giovedì 24 aprile 2014

EURO, COSÌ LA GERMANIA HA FREGATO L'EUROPA

In due mosse Berlino ha dato scacco ai partner latini usando la nascita dell’euro e i parametri di Maastricht. E’ del tutto falso che la forza dei tedeschi sia nell’export verso gli Stati che stanno vivendo una fase di espansione. I surplus commerciali sono cresciuti prima che cominciasse la grande crisi, soprattutto grazie alla moneta unica. Dal 1999 al 2007 l'import tedesco di merci italiane è volutamente calato in tutti i settori produttivi. Dal 2008 in poi Berlino è riuscita inoltre a finanziare a basso costo i propri crescenti disavanzi a scapito dei Paesi mediterranei. L’esposizione della Germania verso l’estero è cresciuta di 345 miliardi. E l’Italia passava per sorvegliata speciale. Nonostante i sacrifici fatti dalle famiglie italiane la Ue non è ancora soddisfatta.


Nel 1998, prima che cominciasse l’era dell’euro, la Germania era la «malata d’Europa», col Pil che cresceva molto meno di quello italiano. Le famiglie tedesche, dopo la riunificazione delle due Germanie, erano super-indebitate. La ricchezza finanziaria netta delle famiglie tedesche era di appena 1.796 miliardi di euro contro i 2.229 miliardi delle famiglie italiane. Il debito pubblico tedesco del 1998, se espresso in percentuale della ricchezza finanziaria netta delle famiglie anziché del Pil, era di gran lunga più elevato (66%) di quello italiano (56%). Il rapporto debito pubblico/Pil è stupido almeno quanto i parametri di Maastricht ed in questi ultimi anni è servito a nascondere la reale sostenibilità dei debiti di molti Paesi ed a metterne in croce altri, in particolare l’Italia, eterna pecora nera ben al di là dei propri demeriti.

LA CRESCITA

Sempre nel 1998, la posizione finanziaria netta internazionale della Germania (cioè lo stock di attività nette private e pubbliche verso l’estero) non era affatto quella del «gran creditore» che Berlino è oggi, ma una cifra molto modesta, pari allo 0,4% del Pil. Nello stesso anno, la bilancia commerciale della Germania era in attivo per 64 miliardi di euro, il più alto surplus dell’Ue. Ma anche la bilancia italiana lo era, per 24 miliardi, il che ci poneva al secondo posto.
Tuttavia, se all’Italia del 1998 ciò poteva anche bastare, l’attivo con l’estero di allora non permetteva a Berlino di navigare nell’oro, visto l’alto debito pubblico e privato tedesco, la domanda interna asfittica ed un tasso di disoccupazione al 10,2%.
 Poi tutto improvvisamente è cambiato. E’ iniziata l’era dell’euro e dei parametri di Maastricht, che la Germania ha interpretato totalmente a proprio beneficio, usando l’uno e gli altri strumentalmente per accrescere la sua forza (talvolta non rispettando sfacciatamente i secondi come nel quinquennio 2001-2005, quando il deficit statale tedesco rimase costantemente sopra il 3% del Pil).
Descriveremo nel seguito le due mosse micidiali con cui la Germania ha dato scacco matto all’Europa Latina, ed in particolare all’Italia.

