della “procedura disavanzo eccessivo”

Saccomanni, nel successivo incontro con Rehn, ha ribadito e garantito il pieno rispetto degli impegni presi dall’Italia ; anche perché – come due giorni dopo spiegava una fonte anonima interna alla Commissione Europea - Bruxelles non è disponibile a negoziare lo sforamento del limite del 3% nel rapporto tra deficit pubblico e Pil italiano: “Il limite del 3% resta e non è negoziabile”

Intanto, dal governo continuavano ad arrivare rassicurazioni sul fatto che ci non sarebbe stata una nuova manovra economica ma al massimo delle piccole correzioni , che in soldoni significa nuove tasse o nuovi tagli alla spesa (o un mix di entrambe le cose). Era il 19 settembre.

Il giorno seguente è quello decisivo, dal momento che il ministero dell’Economia pubblica la nota di aggiornamento al 
Documento di EconomieFinanza

http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/NOTA_AGG_DEL_DEF_xONLINEx_PROTETTO_24-09-2013.pdf

in cui vengono aggiornate le previsioni sull’andamento macroeconomico dell’anno in corso e in base alle quali vengono poi operate eventuali correzioni a livello di finanza pubblica e di manovre economiche.


Nel documento del ministero viene certificato ciò che ormai tutti sapevano: la nuova previsione sul rapporto deficit pubblico e Pil si attesta al 3,1%, al di sopra dunque dei parametri inderogabili europei.





Il premier Letta corre subito a rassicurare tutti: “Confermo l’impegno a stare sotto il 3% alla fine dell’anno. [...] Il passaggio riguarda un aggiustamento di uno 0,1% che è assolutamente alla portata e che non necessiterà interventi particolarmente rilevanti”

Ma i grattacapi non finiscono qui: il 27 settembre infatti, il Fondo Monetario Internazionale annuncia nelle sue previsioni un rapporto fra il deficit pubblico e il Pil al 3,2% nel 2013



Questa la cronaca (scusate la pesantezza ma serviva a delineare il contesto cui facciamo riferimento). La domanda a cui vorrei cercare di rispondere nelle prossime righe è la seguente: cosa è esattamente questo 3%? Cioè, come viene calcolato? E, soprattutto, quali fattori determinano una sua variazione?
Lo so, le domande sembreranno banali a molti. Ma sono convinto che, se si comprendono adeguatamente le risposte, si può apprezzare come, proseguendo sulla strada del rigore, dell’austerità, della tassazione insostenibile e dei sacrifici, ciò che si profila all’orizzonte non saranno altro che ulteriore rigore, austerità, tasse ancor più insostenibili e maggiori sacrifici.


Un salto fra i banchi di scuola (elementare)

Dunque, come prima cosa dovremo fare un piccolo ripasso delle frazioni. Sì, le odiate frazioni che ci hanno attanagliato per tutte le scuole elementari, quella roba lì. Vi ricordate: una frazione è un modo per esprimere una certa quantità basandosi sulla divisione di un oggetto in un certo numero di parti della stessa dimensione. Ad esempio, se si taglia una torta in due fette uguali, ciascuna di esse rappresenterà un mezzo di torta (che si scrive così: 1/2); due mezzi costituiscono l’intera torta (2/2), e quattro mezzi formano due torte (4/2).

Ogni frazione è composta da due numeri: il numeratore (il numero in alto, al di sopra della linea di frazione) e il denominatore (il numero in basso, al di sotto della linea di frazione). Quest’ultimo indica il numero totale di parti uguali che compone l’intero oggetto in questione (nel nostro esempio la torta è stata divisa in due parti uguali); mentre il numeratore ci dice quante di queste parti sono state prese.

Se fin qui ci siamo, facciamo un piccolo passo avanti e vediamo come ogni frazione possa essere espressa con un valore percentuale equivalente. Per esempio, è abbastanza intuitivo per chiunque sapere che metà torta (1/2) equivale al 50% dell’intera torta. Ma cosa succede se cambiamo i numeri: per esempio, quanti di voi sanno a che valore percentuale equivalgono 3/8 di una mela?

