domenica 22 settembre 2013

LA COMMISSIONE EUROPEA VUOLE SMANTELLARE LO STATO SOCIALE...

....ormai lo dice anche il premio Nobel Paul Krugman

In un articolo del 3 settembre sul New York Times  tradotto e pubblicato dal Sole24Ore il 13 settembre, - http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2013-09-13/francia-darti-pena-183712.shtml?uuid=AbiQaSWI&fromSearch
il premio nobel per l’economia, Paul Krugman ha così definito i metodi adottati dalla Commissione Europea, riferendosi nello specifico al suo vice presidente e Commissario europeo agli affari economici e monetari, Olli Rehn:

[...] la verità è che Rehn ha gettato la maschera. Non è una questione di rigore nei conti pubblici, non lo è mai stata. Lo scopo è sempre stato usare lo spauracchio ingigantito dei pericoli del debito per smantellare lo Stato sociale.

Fa sempre piacere vedere di essere in buona compagnia nel dire certe cose e avere la possibilità di poter sfidare un interlocutore avverso (tipo Boldrin per dire) a smentire non tanto noi (“ragazzi della MeMMT”) ma un premio Nobel per l’economia. La cosa che però volevo far notare è che ancora una volta non serve un premio nobel per capire che cosa  ci stanno realmente imponendo le elites sovranazionali europee, dal momento che sono loro stesse a dircelo periodicamente (in maniera più o meno esplicita).

Per esempio,  il 23 febbraio del 2012, il presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi rilasciava un’intervista  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-02-23/draghi-wall-steeet-journal-174904.shtml?uuid=AayjecwE&p=2  in cui annunciava molto tranquillamente che:

Il «pregiato modello sociale ed economico dell’europa», che garantisce la sicurezza del lavoro e gli ammortizzatori generosi, «è obsoleto».

Oppure, nel lontano agosto del 2003, l’ex ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo Prodi (2006-2008), Tommaso Padoa Schioppa, uno dei principali alfieri italiani del processo di unione monetaria europea, descriveva così il suo ideale di futuro modello europeo sulle colonne del Corriere della sera http://archiviostorico.corriere.it/2003/agosto/26/BERLINO_PARIGI_RITORNO_ALLA_REALTA_co_0_030826002.shtml

Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’ apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’ uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. È sempre più divenuto il campo della solidarietà dei concittadini verso l’ individuo bisognoso, e qui sta la grandezza del modello europeo. Ma è anche degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato.

E questi sono solo due degli esempi più lampanti e inequivocabili per capire con chi abbiamo a che fare. Insomma, ci stanno dicendo cosa vogliono fare delle nostre vite e del nostro futuro. Questa è la loro finalità.

Il mezzo utilizzato si chiama Euro: una moneta che gli Stati dell’Eurozona non possono più emettere ma che sono costretti a prendere in prestito dai mercati finanziari; i governi quindi non possono attuare politiche fiscali di spesa in maniera autonoma per creare benessere e piena garanzia dei diritti per i cittadini. E, ripeto: anche se domani mattina al posto del governo Letta arrivasse qualcuno che volesse intraprendere realmente politiche a favore della collettività, dei lavoratori, dei disoccupati, sarebbe materialmente impossibilitato a farlo stando dentro l’Eurozona. 
Oggi, qualsiasi decisione che conti davvero deve essere vagliata dai tecnocrati della Commissione Europea a Bruxelles (come ormai dicono apertamente anche fonti insospettabili).

E, di nuovo, che l’Euro sia uno strumento di governo non lo dico io, ma gli stessi architetti dell’Unione monetaria. http://memmt.info/site/le-radici-antidemocratiche-delleuro-nelle-parole-dei-suoi-stessi-padri-fondatori/ 

Per esempio, nel 2011, l’ex Presidente del consiglio, Mario Monti notava che “what Greece has decided and has implemented is the best signal to date that the euro as a means of structural transformation is working”, ossia “ciò che la Grecia ha adottato e implementato è il miglior segnale che l’euro, come mezzo di trasformazione strutturale, sta funzionando”.

Ah, ovviamente spiegatelo ai Greci senza più lavoro che sono in piazza da due giorni, con a casa bambini denutriti come in tempo di guerra,  che tutto sta funzionando.