Cominciamo, innanzitutto, ad esaminare ciò che è accaduto nel periodo 1999-2007.
 La vulgata a cui quasi tutti hanno creduto – e che in Italia abbiamo bevuto più di tutti gli altri - è che le riforme di inizio Millennio abbiano reso grande la Germania. Certo, le riforme, a cominciare da quella del mercato del lavoro, hanno contribuito a rilanciare l’economia tedesca, ma in confronto all’euro esse hanno giocato un ruolo minimo. Ciò che ha reso davvero ricca e creditrice la Germania verso l’estero, mettendola nelle condizioni di dettare oggi legge in Europa, è stato l’euro, non le riforme e tantomeno la crescita del Pil. C’è una cifra chiave che spiega il dominio attuale della Germania: tra il 1999 e il 2012 il surplus bilaterale commerciale cumulato di Berlino con i 5 principali Paesi del Sud Europa (Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia) è ammontato a circa 840 miliardi di euro. E’ grazie a questo bottino che la posizione finanziaria netta sull’estero della Germania è cresciuta sino a toccare nel 2012 il 41,5% del Pil. Inoltre, grazie al surplus con questi Paesi la Germania ha potuto sopportare il rincaro della bolletta energetica quasi senza accorgersene.
Un altro pilastro della vulgata che ci è stata propinata in tutte le salse è che la forza della Germania dipenda dalla sua capacità di vendere ai Bric e che sarebbe proprio questa la prova più evidente della competitività di Berlino.
Ma la realtà è ben diversa. Nel 2007, infatti, la Germania aveva un deficit commerciale verso i Bric di 15 miliardi di euro ed un surplus verso i Paesi del Sud Europa di 84 miliardi (grazie all’euro, naturalmente)!
Nel 2012 la bilancia tedesca con i Bric è finalmente diventata attiva per 13 miliardi ma quella con i Pse resta di gran lunga maggiore, nonostante l’austerità, pari a 56 miliardi.
I surplus tedeschi con i Pse sono cresciuti soprattutto prima della crisi mondiale scoppiata nel 2008, cioè dal 1999 al 2007, quando il tasso di cambio fisso dell’euro ha aiutato notevolmente le esportazioni tedesche in una fase di protratto aumento della domanda estera.
Per di più, in tale periodo la Germania ha anche fortemente ridotto l’import di beni tradizionali pregiati dai Pse sostituendoli opportunisticamente con prodotti a basso costo provenienti dalla Cina. Una manovra perfetta, quasi da tattica militare, naturalmente sempre a discapito dei Pse. Infatti, mentre la grande industria tedesca vendeva incontrastata le proprie auto di lusso ai Pse approfittando del cambio fisso dell’euro, la grande distribuzione germanica lucrava anch’essa il massimo profitto proponendo ai tedeschi, stremati dai debiti e dai bassi salari imposti dalle riforme, beni di consumo importati dalla Cina, avvantaggiandosi, in questo caso, del rafforzamento dell’euro sullo yuan. E non è un caso che per difendere i suoi importatori la Germania si sia sempre opposta all’etichettatura di origine obbligatoria sui prodotti provenienti dai Paesi extra-Ue.

I NUMERI

Ecco alcune cifre in sintesi (che l’opinione pubblica, e non solo tedesca, non conosce): dal 1999 al 2007 le importazioni di auto dei «generosi» Pse dalla Germania sono aumentate di 20 miliardi di euro, quelle di farmaci di 3,4 miliardi e quelle di apparecchi elettrici di 5,3 miliardi. 
Ma intanto le «ingrate» importazioni tedesche di abbigliamento dai Pse diminuivano di 1,1 miliardi (con un calo di 750 milioni dalla sola Italia); quelle di prodotti tessili di 731 milioni (-362 milioni dall’Italia); quelle di calzature di 624 milioni (-302 milioni dall’Italia); quelle di mobili di 383 milioni (-302 milioni dall’Italia). Nello stesso periodo le importazioni tedesche di abbigliamento dalla Cina sono cresciute di 3,3 miliardi, quelle di prodotti tessili di 662 milioni, quelle di calzature di 664 milioni e quelle di mobili di 817 milioni, solo per fare alcuni esempi.




Qualcuno dirà: «È la globalizzazione, bellezza!» Niente affatto. Solo la Germania nell’Eurozona si è comportata così sfacciatamente verso i partner e soprattutto verso l’Italia. 
Infatti, dal 1999 al 2007 l’import francese di abbigliamento dall’Italia è cresciuto di 453 milioni di euro, quello spagnolo di 679 milioni e persino quello greco di 246 milioni! L’import francese di calzature dall’Italia è aumentato nello stesso periodo di 257 milioni; quello francese di mobili di 317 milioni, quello spagnolo di 254 milioni, quello portoghese di 31. E così via.
Appena nato l’euro, la solidarietà dei tedeschi verso i PSE è evidentemente finita subito dove cominciava il loro portafoglio. E ben prima che esplodesse il problema del debito sovrano greco.