Per rispondere basta effettuare una semplice proporzione. Una proporzione, come probabilmente saprà a menadito ogni bambino di terza elementare, è un’uguaglianza fra due rapporti. Nel nostro caso se ciò che ci interessa è esprimere un rapporto (una frazione) nel suo valore percentuale equivalente basterà esprimere questo valore in centesimi. Partendo per esempio da 3/8 basterà risolvere la seguente proporzione:


In questo caso quindi il rapporto fra 3/8 è uguale al rapporto fra x/100 (cioè al rapporto fra 3 ed 8 espresso in centesimi), dove x rappresenta un valore a noi sconosciuto. Ma, dal momento che la proprietà fondamentale delle proporzioni ci dice che il prodotto dei medi è uguale al prodotto degli estremi. Ossia, nel nostro caso, che 3 moltiplicato per 100 è sempre uguale a 8 moltiplicato per la nostra x. Per trovare x sarà sufficiente moltiplicare 100 per 3, e dividere il tutto per 8:



Risultato: 37,5%. Quindi, 3/8 della mela equivalgono al 37,5% della mela.


Il rapporto fra deficit pubblico e Pil


Analogamente alle frazioni che abbiamo appena visto anche il fatidico parametro del 3% esprime un rapporto fra due numeri (in questo caso espresso in centesimi, ossia in valore percentuale).

Il denominatore di questo rapporto (il numero al di sotto della linea di frazione) è costituito dal Prodotto interno lordo (chiamato Pil) annuale di un Paese; mentre il numeratore (il numero al di sopra della linea di frazione) è costituito dal saldo annuale del settore pubblico; che a sua volta è ricavato dalla differenza fra il la spesa pubblica totale e le entrate totali (se la spesa supera le entrate avremo segno meno, saldo pubblico in disavanzo o deficit; viceversa se le entrate superano le spese avremo segno più, saldo pubblico in avanzo o  surplus). Quindi, questa è formula in questione:


Per esempio, secondo il Documento di Economia e Finanza di aprile 2013, il Pil nominale dell’Italia nel 2012 (il nostro denominatore) è stato di 1.565.916 milioni di euro (ossia oltre 1.500 miliardi di euro); le entrate totali sono state pari a 756.879 milioni di euro e le uscite totali 794.512 milioni di euro. Pertanto il saldo pubblico (totale entrate – totale uscite) è stato pari a un deficit di 46.633 milioni di euro (poco più di 46 miliardi di euro). Adesso, possiamo sostituire i numeri nella nostra frazione:


Non ci resta che calcolare lo stesso rapporto in centesimi, ossia in valore percentuale, attraverso una semplice proporzione (come abbiamo visto prima con l’esempio della mela):


Per chi si fosse annoiato fin qui, adesso arriva la parte divertente: cosa succede per esempio se il nostro denominatore diminuisce (cioè se il Pil cala)? La risposta è: dipende. Se, per esempio, il numeratore resta invariato allora il nostro rapporto percentuale (la nostra x per intenderci) sarà per forza di cose maggiore; mentre se numeratore e denominatore variano in egual misura (cioè subiscono la stessa variazione in termini relativi) allora il loro rapporto resterà invariato.

Bene, facciamo un ulteriore passa in avanti e consideriamo un altro aspetto cruciale: in macroeconomia ogni variazione del valore di una variabile determina quasi sempre la variazione del valore di altre variabili. Nel nostro caso: dal momento che il Pil rappresenta il totale di tutti i redditi prodotti in aggregato nel corso di un certo periodo (nel nostro caso un anno) e il totale delle entrate costituisce una certa quota di reddito che viene pagata allo Stato, una variazione del Pil difficilmente non avrà alcuna ripercussione sull’ammontare del gettito fiscale (sul totale delle entrate); quindi, se il Pil diminuisce, per mantenere invariato il gettito fiscale qualcuno potrebbe pensare che sia opportuno aumentare il livello di tassazione per mantenere stabile il gettito e quindi lasciare invariato il nostro rapporto saldo pubblico e Pil. Ma attenzione, perché se ci pensate bene un aumento delle tasse fa diminuire il reddito complessivo e di conseguenza il Pil, dal momento che se la gente deve pagare più soldi di tasse spende necessariamente di meno e quindi fa diminuire il reddito altrui. Inoltre, nella prospettiva di un aumento dell’imposizione fiscale, le persone diventeranno più prudenti nello spendere e cercheranno di risparmiare maggiormente. Ma, se tutti cominciano a risparmiare e diminuiscono la propria spesa, il reddito complessivo finisce inevitabilmente col diminuire (Keynes lo chiamava paradosso della parsimonia) e così, alla fine, anche il Pil  (la somma di tutti i redditi prodotti) cala ulteriormente. Insomma, proprio un bel guaio.

