sabato 8 febbraio 2014

LA MAXIBALLA DEI 60 MILIARDI DI CORRUZIONE IN ITALIA

Ieri molti giornali, in particolar modo quelli di area centrosinistra, hanno titolato in prima pagina che la corruzione in Italia costa 60 miliardi di euro, facendo notare che questa cifra rappresenterebbe la metà della corruzione di tutta l’Europa.
Il Corriere della Sera (ndr...alias,Corriere della Serva) si è distinto nel riportare questa bufala con un titolone in prima pagina: “CORRUZIONE, PESO DA 60 MILIARDI”.
Fiumi di inchiostro sono stati gettati in autoflagellazioni masochiste, compiacimento indignato e sogghignante perché lo stesso attendibile rapporto metteva l’accento sulle cosiddette leggi ad personam di Berlusconi e considerazioni intellettualoidi sui vizi dell’Italia e la necessità di un’ondata moralizzatrice in salsa renziano-togata.
Noi di Qelsi ieri sulla nostra pagina facebook abbiamo chiarito invece come i 60 miliardi di corruzione fossero una colossale menzogna. E lo ribadiamo oggi, forti del fatto che anche i quotidiani nazionali fanno marcia indietro.
Infatti, “l’attendibile” rapporto prendeva lo spunto da una parte di una dichiarazione della Corte dei Conti italiana che citava studi che sostenevano che in Italia ci fossero 60 miliardi di corruzione. E presa la frase così com’era, la Commissione Europea la usava per stilare il suo rapporto citando il parere della stessa Corte dei Conti italiana. 
Peccato che quest’ultima – si vede che gli euroburocrati leggono solo la prima riga e non la seconda- sostenesse che gli stessi studi fossero privi di fondamento e riscontri.

La malafede sarebbe stata evidente a chiunque avesse preso la briga di verificare le fonti. Ma che cos’era quel famoso studio giudicato inattendibile dalla Corte dei Conti che sosteneva esserci una corruzione da 60 miliardi in Italia?
Cifre buttate a caso, come riporta oggi lo stesso Corriere della Sera senza fare un gigantesco mea culpa, di un’ipotesi in un tavolo di lavoro del 2004 della Banca Mondiale che sosteneva che al mondo la corruzione corrispondesse all’incirca a una media del 3,6% del PIL mondiale.
Quindi qualche buontempone improvvisato economista e statistico aveva diviso il 3,6% in egual misura Paese per Paese e l’Italia che all’epoca aveva un PIL da 1.700 miliardi avrebbe avuto l’irrealistica cifra di 60 miliardi.
La Germania secondo la stessa ipotesi ne avrebbe avuta per 80 miliardi. Però per la Germania, come è ovvio, il rapporto è andato, come doveva essere, nei cestini del dimenticatoio. Per l’Italia invece qualche euroburocrate ha avuto l’idea geniale di tirarlo fuori, dargli una spolverata, definirlo attendibile e fare un attacco senza precedenti al Belpaese.
Seguito a ruota dai giornali italiani stessi, che hanno preso il dato per oro colato senza darsi il patema di controllare da dove venisse questa maxiballa.
Ma lasciando stare i giornali italiani, la domanda è: perché la Commissione Europea ha fatto questo rapporto fraudolento e privo di qualsiasi fondamento?
Senza essere complottisti, basta leggere le uscite dei dirigenti di Bundesbank in queste settimane: “l’Italia deve vendere i suoi asset”.
Ecco il punto. Se l’Italia è un paese corrotto, come può permettersi di criticare la politica dell’Unione Europea e della Germania? Se ha risorse illimitate che finiscono nei rivoli del marcio, dell’evasione, della corruzione, perché la Germania dovrebbe sentirsi in colpa? Risolva da sé i problemi: venda le sue aziende migliori Finmeccanica, le Poste, l’Eni, privatizzi la Banca d’Italia e la Germania avrà fiducia nell’Italia.