Quel debito tedesco che nessuno vede

Non paga di aver drenato immense risorse dal Sud Europa grazie all’euro dal 1999 al 2007, la Germania è riuscita anche a farsi finanziare a basso costo il proprio crescente debito pubblico durante l’attuale crisi.
E ciò è avvenuto di nuovo soprattutto con flussi di denaro sottratti ai Paesi mediterranei e principalmente all’Italia. Vediamo come. Nel 2008, quando fallì la Lehman Brothers, il debito pubblico tedesco espresso in percentuale della ricchezza finanziaria netta delle famiglie (60%) era ancora assai superiore a quello dell’Italia (55%). Inoltre, nonostante il boom dell’export favorito dal tasso di cambio fisso dell’euro, il PIL tedesco era cresciuto molto poco dall’inizio del Millennio, con una domanda interna decisamente più fiacca di quella italiana. Sempre a fine 2008 la ricchezza finanziaria netta delle famiglie italiane (2.946 miliardi di euro) era ancora notevolmente più alta di quella delle famiglie tedesche (2.770 miliardi), che pure sono numericamente molte di più di quelle italiane.
E, a differenza delle banche italiane, le banche tedesche erano piene zeppe di titoli “tossici” americani. Il che avrebbe portato a salvataggi dolorosissimi, che hanno contribuito in modo determinante a far aumentare il debito pubblico della Germania di 287 miliardi di euro dal 2009 al 2010!
Quando nel 2010 scoppiò la crisi del debito pubblico greco che presto avrebbe contagiato anche Irlanda e Portogallo, c’erano molte ragioni perché fosse la Germania, più che l’Italia, ad avere paura del futuro. Infatti, le banche tedesche, secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, a fine settembre 2010 avevano esposizioni consolidate in Grecia per 40 miliardi di euro, in Irlanda per 154 e in Portogallo per 40, mentre quelle italiane ne avevano per meno di 5 miliardi in Grecia e in Portogallo e per soli 16 in Irlanda.

CONTI DI ROMA IN ORDINE

Nel 2011 l’Italia aveva sicuramente un presidente del Consiglio poco apprezzato all’estero, Berlusconi, ma un ministro dell’Economia, Tremonti, che a giudizio della stessa stampa internazionale aveva tenuto in ordine i conti pubblici durante la crisi.

Prova ne è che a fine 2010 l’Italia poteva vantare il miglior bilancio statale primario dell’Eurozona, pari al +0,1% del PIL, dopo quello dell’Estonia (+0,3%), mentre la Germania era al -1,6%, la Francia al -4,7%, la Grecia al -4,9%, il Portogallo al -7%, la Spagna al -7,7% e l’Irlanda al -27,5%. In più, il debito pubblico italiano figurava tra quelli cresciuti di meno in termini monetari tra il 2008 e il 2010: +180 miliardi di euro. Più di tutti era però cresciuto il debito pubblico tedesco, di ben 405 miliardi! Davvero un pessimo biglietto da visita per la signora Merkel.

Ma ad aiutare la Germania e gli altri nuovi debitori (di qua e di là dell’Atlantico) a togliere le castagne dal fuoco c’era l’Italia, pronta come un agnello sacrificale su un vassoio d’argento. 
Complice la crisi del Governo Berlusconi, la cui credibilità toccò il fondo al G-20 di Cannes, l’Italia nel 2011 divenne l’epicentro universalmente percepito della crisi dell’euro e il Paese per eccellenza “too big to fail” da additare al mondo come la possibile causa di un eventuale naufragio della moneta unica.
Tutto ciò in base al più classico dei parametri consacrati dagli accordi di Maastricht: il rapporto debito pubblico/PIL. Parametro che non potrebbe essere più stupido, se applicato all’Italia, visto che nel 2010 il nostro debito pubblico in percentuale della ricchezza finanziaria netta delle famiglie, che è l’unica vera garanzia di stabilità finanziaria di una economia, era sì salito un po’, ma solo al 66%, cioè allo stesso livello della Germania, mentre la Spagna era balzata all’81%, l’Irlanda al 122% e la Grecia al 259%!