Qualcuno dirà quindi: “Basterà agire sull’altra componente del saldo pubblico: la tanto vituperata spesa pubblica. Se, come nell’esempio di prima, se il Pil cala, basterà tagliare la spesa per migliorare il saldo pubblico e quindi mantenere il rapporto fra saldo pubblico e Pil stabile”. Attenzione, di nuovo: un fetta del Pil, infatti, circa il 20 per cento in Italia, è costituita dal reddito che viene prodotto proprio attraverso la spesa pubblica (non di tutta la spesa pubblica, ma di quella che genera tutti i redditi dei dipendenti pubblici: insegnanti, medici, funzionari…; più la cosiddetta spesa per consumi intermedi per beni  e servizi: nuove apparecchiature mediche, ambulanze…). Dunque, se si taglia parte di questa spesa, si taglia inevitabilmente anche una parte di Pil. Ma non finisce qui, perché la mancanza di reddito che deriva dai tagli alla spesa si tradurrà in una minor spesa da parte dei soggetti che non hanno più quel reddito (per esempio un insegnate), che saranno costretti a stringere la cinghia per un po’ e rivedere i propri piani di spesa. Questo determinerà un minor reddito per qualcun altro ancora, che non beneficerà per esempio proprio della spesa dell’insegnate (quindi ulteriore calo del Pil) e lo stesso accadrà per un’altra persona ancora (altro calo del Pil): come diceva Keynes, “la spesa di qualcuno è il reddito di qualcun altro”. Inoltre, se queste persone avranno un reddito minore o addirittura nullo anche il gettito fiscale rischierà di diminuire, dal momento che la base di redditi da tassare risulterà minore, altro guaio insomma.

Ma quindi – si chiederà qualcuno – se aumenta la spesa pubblica che rientra nella voce del Pil aumenta anche il Pil stesso?”. Certo, è la contabilità nazionale bellezza. Se lo Stato aumenta autonomamente la quantità di reddito attraverso la sua spesa, i privati che ricevono questo reddito cominciano a spenderlo e incrementano il reddito altrui e così via generando un effetto espansivo maggiore della spesa iniziale (si chiama moltiplicatore keynesiano). Inoltre, se per questa via aumenta il reddito complessivo anche il gettito fiscale sarà maggiore senza bisogno di introdurre nuove tasse, dal momento che la base imponibile risulterà aumentata. E quindi il saldo pubblico potrebbe rimanere invariato in termini assoluti ma il Pil risulterebbe aumentato e quindi il rapporto fra le due grandezze sarebbe assai più basso, dal momento che il denominatore (il Pil) risulterà aumentato dalla spesa pubblica iniziale e dall’effetto espansivo derivante.

Ecco, come avrete capito, i governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno sempre seguito, proni ai dettami della Commissione Europea, della BCE e del Fondo Monetario Internazionale, la strada dei tagli alla spesa pubblica e dell’aumento delle imposte, che come risultato ampiamente prevedibile hanno condotto a un calo del Pil e al conseguente aumento del suo rapporto con il saldo pubblico. Dal Documento di Economia e Finanza dell’aprile 2012 (tabella a p.14), per esempio, si può apprezzare come l’azione del governo sul fronte dei tagli alla spesa e aumento dell’imposizione fiscale nel tentativo di migliorare il saldo pubblico in rapporto al Pil non abbia fatto altro che aggravare la situazione e metter sempre più in ginocchio aziende e famiglie nel corso del 2012 nel tentativo vano di migliorare il saldo pubblico.