Noi condividiamo che l’Italia debba risolvere i suoi problemi. A partire dalla permanenza in questa Unione Europea e da organi di disinformazione nel migliore dei casi irresponsabilmente superficiali.

(gianni candotto)

http://www.qelsi.it/2014/la-maxiballa-dei-60-miliardi-di-corruzione-in-italia/

OPERAZIONE BANKITALIA: TRE MOTIVI (SERI) PER NON ESSERE D’ACCORDO

Per comprendere se l’operazione del governo, approvata con l’intervento decisivo del presidente della Camera Laura Boldrini, sia profittevole per il Paese o un regalo alle banche private, è necessario analizzare come si sia decisa la nuova valutazione del capitale della Banca, i dividendi che erogherà ai quotisti rispetto a prima e fare una valutazione generale sulla governance.

Uno degli obiettivi di questa riforma è bloccare definitivamente la legge Berlusconi (Tremonti, ndr) 262 del 2005 che imponeva al Tesoro di rientrare in possesso delle quote della Banca d’Italia in mano agli istituti di credito privati entro tre anni dalla sua entrata in vigore. La legge è stata disattesa principalmente per volontà del duo Prodi-Padoa Schioppa e delle forti contrarietà degli istituti di credito privati, oltre che dei timori di condizionamento della stessa Bankitalia. La legge del 2005 sarebbe andata a sanare il conflitto di interessi di una Banca a proprietà privata e a diritto pubblico (Bankitalia non può fallire), venuto a crearsi con la privatizzazione degli istituti di credito negli anni ’90.
Fino ad allora il conflitto non sussisteva, in quanto la legge del 1936 dava la proprietà della Banca d’Italia agli istituti di credito ma quest’ultimi erano pubblici. Con questa legge si è scelto il percorso opposto: lasciare in mano ai privati pressoché il 100% di Bankitalia, percorso mai scelto in nessun Paese del mondo, mantenendo inalterato il conflitto di interessi.

Prima anomalia: la valutazione delle quote in mano ai privati di 7,5 miliardi.

Stimare il valore della Banca d’Italia è complesso data la natura pubblico/privata dell’istituto, in quanto le quote non possono essere valutate come azioni poiché non lo sono, non si può utilizzare il valore del patrimonio netto, né sarebbe stato quello del valore attuale dei dividendi futuri.
Dal punto di vista patrimoniale sarebbe impensabile assegnare pro quota il valore degli attivi dell’istituto di emissione. A bilancio ci sono riserve per 22,5 miliardi e un fondo rischi generali di 13,2 miliardi, accantonamenti specifici e per il personale di 8,1 miliardi e riserve di oro per 86,1 miliardi di euro.
Non è però su questo che dovrebbe essere calcolato il valore, in quanto frutto di accantonamenti precedenti derivati dall’esercizio delle funzioni pubblicistiche dell’ente.
 La strada che la commissione di esperti ha deciso di scegliere per stimare il valore è quello dei dividendi futuri (dividend discount model) e, con una valutazione arbitraria a ritroso, valutato in 420 milioni di euro il dividendo, si è calcolato il valore complessivo di 7,5 miliardi di euro. Se si fosse preso il valore dei dividendi assegnati nel 2012, ovvero 70 milioni, il valore sarebbe stato un settimo.
Ma quale sarebbe stata una stima realistica del valore delle quote?
Se si fosse adottato un semplice metodo di conversione del valore monetario dal 1936 ad oggi in base a quanto versato ottanta anni fa (156.000 euro) il valore complessivo si sarebbe aggirato attorno a 1,3 miliardi di euro. I critici dicono che così non si riconosce il rischio d’impresa, e sarebbe stato più corretto fare una valutazione in base ai dividendi effettivamente versati, calcolati i quali si giungerebbe alla cifra di 1,7 miliardi di euro (quindi ancora lontanissimi dalla valutazione di 7,5 miliardi).
A queste due posizioni si aggiunge una terza, più coerente forse, anche se più radicale.
Per prima cosa il rischio d’impresa non sussiste in quanto per lo statuto di Bankitalia la stessa non può fallire, in secondo luogo il capitale versato nel 1936 era stato versato dallo Stato e non da enti privati, in quanto all’epoca le banche erano a totale capitale pubblico.
 Per questa quarta posizione le quote degli azionisti privati dovevano essere considerate pari a zero.
In definitiva la supervalutazione del valore delle quote di Bankitalia sarebbe un vero e proprio regalo in primis a Banca Intesa e Unicredit, che potranno rivendere facendo plusvalenza.
Questa plusvalenza servirà anche allo Stato per far cassa immediata prendendo i soldi della tassazione del 12% e quindi poter godere di un gettito di 900 milioni- un miliardo di euro per l’anno 2014. Tuttavia il trasferimento di fondi non è assolutamente a vantaggio dello Stato, in quanto il valore è stimato in base ai dividendi che verranno versati, quindi per avere il gettito valutato da Letta e Saccomanni la Banca d’Italia dovrà versare i dividendi in una quota stimata come vicina al 6%, ovvero 420 milioni di euro all’anno.
In buona sostanza per avere un miliardo di euro subito verranno versati ai privati 420 milioni all’anno. E questo è sicuramente un buon affare per le banche private, ma sicuramente un pessimo affare per lo Stato italiano.