LA RICCHEZZA FINANZIARIA

A fine 2010, nonostante la crisi economica, l’Italia poteva ancora vantare una ricchezza finanziaria netta delle famiglie pari al 181% del PIL, contro il 125% della Germania, il 138% della Francia, il 76% della Spagna e il 57% della Grecia.
Indipendentemente dai nostri oggettivi demeriti e dalla debolezza del Governo, è indubbio che nel 2011 fece comodo a molte altre economie che l’Italia entrasse nell’occhio del ciclone e che il nostro spread andasse alle stelle. Infatti, giusto o sbagliato che fosse, gli investitori internazionali abbandonarono rapidamente il nostro debito pubblico (che fino a quel momento aveva sempre garantito ottimi tassi di interesse e regolari pagamenti degli stessi), per andare a finanziare i debiti dei nuovi Paesi in affanno, in primo luogo la Germania stessa.
Ma la più sorprendente cifra di cui non si discute, perché imbarazzerebbe molto la Germania, è che dal 2008 al 2012 i debiti pubblici esteri di 20 Paesi UE censiti dall’Eurostat, Italia esclusa, sono cresciuti complessivamente di 1.084 miliardi di euro, mentre il debito pubblico estero italiano è aumentato nello stesso periodo di soli 24 miliardi. Per contro, il debito pubblico estero tedesco è cresciuto nei quattro anni considerati di ben 345 miliardi, finanziato con comodi tassi di interesse ai minimi storici. 
In particolare, tra il 2010 e il 2012 il debito pubblico estero tedesco è salito di 120 miliardi di euro mentre quello italiano è diminuito di 104 miliardi.
La seconda mossa con cui la Germania ha dato scacco matto al Sud Europa, dopo aver accumulato dal 1999 al 2012 un gigantesco surplus commerciale con quest’ultima grazie al tasso di cambio fisso dell’euro, è stata dunque quella di aver costruito mediaticamente il mito dell’Europa meridionale super-indebitata, incardinata su un’Italia perennemente “sorvegliata speciale”. In tal modo Berlino ha potuto più facilmente attrarre gli investitori verso il proprio debito pubblico e finanziare la sua crescente spesa pubblica “keynesiana”.


LE RICHIESTE DI BRUXELLES

Gli italiani hanno fatto sacrifici immensi durante questa crisi. Lo prova il fatto che la ricchezza finanziaria netta delle nostre famiglie, pur rimanendo tra le più alte al mondo, è scesa dal 2008 al 2012 da 2.946 a 2.787 miliardi di euro, mentre quella dei tedeschi – che pensano di essersi “dissanguati” per il Sud Europa – è invece cresciuta da 2.770 a 3.373 miliardi.
Nonostante i “compiti a casa” che abbiamo eseguito, il commissario Rehn non pareva però soddisfatto e voleva ora bocciare la nostra Legge di stabilità sulla base di qualche punto decimale di deficit/PIL e di debito/PIL in più. E’ tempo di spiegare a Bruxelles che il debito pubblico italiano, espresso in percentuale della ricchezza finanziaria netta delle famiglie, sta già diminuendo dal 2012 e continuerà a farlo anche nel 2013-14 indipendentemente dalle negative vicende del nostro PIL, tramortito dall’austerità che la stessa UE ci ha imposto. Inoltre, va spiegato a chiare lettere alla Germania che l’Italia ha un avanzo statale primario migliore del suo e che ha contribuito a salvare Grecia, Portogallo e Irlanda con un debito pubblico aggiuntivo che è stato finanziato esclusivamente dagli italiani stessi.

La Germania che attinge denaro dal Sud Europa (ma si sente “vittima”), che contesta Draghi, che si oppone agli eurobond e non vuole che la vigilanza bancaria europea ficchi il naso nelle sue scassate banche locali va finalmente messa di fronte alle sue responsabilità e alla sua totale mancanza di solidarietà

(Marco Fortis)

mercoledì 9 aprile 2014

DEBITO PUBBLICO: QUELLI CHE ‘LA MONETIZZAZIONE SI FA COI MINIASSEGNI…"

di Alberto Bagnai | 8 aprile 2014

Nel 2005 Barry Marshall, dell’Università di Perth (Australia), ha preso il premio Nobel per aver scoperto che l’ulcera non è causata dallo stress, ma dall’Helicobapter Pylori. Domanda: se voi aveste un ascesso a un dente, prendereste un aereo per Perth, o vi accontentereste del dentista di fiducia? Del dentista!? Sicuri!? Anche se non ha un Nobel?

Sono d’accordo con voi, e non solo perché da qui a Perth c’è più o meno un giorno di volo, ma anche perché si dà per scontato che un illustre gastroenterologo, di denti, non ne sappia un granché, e state ben certi che sarebbe lui il primo ad ammetterlo.