Le manovre operate da Tremonti prima e Monti poi, tutte a suon di tagli alla spesa 
pubblica e tasse, hanno contratto il Pil, come emerge dai dati (dal + 3,1 previsto ad aprile 2011 al +1,6 stimato a dicembre, sempre in termini nominali), ma avevano la presunzione di migliorare il rapporto fra saldo pubblico e Pil (ad aprile si stimava un indebitamento netto del 2,7% del Pil e di solo 1,2 % a dicembre).

In realtà, le cose non sono andate affatto così, come si può apprezzare dal successivo Documento di  Economia e Finanza (aprile 2012) le previsioni sia di crescita del Pil che dell’indebitamento netto del settore pubblico erano già peggiorate. Il Pil era sceso a un modesto + 0,5 % in termini nominali (-1,2 % in termini reali) e l’indebitamento netto del settore pubblico si situava all’1,7 % del Pil:



A luglio del 2012 viene varato dal governo Letta il decreto sulla cosiddetta spending review, che prevede tagli alle spese per 0,25 punti di Pil; il risultato è un ulteriore contrazione del Pil e un peggioramento del rapporto fra deficit pubblico e Pil, come certificato dalla nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza di settembre 2012:



A fine anno il risultato sarà un rapporto deficit/Pil al 3% e un calo del Pil nominale dello 0,8% (del 2,4% in termini reali).

E, se si guarda al 2013, il percorso sembra identico: ad aprile 2012 la crescita prevista del Pil nominale era 2,4 %, con un indebitamento netto dello 0,5 % del Pil; a settembre 2012 la stima del Pil era scesa al’1,2 %, con un indebitamento netto al dell’1,6 %; ad aprile 2013 la crescita prevista per il Pil nominale era 0,5 %, con un indebitamento netto al 2,9 % del Pil; infine, a settembre 2013 l’ultima previsione parla di un calo del Pil nominale dello 0,5 %, con l’indebitamento netto al 3,1 % del Pil.

E le stime di crescita appaiono ottimistiche come sembra evidenziare la previsione del Fondo Monetario Internazionale e considerando che l’Istat, a settembre, ha registrato un calo annuo del Pil reale già acquisito dell’1,8% (fonte).

Le ragioni di tanta follia

Qualcuno a questo punto si chiederà: “Ma se la strategia improntata sui tagli della spesa e sull’incremento della tassazione è così sbagliata – come evidenziato ormai a più riprese da primi nobel come Paul Krugman e Joseph Stiglitz (di stampo ortodosso e non certo vicini alla Modern Money Theory o alle scuole di pensiero economico cosiddette eterodosse) e riconosciuto in parte dagli stessi autori (come documentai qui); senza dimenticare che sia il Fondo Monetario Internazionale, che la Banca Centrale Europea hanno riconosciuto l’esistenza di moltiplicatori della spesa pubblica positivi e ben maggiori di uno – perché si continua su questa strada?“

Beh, la prima ragione è di carattere ideologico: lo Stato è visto come un’entità inefficiente, corrotta, che va limitata ad ogni costo, in modo che si possa lasciare spazio e mano libera al mercato, che sarebbe invece più efficiente.

La seconda è di natura tecnica ed è legata indissolubilmente a una logica di profitto dei mercati finanziari: gli Stati dell’Eurozona più in difficoltà, infatti, sono debitori esteri netti (in gran parte nel settore privato, come si può vedere qui): cioè devono restituire i soldi presi in prestito a creditori privati esteri (banche tedesche, francesi…), una politica espansiva interna non coordinata con gli altri Stati genererebbe un acuirsi degli squilibri esterni, dal momento che la creazione di nuovo reddito farebbe aumentare l’importazione di beni esteri e quindi, come conseguenza, il già elevato indebitamento con l’estero. E i creditori esteri, Germania in testa, sono refrattari a qualsiasi politica fiscale di tipo espansivo a casa propria, figuriamoci nei paesi periferici.