I dividendi: la seconda anomalia

Sebbene teoricamente la Banca d’Italia potesse precedentemente distribuire dividendi molto maggiori di quanto mai distribuiti, la Bundesbank ad esempio ha versato allo Stato 12 volte i dividendi di Bankitalia (la Bundesbank è al 100% statale), non si è mai pensato di attribuire alle banche private i proventi dei diritti di signoraggio, in quanto come è logico, le banche private nulla avevano a che vedere con le funzioni pubblicistiche della Banca centrale (ovvero i proventi dello stampare moneta).
Pertanto l’ultimo dividendo, del 2012, era pari a 70 milioni di euro. Ora, tenuto conto che con la nuova riforma il valore del capitale della Banca d’Italia è determinato dai dividendi che verserà la Banca ai privati (ovverosia se la Banca verserà zero euro alle banche private il valore di Bankitalia non sarà 7,5 miliardi di euro ma zero euro nel libero mercato) per raggiungere la quota stabilita dal governo e dalla Banca stessa di 7,5 miliardi, dovrà versare 420-450 milioni di dividendi alle banche private avvicinandosi al 6% massimo stabilito dal decreto del governo. Quindi verserà circa 7 volte quanto versava adesso.
Va da sé che un rendimento del 6%, in una sorta di obbligazione perpetua è un rendimento folle, assurdo.
Per prima cosa in quanto rende molto di più dei BTP e in seconda istanza in quanto non esiste rischio, proprio perché la Banca mantiene il suo statuto pubblicistico che le impedisce di fallire.
Ovvero un rendimento fino al 6% per un investimento privo di rischio. E’ evidente a chiunque che si tratta di un vero e proprio regalo.
Se al contrario riconoscesse un rendimento attorno all’1%, simile a quanto versato oggi, il valore di palazzo Koch si assesterebbe intorno agli 1,7 miliardi di euro e quindi ben lontano dalla cifra prevista. Una posizione più radicale sostiene che alla banche private non dovrebbe essere riconosciuto alcun rendimento in quanto sia la rendita patrimoniale è frutto dell’accumulo negli anni dei proventi da signoraggio, sia i proventi da signoraggio vero e proprio non possono essere dati in alcun modo alle banche private in quanto queste ultime nulla c’entrano con le funzioni pubblicistiche di una banca centrale.
Ma come si diceva sopra, la forte impressione, avvalorata anche da certe dichiarazioni del governo che parla di operazione necessaria per far fronte alle mancate entrate da IMU, è che si punti a far cassa nell’immediato pregiudicando i conti del futuro.