Daniele Della Bona
 20 settembre 2013

http://memmttoscana.wordpress.com/2013/09/20/la-commissione-europe-vuole-smantellare-lo-stato-sociale-ormai-lo-dice-anche-il-premio-nobel-paul-krugman/



martedì 17 settembre 2013

TAX CREDIT CERTIFICATES - CERTIFICATI DI CREDITO FISCALE (CCF)


Marco Cattaneo


Q1. What does the CCF project propose with respect to Italy ?

A1. To issue each year 200 billion in CCF, which are monetary government bonds.



Q2. What does “monetary government bonds” mean ?

A2. The Italian government will not reimburse CCF. Rather, starting from two years after their issuance, CCF will be unlimitedly accepted to fulfill financial obligations towards the Italian state, including taxes, public pension contributions, national health system contributions etc. Such payments will be indifferently and validly made either in euros or in CCF.



Q3. Are CCF an equivalent of money ?

A3. They are deferred Italian money.



Q4. Why the two years deferral ?

A4. Because when they will be used, CCF will ceteris paribus reduce Italian governmental euro receipts. The deferral allows the Italian economy to recover and to generate higher tax receipts, which will offset this.



Q5. Who will receive the CCF ?

A5. Private enterprises, workers and the State itself. Proposed breakdown is approximately 80, 70 and 50 billion respectively.



Q6. As concerns private enterprises…

A6. …they will be bestowed CCF based on their labor costs. Eg a company paying 100 euros in total labor costs (gross of taxes and social costs) will receive 20 in CCF. This for lower salaries; for higher compensation levels, the CCF weight on gross salaries will be much lower, based on a layer mechanism.



Q7. What about workers ?

A7. Again, an employee with a 100 salary (net of taxes in this case) will receive 20 in CCF (much less for above average salaries).



Q8. Enterprises and workers will then receive free of charge a significant amount of CCF, of “deferred money”. What will they do with that ?

A8. They will either wait two years and use them upon expiration to pay their taxes or whatever they will owe the government, or they will convert them into cash (ie into euros) before expiration.



Q9. How will the conversion take place ?

A9. CCF are just a new category of government bonds. At the end of the second year following the introduction, there will constantly be 400 billion of CCF outstanding. An active and liquid market will develop.



Q10. How expensive will be the conversion ?

A10. The market price will imply a financial discount, presumably similar to the one applicable to a zero coupon two-year bond. It should be noticed that a CCF is safer than an Italian government bond.



Q11. Why is it safer ?

A11. The Italian government might default on a euro debt obligation. CCF will retain their value even under a default scenario – as the owner will have the ability to use CCF to pay taxes or whatever is due to the state.



Q12. Who will buy CCF ?

A12. The ultimate buyer will be somebody who has to fulfill taxes or other financial obligations towards the Italian state.



Q13. Why 50 billion will be further bestowed to the Italian state itself ?

A13. To put in place further actions to support demand, including supplementing income to financially distressed families, improving the National health system, speeding up payments of overdue bills to government suppliers, rebuilding parts of the country affected by earthquakes, etc.



Q14. Why does the project call for issuing 200 billion in CCF annually ?

A14. Because the financial crisis and the eurocrisis caused a huge output gap to Italy.



Q15. How big is the output gap ?

A15. Assuming the potential GDP growth to be 1.5% per year and further assuming that in 2007 Italy was at full employment (both conservative assumptions) the output gap currently is € 300 billion.



Q16. CCF to be issued are 200 billion per year, not 300...

A16. This is because a multiplier effect – more demand will stimulate more production and income, thus further demand – is expected.



Q17. What is the rationale behind the 200 billion breakdown - private enterprises, workers and the State itself being assigned 80, 70 and 50 billion ?

A17. The actual breakdown will be a political decision. Having said that, a key point is the size of CCF bestowed to private enterprises.



Q18. Why ?

A18. Because Italian unit labor costs must be realigned to Northern eurozone countries’. 80 billion is approximately 18% of total Italian private enterprises labor costs.



Q19. Which realigns Italian competitivity with Germany ?

A19. Yes it does, as effectively as a currency realignment (which implies breaking up the euro) would.