Nel 2011 Tito Boeri, dell’Università Bocconi di Milano, ha scritto un capitolo nel prestigioso Handbook of Labour Economics della Elsevier. Degno riconoscimento di una carriera scientifica di altissimo profilo interamente dedicata all’economia del lavoro. Domanda: se voi aveste un dubbio di economia monetaria, leggereste un fondo di Boeri, o un manuale di economia monetaria?

Qui la risposta è più difficile. Intanto, se un cardiologo va in televisione nel sottopancia c’è scritto “cardiologo”, e se ci va un dermatologo c’è scritto “dermatologo”. Se va in televisione un economista del lavoro, o industriale, o monetario, c’è scritto “economista”: todos economistas!
Le qualifiche non ci aiutano, e allora analizziamo gli argomenti, partendo dal contributo del prof. Boeri apparso su La Repubblica del 7 aprile.
Un’autentica miniera di perle che vale la pena di porre nel giusto risalto, incastonandole nella letteratura scientifica, questa sconosciuta (a Boeri).

L’argomento di Boeri pare sia che dall’euro si può uscire solo unilateralmente (almeno, lui non considera altri possibili scenari), ma questo sarebbe un disastro per le famiglie in quanto l’uscita farebbe aumentare sia il debito, che i relativi interessi. La conseguenza sarebbe un incremento del carico fiscale (per chi le tasse le paga, come Boeri ricorda). 
Tutto questo, naturalmente, dopo aver premesso che per mancanza di precedenti storici su uno scenario simile si può dire “tutto e il contrario di tutto senza timore che qualcuno dal pubblico alzi la mano contraddicendo”, facoltà della quale il prof. Boeri usa ed abusa largamente.

Cominciamo proprio da qui. Non è vero che manchino precedenti storici: anzi, come sanno gli specialisti, ce ne sono a iosa. Li trovate elencati ad esempio
da Andrew Rose - http://ideas.repec.org/p/cpr/ceprdp/6254.html 
da Volker Nitsch - http://ideas.repec.org/p/ces/ceswps/_1113.html

Nitsch ci ricorda che le rotture di unioni monetarie non sono infrequenti, e Rose che non sono associate a particolare volatilità macroeconomica: i paesi che escono hanno sì un po’ più di inflazione (che oggi non pare sia un problemahttp://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2014-04-06/perche-bisogna-prevenire-deflazione--140834.shtml?uuid=ABLmil8  ),ma generalmente sono più ricchi e più democratici.

È invece vero che se la valuta nazionale si svalutasse, il debito definito in valuta estera (dollari) o disciplinato dal diritto estero si rivaluterebbe.
Ma, si sa, de minimis non curat praetor, e quindi casualmente Boeri trascura di dirvi la percentuale di debito interessata. Rimedio io: la trovate nei bollettini trimestrali del Tesoro - http://www.dt.tesoro.it/it/debito_pubblico/dati_statistici/bollettino_trimestrale/index.html ,ed è circa il 3%. Una sua rivalutazione del 30% equivarrebbe quindi a una rivalutazione dello 0.9% del debito complessivo. Impressionante? Non direi.
Boeri conosce la Lex monetae e quindi sa che la parte restante del debito (un “trascurabile” 96,7%) verrebbe ridenominata in valuta nazionale, per cui non si rivaluterebbe.
Evidentemente, in questo caso sarebbero i creditori esteri a patire la svalutazione, e Boeri rabbrividisce al pensiero.
Rilevato quali interessi Boeri abbia a cuore, notiamo che il mondo va così.
Dopo il fallimento Lehman l’Inghilterra ha svalutato del 13% in termini effettivi, causando ai suoi creditori esteri una perdita secca superiore ai 1.000 miliardi di dollari. Non è stata esclusa dai mercati internazionali, non ha subito un incremento “all’infinito” dello spread.

“Ma” direte voi (o lui) “mica vorrai paragonare la liretta alla sterlinona?” Certo che no!
Distratto dalla flexicurity, Boeri non ha notato che in tutti gli episodi di stress dell’economia europea, la sterlinona si è trovata a mal partito prima e peggio della liretta: è stato così all’epoca del serpente monetario, ed è stato così nella crisi dello Sme nel 1992.
Quindi la sterlina non è una valuta più “forte” di per sé: è solo gestita da persone pragmatiche, che sanno quando allentare la scotta, invece di scuffiare per obbedire a ideologie vetuste (o ai creditori esteri).