Inoltre, come sottolineato in tempi non sospetti dai maggiori esponenti della Modern Money Theory – ma come confermato di recente anche da Paul Krugman o Paul De Grauwe (non proprio due di passaggio: De Grauwe insegna alla London School of Economics per esempio) – gli Stati dell’Eurozona non hanno più il controllo sulla propria valuta (vedi qui come avveniva prima): cioè non la possono più emettere autonomamente ma sono costretti a chiederla in prestito ai mercati dei capitali privati per poter finanziare la propria spesa e di conseguenza sono costretti di fatto - come osservava Randall Wray già nel lontano 1998 - a “gestire la propria politica fiscale in una valuta straniera; la spesa in deficit richiederà prestiti in quella valuta straniera secondo i dettami dei mercati privati” (Understanding Modern Money: The Key to Full Employment and Price Stability, 1998, p. 91-92) e “dal momento che gli Stati membri adesso dipendono dagli investitori per finanziare la propria spesa, non riuscire ad attrarre investitori significa non avere la possibilità di spendere. Inoltre, a causa di un rallentamento dell’economia, le entrate di uno Stato membro potrebbero non essere in linea con le sue spese, in questo caso gli investitori chiederanno un bilancio in pareggio, molto probabilmente attraverso tagli alla spesa. In altre parole, le forze di mercato potranno richiedere una politica fiscale pro-ciclica durante una recessione, aggravando gli effetti recessivi” (questo era Mathew Forstater nel 1999, The European Economic and Monetary Union: Introduction. Eastern EconomicJournal 25, no. 1, p. 33).

Ma, nonostante il gioco sia destinato a lasciare macerie dietro di sé e a fare più vinti che vincitori, esso è comunque funzionale all’imposizione di un certo tipo di politica economica e alla creazione nuovi assetti sociali: minore Stato sociale, minori diritti sociali, minori salari e privatizzazione della gestione dei servizi essenziali a favore dei privati. E ormai se ne stanno accorgendo in tanti.

(Daniele Della Bona)

http://memmttoscana.wordpress.com/2013/10/03/letta-saccomanni-il-rapporto-deficit-pubblicopil-e-le-frazioni/


Pubblicato da Fabio Di Lenola  sul gruppo FB Teniamoli d'occhio tutti - https://www.facebook.com/groups/teniamolidocchio/

martedì 1 ottobre 2013

DRAGHI: “TAGLIARE I SALARI NELL’EUROZONA”

Come al solito,occorre cercare con pazienza in rete e scovare notizie che non trovi da nessuna altra parte,opportunamente occultate dai media di regime.

Il Presidente della Bce Mario Draghiha preso parola in una conferenza dall’oscuro titolo “l’Europa e l’euro – un affare di famiglia”, organizzata dall’impronunciabile Bundesverband der Deutschen Industrie and Bundesvereinigung der Deutschen Arbeitgeberverbände. (16 September 2013)

http://www.bis.org/review/r130916b.pdf

E che dice Draghi?
Molto semplice: le nazioni europee, soprattutto quelle in difficoltà, devono procedere attraverso un taglio dei salari dei lavoratori, col fine di aumentare la loro competitività (delle nazioni, s’intende).
Parole che pesano come un macigno nello scenario europeo: dopo la proposta del FMI di tagliare i salari del 10% in Spagna (e “moderarli”Francia - http://eurocrazya.wordpress.com/2013/08/06/fmi-alla-francia-moderare-salari-e-tagliare-welfare/) e il conseguente endorsement del vice-presidente della Commissione Europea, nonché commissario europeo per gli Affari economici e monetari, Olli Rehn(http://eurocrazya.wordpress.com/2013/08/03/fmi-tagliare-i-salari-in-spagna/), ora anche il terzo membro della Troika si schiera.

Ecco la traduzione del passaggio fondamentale del discorso di Draghi:

"La competitività può essere misurata in più modi, ma fondamentalmente è il confronto tra costi relativi e produttività relativa. All’interno dell’eurozona, dal momento che ogni stato condivide lo stesso tasso di cambio, una misura chiave di competitività è il costo relativo del lavoro in relazione alla produttività relativa – in altre parole, il costo unitario del lavoro.
Nella prima decade dell’unione monetaria, non si è prestata attenzione al costo del lavoro e alle sue implicazioni sulla competitività. Questo perché c’era la falsa presunzione che i conti delle partite correnti non fossero importanti in un’area con una moneta unicaIl risultato è stato che sono emersi squilibri di competitività. Abbiamo visto salari e produttività procedere su trend divergenti in molti paesi dell’eurozona. Per qualcuno di essi è venuto a crearsi un significativo gap di competitività che ha prodotto grandi deficit delle partite correnti.