Q20. This is to avoid trade imbalances…

A20. …as supporting Italian demand would otherwise imply increasing Italian net imports and creating a permanent trade deficit.



Q21. Realigning Italian competitivity to Germany would instead…

A21. …increase Italy’s net exports, which will offset higher imports due to the economic recovery.



Q22. Will Germany be negatively affected ?

A22. No, because Italy will increase both exports and imports (including from Germany). The total effect is approximately neutral as concerns both Italian and Germany trade balances, as both countries will expand imports as well as exports.



Q23. Will the Italian public debt keep on being euro-denominated ?

A23. The existing one will. It is recommended to refinance the euro public debt, upon expiration, by issuing further CCF – ie refinancing the public debt with monetary instruments, which do not carry any default risk. This will make impossible for the 2011 sovereign debt crisis to occur again.



Q24. Do the CCF – the 200 billion issued on an annual basis – increase the Italian public debt ?

A24. No, since CCF are not debt. They are money. There is no obligation to reimburse them.



Q25. What do you expect as a reaction from European authorities, eurozone partners, and the financial markets ?

A25. The CCF project makes the euro monetary system sustainable without implementing a transfer union and without breaking up the euro. Nobody asks for any money to Germany, and no Italian financial asset is converted in a weaker, newly introduced currency.



Q26. Do current treaties, particularly the fiscal compact, need to be modified ?

A26. As it is today, the fiscal compact is inapplicable. On the other hand, Germany pushed for it out of concerns of having ultimately to assume responsibility for Southern eurozone debt. The CCF project has the capacity to trigger a strong recovery and to make the South solvent.



Q27. What does make the fiscal compact inapplicable ?

A27. It calls for a reduction in the public debt / GDP ratio which is just too quick to be implemented. Italy should continue to raise taxes and / or to cut public expenditures, year after year, causing the GDP to further drop, which is self-defeating in terms of compliance with the debt / GDP reduction targets.



Q28. So must the fiscal compact be repealed ?

A28. Yes, unless it is accepted that CCF are not debt (which is true). Based on this and taking into account the possibility to issue “refinancing CCF” as the current debt gradually expires, the public debt / GDP ratio can be quickly reduced. This would be a huge positive both for Italy (which will become independent from financial markets’ gyrations) and for Germany (which will have no further concerns with having to pay for Italian debt).



Q29. Do CCF risk producing inflation ?

A29. The CCF project triggers a powerful recovery, but this does not create inflation risks as unemployment and unused production capacity are currently very high in Italy. No inflation risk exists as long as a significant output gap is still there.



Q30. Why do you prefer the CCF project to breaking the euro up ?

A30. Because it can be openly and properly discussed and does not imply any risk of taking place disorderly and of creating panic, bank runs etc. Because Germany is not forced to abruptly revaluate her currency. Because no financial asset where an Italian resident is the debtor has to be written down. Because no redistribution effect takes place and no litigation arises. Because Italian citizens’ savings are not suddenly converted into something different, that is worth less.



Q31. Should the CCF project be adopted in countries other than Italy ?

A31. It should, in each eurozone country which currently suffer from a significant output gap, particularly if this is associated with lower competitiveness (ie higher unit labor costs) than Germany’s. Allocations of CCF will, of course differ by total amount and breakdown, depending on each country situation.



Q32. Will CCF evolve and become the circulating national currency ?

A32. The CCF project will work even if CCF are not used for daily transactions. Having said that, exchanging them via credit cards or other electronic support is a possibility. Presumably labor contracts, rents, real estate transactions etc. will increasingly be CCF-denominated. It is conceivable that, a few year from their introduction, CCF will actually become the national currency in the adopting countries, while the euro will be used as a unit of account and in some international financial transaction (such as was the case with the ecu).



http://bastaconleurocrisi.blogspot.it/2013/09/tax-credit-certificates-certificati-di.html

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Certificati di Credito Fiscale (CCF): domande e risposte

D. Che cosa propone il progetto CCF per l’Italia ?
R. Di emettere 200 miliardi annui di titoli di Stato – i CCF appunto – aventi natura monetaria e non di debito.