La terza anomalia: la governance

Con questa riforma l’Italia si pone come assoluta novità, in negativo, del panorama mondiale. Infatti la Banca d’Italia sarà l’unica banca centrale del mondo a capitale quasi esclusivamente privato e dove le quote di partecipazione e i valori della stessa saranno determinati nel libero mercato.
L’Italia rinuncia anche alla possibilità di vietare la vendita di quote da parte di un privato ad un altro privato se lo ritenesse contrario all’interesse nazionale. Un fatto inaudito che comporta alcuni ragionamenti anche sull’oro della Banca. Vero è che l’oro rimane statutariamente discinto dalle sorti dell’azionariato, ma è anche vero che esistono forme di pressione indiretta .
Azioni indirette come la nomina dei vertici della Banca che potranno influire sulla politica della stessa distinguendosi dall’interesse nazionale. Su questo punto particolarmente interessante è l’intervento del Presidente della quinta sezione del Consiglio di Stato Luciano Barra Caracciolo.
http://orizzonte48.blogspot.it/2013/12/loro-ditalia.html


Ebbene: i grillini hanno gridato, strepitato, spintonato gli altri parlamentari, gridato loro che sono venduti e (se donne) pompinare?
Si deve ammetterlo: è il minimo che potevano fare. Hanno insultato la Boldrini e in lei «tutte le donne»? Hanno fatto bene, benissimo. Questa tizia si è fatta votare in liste di una cosiddetta «Sinistra Ecologia e Libertà» (l’ultimo sedicente partito rosso) per poi dare alle grandi banche private questo regalo – e peggio, per privatizzare completamente Bankitalia mantenendone la natura pubblica (ossia intoccabile): e sarebbero queste le «istituzioni» da difendere?

Sono istituzioni marce, tutte dal Quirinale al governo alle Camere elette su liste dei cacicchi, senza tralasciare i grand commis (Befera, Mastrapasqua) e i milioni di parassiti che occupano gli uffici pubblici: e come tipico, l’ultimo atto di «istituzioni» del genere è il saccheggio totale del popolo. È ovvio che si difendano con le calunnie, la propaganda diffamatoria e persino con la forza pubblica, che hanno a disposizione.

L’esproprio di massa è dietro l’angolo. Del resto, «ce lo chiede l’Europa»…

(Gianni Candotto)


http://www.qelsi.it/2014/operazione-bankitalia-tre-motivi-seri-per-non-essere-daccordo/

ANCHE I TEDESCHI HANNO PERSO LA LORO SOVRANITÀ (GLIELO CHIEDE L’EUROPA) ?

...il punto interrogativo al titolo del post l'abbiamo messo noi...

Vi assicuro che sono incazzati neri, tutto si sarebbero aspettati dalla “loro” corte costituzionale ma non che questa se ne venisse fuori che:
- Si il meccanismo OMT potrebbe avere violato le prerogative della BCE
- Ma no, non siamo competenti noi decide (per noi) Strasburgo

Beh, cari i miei cittadini tedeschi, mi dispiace e dico sul serio. Mi dispiace che anche voi abbiate perso la vostra sovranità.

Ma d’altra parte: Ve lo chiede l’Europa.

da Investire Oggi

I giudici costituzionali tedeschi di Karlsruhe hanno emanato la sentenza sull’Outright Monetary Transactions (OMT) della BCE, meglio noto come piano anti-spread, annunciato dal governatore della BCE, Mario Draghi, il 26 luglio del 2012, all’apice della crisi finanziaria nell’Eurozona, quando la moneta unica veniva considerata spacciata e prossima alla fine.
Secondo i giudici tedeschi, ci sarebbero diverse ragioni fondate per credere che l’OMT di Draghi violi il mandato assegnato alla BCE, in particolare, il divieto di finanziamento dei bilanci pubblici e infrangerebbe i poteri degli stati membri.
Tuttavia, la stessa Corte di Karlsruhe ha evidenziato come un’interpretazione restrittiva del piano possa portare a una conformità dello stesso alla legge.
La Consulta tedesca ha annunciato, quindi, che farà ricorso contro l’OMT alla Corte di Giustizia europea. Gli stessi giudici hanno comunicato che a marzo decideranno sulla legittimità costituzionale dello European Stability Mechanism (ESM), il fondo salva-stati permanente.