Perché tutto ciò è importante?

Non solo perché persistenti deficit delle partite correnti creano delle vulnerabilità, come la dipendenza da finanziamenti esterni e un settore bancario super-indebitato, ma anche perché, a partire dal 2008, quei paesi che erano più competitivi hanno in media goduto di margini maggiori, minori livelli di debito pubblico, più crescita e più occupazione.

Chiudere il gap di competitività

Un modo per riacquistare competitività velocemente è quello di focalizzarsi sul numeratore del costo unitario del lavoro  i salari nominali. Un ulteriore approccio a lungo termine è quello di aumentare il denominatore – e cioè di raggiungere livelli più alti di produttività
A mio parere, oggi nell’eurozona abbiamo bisogno di entrambi.

Sul primo numero (salari nominali, ndr), nell’eurozona ci sono già incoraggianti segnali di riequilibrio in termini di competitività di costi.  In parte grazie alle riforme strutturali introdotte da diversi paesi, sta avvenendo un aggiustamento dei costi relativi, dopo che questi sono stati disallineati in passato......Ecco perché la sfida di lungo periodo di aumentare il livello di produttività è altresì fondamentale. Mentre l’aggiustamento dei costi aumenta la competitività solo in maniera relativa, gli aumenti di produttività, incrementando la crescita, possono beneficiare tutte le nazioni."


Ricapitoliamo: in un primo momento, Draghi ammette implicitamente chela causa della crisi non è l’eccessivo indebitamento pubblico dei PIIGS, cosa peraltro ormai ampiamente risaputa. No, la crisi è stata innescata da un eccessivo indebitamento del settore privato delle nazioni periferiche, in particolare del loro settore bancario, che ha aperto le porte a enormi (e incontrollati) afflussi di capitale che, ovviamente, hanno fatto nascere, usando le parole di Draghi, “grandi deficit delle partite correnti”. 

Questa è quindi la diagnosi ormai accettata anche dai più alti membri del PUDE. Passiamo alla cura: come uscire dalla crisi? Per non dare troppo nell’occhio, Draghi propone due vie: quella del taglio salariale e quella dell’aumento della produttività. La seconda, però, viene bollata come “misura di lungo periodo”: in poche parole, dato che siamo con l’acqua alla gola, lasciamola perdere e concentriamoci sulla prima.

Qual è l’esempio portato dal Presidente della Bce? La Spagna, ovviamente, la quale, come già precisato sopra, è stata oggetto di una precisa richiesta da parte del FMI appoggiata dalla Commissione Europea: tagliare i salari del 10%.

Conclusione - Le parole di Draghi non sono affatto sorprendenti per chi ha aperto gli occhi già da un pezzo: in assenza di un tasso di cambio flessibileshock esterni devono essere assorbiti dalla forza lavoro attraverso disoccupazione di massa e tagli salariali: la cosiddetta svalutazione interna.

Cari lettori, a questo punto sarete portati a pensare che tutte le maggiori testate giornalistiche italiane riportino le parole di Draghi con titoli funesti, del tipo: “Draghi, taglio dei salari unica soluzione”, o“La Bce ai governi europei: tagliate gli stipendi dei lavoratori”.
Invece no: tutti i maggiori quotidiani nazionali hanno ovviamente scritto che Draghi ha tenuto un discorso, senza però scrivere nemmeno una parola sulla proposta fondamentale fatta dal Presidente della Bce.

Il Corrierela Repubblicala Stampa, il Messaggero, il Secolo XIX,il Giornale e persino il Fatto Quotidiano. Tutti che blaterano di riforme, competitività, eccetera, facendo acrobazie per non menzionare quello che è il vero messaggio di Draghi.
Insomma, la solita mala informazione infarcita di leccaculismo e sottomissione al dogma unico del PUDE. (Partito Unico Dell'Europa)