D. Che cosa significa “natura monetaria” ?
R. Che lo Stato italiano non si impegnerà a rimborsare questi titoli, bensì ad accettarli, a partire da due anni dopo la loro emissione, a fronte del pagamento di tasse, imposte, contributi previdenziali e sanitari, multe eccetera: qualsiasi obbligazione finanziaria nei confronti della pubblica amministrazione italiana potrà essere estinta utilizzando indifferentemente CCF o euro.

D. Un CCF è quindi una forma di moneta nazionale ?
R. Può essere definita moneta italiana con utilizzo differito.

D. Perché l’utilizzo è differito di due anni ?
R. Perché, nel momento dell’utilizzo, i CCF a parità di condizioni riducono gli euro incassati dallo Stato italiano. Il differimento dà all’economia italiana il tempo di ottenere un significativo recupero di PIL, e quindi anche di entrate fiscali, compensando così l’effetto dell’utilizzo dei CCF quando giungeranno a maturazione.

D. A chi verranno assegnati i CCF ?
R. Il progetto attuale prevede tre destinazioni principali. Le aziende private, i lavoratori e lo Stato stesso.

D. Per quali dimensioni ?
R. Su 200 miliardi totali, all’incirca 80 alle aziende private, 70 ai lavoratori e 50 allo Stato.

D. Con quali finalità per le aziende private ?
R. Le aziende private riceveranno CCF commisurati ai costi di lavoro da esse sostenuti. E’ previsto un meccanismo a scaglioni, con maggiore incidenza percentuale sui costi pagati a lavoratori con redditi meno elevati. Per ogni 100 euro pagati in retribuzioni, imposte e contributi, l’azienda riceverà 20 euro in CCF. Per i redditi più alti, la percentuale scenderà considerevolmente.

D. E per i lavoratori ?
R. Analogo meccanismo, sempre a scaglioni: il lavoratore percepirà, in aggiunta a una retribuzione netta di 100 euro, 20 euro in CCF – con percentuale in discesa per i redditi alti.

D. Quindi aziende e lavoratori riceveranno gratuitamente un considerevole importo di CCF, in pratica di moneta utilizzabile due anni dopo l’assegnazione originaria. Che cosa ne faranno ?
R. Chi non avrà esigenze finanziarie immediate, potrà mantenerli come forma di risparmio addizionale. Altrimenti potranno essere monetizzati in anticipo.

D. In che modo ?
R. Si svilupperà un attivo mercato finanziario, in quanto i CCF sono un ulteriore categoria di titoli di Stato. Ci saranno a regime 400 miliardi di CCF in circolazione (due anni di emissioni, dopo i quali le nuove assegnazioni sostituiranno quelle in scadenza).

D. La monetizzazione anticipata comporterà una penalizzazione ?
R. Comporterà uno sconto finanziario in quanto 100 euro di CCF equivalgono a una banconota da 100 euro che non posso utilizzare se non tra due anni. Ma il valore finale è certo, addirittura più di quello di un BOT a due anni destinato a essere rimborsato in euro.

D. Perché è più certo ?
R. Perché lo Stato potrebbe andare in default sui suoi impegni di pagamento di euro, mentre il CCF avrà sempre e comunque un valore.

D. Quindi lo sconto finanziario non sarà molto elevato ?
R. Lo determinerà il mercato, ma approssimativamente lo si può stimare in linea con un tasso BOT a due anni.

D. Ma chi sarà il compratore di questi CCF scambiati sul mercato ?
R. Il compratore finale sarà un soggetto che avrà esigenze di pagamento nei confronti dello Stato italiano, per tasse o altro, e li utilizzerà quindi alla scadenza.

D. Per quali motivo è prevista l’assegnazione di altri 50 miliardi, attribuiti direttamente allo Stato italiano medesimo ?
R. Potranno essere utilizzati per altre forme di sostegno della domanda, quindi di spesa: integrazione di reddito alle categorie disagiate, investimenti pubblici, spesa sociale, interventi di ricostruzione in aree colpite da calamità naturali eccetera.

D. Perché viene proposta un’emissione annua di 200 miliardi ?
R. Perché a causa del calo di PIL prodotto nel 2008 dalla crisi finanziaria mondiale, e ulteriormente, nel 2012-3 dalla crisi dell’euro, il PIL italiano è fortemente inferiore al suo potenziale.