Cos’è l’OMT

L’OMT non è mai stato applicato, ma il solo effetto-annuncio avrebbe messo a tacere le tensioni finanziarie, stando a diversi economisti e analisti. Il piano Draghi prevede, infatti, che la BCE possa acquistare illimitatamente i titoli di stato oggetto di una crisi sui mercati, su richiesta del governo, il quale, però, deve impegnarsi a sottoscrivere un memorandum d’intesa sulle riforme da attuare.
Contro il piano si erano scagliati diversi esponenti della società accademica, politica ed economica tedesca, nella convinzione che l’OMT metta a repentaglio il bilancio pubblico di Berlino, gravando la Germania di oneri eccessivi e potenzialmente illimitati, per questo in contrasto con la Costituzione tedesca.
Ovviamente, i giudici tedeschi non possono decidere direttamente sulla legittimità dell’OMT, non essendo stato varato con una legge tedesca, ma può intervenire per dichiararlo non conforme alla legge fondamentale tedesca e, pertanto, per vietare ai rappresentanti tedeschi di partecipare all’assunzione dei rischi.
Nel caso più estremo, Karlsruhe avrebbe potuto anche vietare alla Germania di far parte della BCE.
Va da sé che nessun piano potrebbe essere mantenuto o ritenuto credibile, senza la partecipazione della prima economia dell’Eurozona, nonché primo contribuente e finanziatore.

Cosa significa la sentenza e cosa accade ora

La sentenza comunicata oggi, ma scritta lo scorso venerdì, non propone lo scenario peggiore per i sostenitori del piano Draghi, ma nemmeno quello migliore.
Se non boccia l’OMT, nemmeno lo promuove. La Corte tedesca, impugnandolo davanti alla Corte di Giustizia europea, nei fatti ne trascina l’intero impianto in una fase di incertezza, cosa che potrebbe nuocere alla stabilità dei mercati finanziari, i quali potrebbero tornare ad attaccare i bond sovrani della periferia dell’Eurozona, sulla scia del timore che lo scontro tra Germania e BCE possa indebolire l’azione di tutela dell’euro da parte di quest’ultima.
Adesso, la palla passa nelle mani dei giudici europei. Se dovessero accogliere in toto le ragioni tedesche, l’OMT sarebbe morto e la furia speculativa potrebbe tornare intatta a quel luglio del 2012.
L’ipotesi più plausibile è che la Corte europea ne limiti l’operatività, prevedendo un limite agli acquisti possibili di bond.
Ma proprio il carattere illimitato dell’OMT sarebbe servito a tenere a bada le tensioni, per cui non possiamo escludere nemmeno in questo caso che si avvii una nuova fase di turbolenze e di scetticismo dei mercati sul funzionamento dell’Eurozona.
Infine, la Corte europea potrebbe non accogliere il ricorso di Karlsruhe, promuovendo del tutto il piano Draghi.
L’unica certezza è che l’OMT sarà in balia di mesi di ipotesi e di incertezze, che potrebbero compromettere la stabilità sui mercati finanziari europei.

http://www.rischiocalcolato.it/2014/02/anche-tedeschi-hanno-perso-la-loro-sovranita-glielo-chiede-leuropa.html

anche:  http://it.ibtimes.com/articles/62348/20140207/germania-europa-omt-karlsruhe-corte-giustizia-strasburgo.htm
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