Certo, è vero, la svalutazione è una forma di ripudio del debito. Ma chi ha studiato i costi del ripudio (come Ugo Panizza e suoi coautori - http://ideas.repec.org/p/imf/imfwpa/08-238.html), ha mostrato come essi siano relativamente minori: l’economia riprende a crescere dal trimestre successivo (guarda un po’), e l’esclusione dai mercati, quando c’è, dura poco (notate che questo studio Boeri non può ignorarlo, perché ne ha pubblicato un sunto nel sito da lui diretto, lavoce.info).
http://archivio.lavoce.info/articoli/pagina1001696-351.html

Boeri prosegue regalandoci un momento di franca ilarità, quando assimila la monetizzazione del debito al fenomeno dei miniassegni. Suvvia! I miniassegni erano emessi da banche private per supplire alla carenza di moneta divisionale, e non avevano nulla a che vedere col debito pubblico.
E poi, cos’è la “monetizzazione del debito”?
Diciamolo: è permettere alla Banca centrale di acquistare titoli di Stato. Cioè quello che stanno facendo gli Stati Uniti col quantitative easing e il Giappone con l’Abenomics.
Noi no, e il risultato è il crollo del nostro mercato interno.



Non solo: la monetizzazione è quella cosa che terrorizza talmente i mercati… che per farli stare calmi, per far scendere lo spread, Draghi ha dovuto promettere di farla!

Eh già! Perché ormai lo ha ammesso anche Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale( http://blog-imfdirect.imf.org/2013/11/19/monetary-policy-will-never-be-the-same/) : a far scendere lo spread è stato l’annuncio delle Outright Monetary Transaction, http://it.wikipedia.org/wiki/Outright_Monetary_Transactions ,cioè l’annuncio da parte della Bce di essere disposta a monetizzare qualsiasi ammontare di debito pur di salvare l’euro, certo non le “riforme strutturali” di Monti.

Tralascio altre perle delle quali mi sono occupato più volte: dai tassi di interesse che “schizzano” all’inflazione nemica della vedova e dell’orfano (commovente questo interesse per gli umili da parte di grandi banchieri e grandi economisti…). Storie di ordinario bispensiero, senza supporto né razionale né storico.

A questo punto, se volete, andate pure a fare un biglietto per Perth, o per Milano.

Se invece vi interessa sentir parlare del futuro della nostra economia in modo pacato e razionale da specialisti di economia monetaria, da persone che preferiscono parlare alla testa anziché alla pancia delle persone, iscrivetevi a questa conferenza (Roma, 12 aprile - http://www.asimmetrie.org/news/uneuropa-senza-euro-costi-e-benefici-per-famiglie-e-imprese-nelle-proposte-di-economisti-e-politici-europei/
Potrete ascoltare colleghi che, come Brigitte Granville, non parlano per sentito dire, avendo lavorato con Jeffrey Sachs allo smantellamento della moneta unica sovietica, mettendosi nel 1993 contro il Fondo Monetario Internazionale (che è cosa diversa dal tessere nel 2014 le lodi della troika).
http://ideas.repec.org/a/pal/compes/v44y2002i4p59-80.html 

Potrete ascoltare economisti come Paolo Savona, che, non essendo certo un “euroscettico” stralunato, anche in virtù delle sue esperienze di governo,ritiene che sia necessario ponderare seriamente uno scenario di uscita unilaterale, in assenza del quale, come qualsiasi dilettante di economia e di politica sa, i margini di negoziato dell’Italia nelle sedi europee sono inesistenti.

Se preferirete i racconti di Boeri, ben inseriti nel solco di una tradizione della sua terra, vi capirò: che brivido, la rivalutazione del 3% del debito! Ma in questo momento, di scrittori milanesi, mi pare più utile ricordare Parini: “Me non nato a percuotere le dure, illustri porte…”, con quel che ne segue, naturalmente senza fretta.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/04/08/debito-pubblico-quelli-che-la-monetizzazione-si-fa-coi-miniassegni/943218/


da Christian Dalenz - TENIAMOLI D'OCCHIO TUTTI - https://www.facebook.com/groups/teniamolidocchio/
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