D. In che misura ?
R. Se dal 2007 in poi si fosse avuta una crescita reale media dell’1,5% - tasso considerato già piuttosto modesto in condizioni normali – il PIL 2013 sarebbe più alto di 300 miliardi. Questo è l’output gap da colmare.

D. Le assegnazioni annue però sono 200, non 300 miliardi.
R. Perché un’immissione di domanda nell’economia avvia una catena di eventi – il percettore di maggior reddito a sua volta in parte lo spende, aumentando il reddito di altre aziende e/o individui, eccetera. Quindi l’effetto è più che proporzionale.

D. La composizione dell’intervento di 200 miliardi – 80 alle aziende private, 70 ai lavoratori, 50 in spesa pubblica – è arbitraria ?
R. La composizione esatta sarà il frutto di decisioni politiche. E’ però fondamentale l’ordine di grandezza destinato alle aziende.

D. Perché ?
R. Perché occorre riallineare il costo del lavoro per unità di prodotto italiano a quello dei membri più efficienti dell’eurozona, in particolare della Germania. 80 miliardi sono il 18% circa dei costi di lavoro delle aziende private italiane.

D. E questo riporta la competitività italiana a livelli tedeschi ?
R. Esattamente, in modo analogo (anche se con un altro meccanismo) a quanto farebbe la “spaccatura” dell’euro e il conseguente riallineamento valutario.

D. Quindi viene meno una fonte di squilibri ?
R. Esatto: se non viene migliorata la competitività italiana, buona parte del sostegno della domanda prodotto dai CCF va ad alimentare domanda di prodotti esteri e squilibra la bilancia commerciale.

D. Invece in questo modo…
R. …le aziende italiane diventeranno immediatamente più competitive ed esporteranno di più, e guadagneranno mercato interno nei confronti delle importazioni.

D. Non sarà un danno per la Germania ?
R. No, perché in aggiunta a quanto sopra, l’Italia otterrà anche una forte ripresa economica, il che aumenterà il suo import, compreso di prodotti nordeuropei.

D. Quindi rispetto a oggi…
R. Oggi i saldi commerciali italiani sono all’incirca in pareggio, ma a livelli depressi. Con la ripresa dell’economia, i due effetti si compenseranno – più import per la maggior domanda, maggior export netto per la maggior competitività – e la bilancia commerciale italiana rimarrà in equilibrio, ma a livelli decisamente più alti.

D. Il debito pubblico italiano rimarrà in euro ?
R. Via via che giunge a scadenza, è consigliabile rifinanziarlo con ulteriori emissioni di CCF “di finanziamento”, per fare in modo che lo stato italiano non sia più indebitato in una moneta di cui non controlla l’emissione. La crisi finanziaria del 2011 non sarebbe mai avvenuta se il debito pubblico italiano fosse stato espresso non in euro ma in una moneta sovrana.

D. Ma i CCF emessi – parliamo adesso dei 200 miliardi annui utilizzati per sostenere la domanda e ripristinare la competitività delle aziende italiane - non sono un incremento del debito pubblico ?
R. No, in quanto non sono affatto debito. Lo Stato italiano li accetterà in pagamento di imposte e altre obbligazioni finanziarie nei suoi confronti, ma non dovrà mai rimborsarli. Sono una forma di moneta nazionale.

D. Quale sarà la reazione di autorità europee, partner europei, mercati finanziari ?
R. Il progetto CCF è la via per rendere sostenibile il sistema monetario europeo, senza attuare una “transfer union” (che la Germania non accetta) ed elimina definitivamente il rischio di una deflagrazione dell’eurozona. Inoltre, non si richiede alcun contributo finanziario alla Germania, e non si convertono le attività finanziarie italiane (depositi bancari, titoli di Stato) in una moneta destinata a svalutarsi.

D. I trattati vanno riformulati ?
R. Nella forma attuale, sono ineseguibili. D’altra parte sono stati concepiti su istanza dei paesi dell’ex area marco, che temono di doversi far carico dei debiti di uno o più paesi del sud. Il progetto CCF produce una forte ripresa economica dei paesi che lo adottano, quindi elimina questo rischio.