http://www.corriere.it/economia/13_settembre_16/draghi-ripresa-fragile_5508c1a0-1eb0-11e3-808f-8b9926394b81.shtml
http://www.repubblica.it/economia/2013/09/16/news/draghi_tassi_interesse_crescita_occupazione-66620612/
http://www.lastampa.it/2013/09/16/economia/bce-draghi-ripresa-fragile-disoccupazione-troppo-alta-R2jxKZBkN044e6JhPXU0tJ/pagina.html
http://www.ilmessaggero.it/ECONOMIA/mario_draghi_bce_crisi_deficit_pil_riforme_borse_spread/notizie/326714.shtml
http://www.ilgiornale.it/news/economia/draghi-situazione-delleurozona-migliora-debito-alto-950598.html
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/16/eurocrisi-draghi-situazione-migliorata-ma-economia-resta-fragile/712726/


da

EUROCRAZYA

 - http://eurocrazya.wordpress.com/2013/09/16/draghi-tagliare-i-salari-nelleurozona/


Aggiornamento del 17 settembre, ore 21.09 
Segue anche questo brutto ceffo....Olli Rehn

"L'Italia, come la Francia e la Finlandia, è tra i paesi dell'Unione europea che non sono ancora riusciti a bilanciare la dinamica dei salari e della produttività.Bisogna rimettere equilibrio con un mix di misure su retribuzioni e produttività, perché "paesi come Francia, Italia e Finlandia gradualmente perdono la loro fetta di mercato sull'economia mondiale",...

http://www.milanofinanza.it/news/dettaglio_news.asp?id=201309171403456640&chkAgenzie=TMFI

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Vale la pena riportare tutti gli articoli di squallidi pennivendoli e confrontarli col testo inglese (forse credono che nessuno sappia questa lingua...) da pag.2 a pag.5....è vergognoso constatare che tutti saltano sistematicamente la stessa è più importante parte del discorso.
Ennesima occasione per rilevare la costante disinformazione nei confronti dei cittadini.

Ora veniamo al "salvatore della patria" Mr. Draghi che non fa che ribadire la volontà di questi usurai di distruggere popoli e nazioni.
E il bello è che l'analisi di Draghi sui motivi della crisi sono quelli che da sempre sosteniamo e che il prof.Bagnai ha dettagliatamente e chiaramente descritto nel suo libro "Il Tramonto dell'Euro".Tutte le parti in grassetto blù sono le tesi di Bagnai.E' incredibile !!!
E viene pure spazzato via il mantra del debito pubblico!
Solo che Draghi scambia l'effetto con la causa.


Non sono il costo del lavoro e la produttività scarsa la causa del deficit della partite correnti,ma proprio lo squilibrio economico,fiscale,di inflazione..... esistente fin dall'inizio tra i paesi dell'Eurozona,l'ingente afflusso incontrollato di capitali dai paesi del  Nord a quelli del Sud,il cambio fisso,l'impossibilità di svalutazioni difensive....tutte cose che lui scambia per effetti (direi artatamente,dopo l'analisi bagnaiana che ha fatto....non può non sapere queste cose il presidente della BCE...!)

Purtroppo la cura proposta  non farà che aggravare il male.

In primis perché c'è un problema di mancanza della domanda,e non di offerta.Quindi questa famosa produttività (il cui recupero lo stesso Draghi colloca avanti nel tempo) serve a poco ora,quando le aziende manco riescono a vendere quello che hanno in stock.Non è questo il problema arruale delle aziende,ma la scarsa domanda,i crediti statali non onorati (100 miliardii) e la difficoltà del credito per investimenti,il peso eccessivo della tassazione....

La domanda non c'è perchè é stata erosa una consistente fetta del potere d'acquisto di impiegati e salariati e del reddito nazionale (disoccupazione,precari....),insomma non ci sono soldi da spendere per le famiglie,senza cui la domanda interna non può ripartire.
E la cura Draghi che sarebbe? Tagliare i salari.....quindi abbassare ancora i redditi ,e naturalmente sempre quelli dei più deboli...!! Come se non fossero già a livelli di sopravvivenza...considerata anche la gragnuola di tasse che tre anni di sciagurata  austerity di governi filo-usurai ci hanno regalato... e continuano ancora oggi a regalarci...!

Produrre di più e guadagnare di meno.....la cura Draghi....non c'è male come piano di sterminio...
Se non usciamo alla svelta da questa gabbia di usurai e malfattori europei,posiamo cominciare a scavarci la fossa.
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