D. Per esempio, quindi, va abolito il fiscal compact ?
R. Il fiscal compact impone un percorso accelerato di riduzione del rapporto debito pubblico / PIL. Per l’Italia, in particolare, si tratta di obiettivi totalmente irrealistici. Richiederebbero manovre fiscali pesantissime che abbatterebbero ulteriormente il PIL, e tra l’altro impedirebbero di conseguire la riduzione del rapporto debito / PIL.

D. Quindi, abolirlo ?
R. O chiarire in maniera inequivocabile che i CCF non sono debito (che è la verità). Questo rende gli obiettivi di riduzione del rapporto debito pubblico / PIL raggiungibili se, via via che il debito in euro scade, viene sostituito da “CCF di finanziamento”. Qui gli interessi collimano: il debito pubblico italiano espresso in euro, che la Germania teme, un giorno, di doversi sobbarcare a seguito di un default italiano, scende rapidamente e viene sostituito da emissioni di moneta nazionale italiana (non soggetta a default). Situazione enormemente più tranquilla sia per la Germania che per l’Italia.

D. L’emissione di CCF non produrrà inflazione ?
R. L’emissione di CCF (parliamo adesso dei 200 miliardi annui gratuiti, non dei “CCF di finanziamento”) produce un forte recupero della domanda e del PIL, ma questo non è inflazionistico perché in Italia c’è una fortissima quota di disoccupazione, quindi di capacità produttiva inutilizzata. Naturalmente l’ammontare emesso non può crescere oltre i livelli che consentono il ripristino della piena occupazione: a quel punto sarebbe, sì, inflazionistico.

D. Perché preferire il progetto CCF alla “spaccatura” dell’euro ?
R. Perché è una riforma che può essere tranquillamente discussa e analizzata alla luce del sole e non una “deflagrazione” da attuare di sorpresa, in tempi rapidissimi, con rischi di panico bancario e sui mercati finanziari. Perché non costringe la Germania a lavorare, d’improvviso, con una moneta rivalutata. Perché non c’è svalutazione dei crediti stranieri verso l’Italia. Perché non ci sono effetti redistributivi su aziende e banche, e contenziosi in quanto non è esattamente chiaro quali crediti e debiti si convertono in “Euro Nord” o “Nuovi Marchi”, e quali in “Euro Sud” o “Nuove Lire”. Perché il cittadino italiano non si vede trasformare i suoi risparmi, d’improvviso, in un oggetto diverso, di cui è chiaro solo che varrà di meno.

D. Il progetto CCF è applicabile ad altri paesi ?
R. Certamente: tutti i paesi dell’eurozona che hanno oggi difficoltà, o comunque livelli di competitività inferiori a quelli tedeschi, possono introdurli (anzi è raccomandabile che lo facciano). Ciò nella misura, caso per caso, opportuna per ripristinare competitività e piena occupazione.

D. I CCF diventeranno a un certo punto una vera e propria moneta nazionale ?

R. Il progetto CCF funziona anche a prescindere che i CCF vengano utilizzati per transazioni correnti. Tuttavia è probabile che l’utilizzo quotidiano prenda piede e si incrementi. Anche senza emetterli sotto forma di monete e banconote (cosa che è vietata dal trattato di Maastricht) ma usandoli per pagamenti elettronici (ad esempio via carta di credito) e naturalmente come sottostante nella definizione di contratti di lavoro, affitto, compravendita, eccetera. A questo punto si può immaginare che il CCF diventi a tutti gli effetti la moneta nazionale, riservando all’euro impieghi limitati (unità di conto, impiego per particolari transazioni finanziarie eccetera).

sabato 7 settembre 2013

I VERI COSTI DELLA POLITICA

La Banca d’Italia ha aggiornato il conto sul denaro che i contribuenti italiani continuano a versare nelle casse dello Stato per contribuire al Fondo Salva Stati (la sigla utilizzata è EFSF che sta per European Financial Stability Facility) e al suo erede, il Meccanismo di Stabilità Europea (la sigla è ESM, ossia European Stability Mechanism).

Questi soldi, come avevo già spiegato tempo fa in questo articolo, servono sostanzialmente a prendere denaro dalle tasche dei cittadini per trasferirlo nelle casse dello Stato; dalle casse dello Stato finiscono in quelle delle istituzioni europee sovranazionali create per “salvare” gli Stati in difficoltà (EFSF e MES appunto).
Da questi organismi, i fondi vengono poi trasferiti ai paesi in difficoltà (Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Cipro), in modo che questi paesi possano così ripagare i propri debiti (per lo più privati, non pubblici!) e restituire i soldi ai loro creditori. E chi sono i loro creditori?
In primis, banche tedesche e francesi che, da un lato, hanno acquistato i titoli di Stato dei paesi della periferia; dall’altro, soprattutto, hanno prestato soldi a famiglie, aziende e banche del sud Europa, facendo così aumentare il debito privato verso l’estero di questi paesi.

Ecco cos’è in pratica l’austerità, ecco a cosa servono i sacrifici che continuano a chiederci.

Il conto (secondo i dati della Banca d’Italia, p. 18) ammonta a 50 miliardi e 839 milioni di euro!
E ovviamente il tassametro corre (considerando che l’Italia ha firmato anche il “Fiscal compact” e continuerà a contribuire al MES):


Ora, senza voler entrare troppo nel tecnico, vorrei invitare tutti a ragionare su una cosa: i numeri.

Nel solo 2012, se si mettono a confronto i numeri della cosiddetta casta e quelli relativi ai costi del “Più Europa” (tanto caro a sinistra) questo è ciò che emerge (e ripeto solo per il 2012):



E forse così si capisce meglio dove voglio arrivare:



Questo non per sollevare un’intera classe politica dalla responsabilità delle proprie scelte, che è enorme (dal momento che nessun movimento politico è mai stato veramente critico rispetto all’adesione all’Unione Monetaria e all’Euro), ma semplicemente per dire che i veri costi della politica sono le scelte sbagliate. L’adesione alla moneta unica prima e l’odierna difesa a oltranza della nostra permanenza ne sono l’emblema più evidente.


(Daniele Della Bona)

http://memmttoscana.wordpress.com/2013/09/06/i-veri-costi-della-politica/
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domenica 1 settembre 2013

A/SIMMETRIE

Dopo un paio d'anni di intenso lavoro di divulgazione sul blog Goofynomics, http://goofynomics.blogspot.it/2013/08/due-anniversari-e-una-nascita.html
nasce a/simmetrie, http://www.asimmetrie.org/
una sede autorevole di analisi e confronto per incidere sull'opinione pubblica italiana (portando sui grandi media la nostra voce) e per contribuire a formulare una proposta per la polis, che sia equilibrata e sostenibile.
Il Comitato scientifico è di spessore.
Niente di più necessario in questa fase criticissima del nostro paese.



Il post introduttivo di Alberto Bagnai:

Per un’economia simmetrica

Stiamo vivendo una devastante crisi di debito pubblico: questo è quanto ci ripetono i quotidiani, echeggiando le analisi di alcuni economisti. La parola debito viene riproposta in modo assoluto ed ossessivo (il debito, il debito, il debito…), e acquista così vita autonoma, assurge a simbolo del fallimento di un sistema di governo, della disfatta di intere generazioni, diventa un totem al quale tributare sacrifici, si carica di mille significati (politici, etici, psicanalitici). Si perde così di vista un punto essenziale, confermato dall’esperienza personale di molti di noi: non ci può essere debito se non c’è stato un creditore, non si possono prendere in prestito soldi se nessuno te li dà in prestito.

Una banalità? Forse, ma esploriamone le conseguenze. Intanto, ammettendo che il problema sia effettivamente il debito pubblico (ma su questo le voci sono discordanti), una cosa è certa: dato che nessuno presta a se stesso, i creditori del settore pubblico apparterranno al settore privato.
Questo, in buona sostanza, significa che quella che viene descritta come una crisi di debito pubblico, da risolvere punendo e circoscrivendo lo Stato “che si è indebitato troppo”, è almeno in parte anche una crisi di credito privato, che forse si sarebbe potuto prevenire regolamentando e sorvegliando il Mercato “che ha prestato troppo” (cioè incautamente).
Descrivere la relazione fra due contraenti insistendo su un solo lato, e quindi, ad esempio, parlare solo di debito, è un esempio di rappresentazione asimmetrica di un fatto economico, insomma, un esempio di asimmetria.
L’asimmetria nella rappresentazione, nell’analisi, conduce ad un’asimmetria nella proposta politica, che non sempre si traduce in un beneficio netto per la collettività.
Ad esempio, le politiche di austerità, oggi generalmente criticate come causa della persistente recessione, sono state adottate pochi mesi or sono sulla base di un’analisi “asimmetrica”, che poneva tutte le responsabilità della crisi in capo allo Stato, e vedeva in termini comunque positivi qualsiasi politica restringesse il “perimetro” di quest’ultimo. Un’analisi che oggi trova molti meno sostenitori di un anno fa.

Ricordare quindi che ogni debito è anche un credito, per restare al nostro esempio, non è una semplice banalità: è anche il rimuovere un’asimmetria concettuale, analitica. Questa rimozione, a sua volta, non è un mero esercizio intellettuale: è un contributo all’apertura del dibattito politico verso spazi più articolati ed efficaci di soluzioni dei problemi.

Riflessioni di questo genere sono ancora poco frequenti da noi, ma sono comuni nella stampa e nella letteratura scientifica internazionale, dove addirittura esistono riviste specializzate sul tema delle asimmetrie. Un tema ampio, trasversale, che ogni economista incrocia almeno una volta nel proprio percorso di studi, affrontando il tema delle asimmetrie informative, cioè dei fallimenti del mercato che scaturiscono da una imperfetta informazione di almeno un contraente. 
Sembra una cosa molto esoterica, ma è una cosa vecchia quanto il mondo (il marito e l’amante hanno informazione asimmetrica). Rientra fra le asimmetrie informative il moral hazard, cioè il rischio di comportamento sleale della controparte – fenomeno portato all’attenzione del grande pubblico da Money never sleeps di Oliver Stone – che molti considerano fra le cause principali della crisi che stiamo vivendo: il settore finanziario privato avrebbe prestato senza esercitare la dovuta diligenza perché intuiva che il settore pubblico sarebbe intervenuto in suo soccorso.

Ma le asimmetrie sulle quali riflettere, sulle quali fare ricerca, divulgazione, e proposta politica, nel senso di proposta alla polis, non si esauriscono certo qui, e hanno tutte riflessi più o meno immediati, ma sempre penetranti, nella vita quotidiana di ognuno di noi.

C’è l’asimmetria del sistema monetario internazionale, basato sulla moneta di uno stato (il dollaro) che diventa moneta del mondo, inducendo un fondamentale squilibrio nei conti esteri degli Stati Uniti e concorrendo al ciclico riproporsi di crisi internazionali, secondo uno schema chiarito già da Triffin nel 1960, ma al quale decenni di riflessioni (riaperte dalla crisi del 2008) ancora non hanno trovato alternative.

C’è l’asimmetria di certe regole di politica economica, che impongono con pervicacia tolemaica parametri fissi a sistemi economici dinamici e in piena evoluzione, creando inevitabili, dunque non imprevedibili, tensioni, che si scaricano anch’esse in maniera piuttosto asimmetrica sulle popolazioni coinvolte, portando ad aumenti della disuguaglianza, della povertà, e di quella variabile non misurabile, ma assolutamente percepibile, che è la disperazione.

E poi non ci siamo solo noi: c’è l’asimmetria fra il Nord e il Sud del mondo, quel Sud del mondo del quale fanno parte (ancora per poco) le economie emergenti, anch’esse oggetto di rappresentazione asimmetrica, o forse addirittura schizofrenica: additate come salvatrici quando si può attribuire loro il ruolo di motori della crescita mondiale (che forse non sono ancora in grado di sostenere), additate come colpevoli quando occorre suggerire che il peggioramento relativo delle nostre condizioni sia una conseguenza del miglioramento delle loro (un ragionamento che convincerebbe molto di più se non avessimo tanta evidenza di errori – se sono stati tali – nella gestione delle nostre economie).

E c’è il Sud che non sta emergendo, il Sud che rimane indietro, e dal quale tanti nostri simili cercano di evadere, in cerca di prosperità nei nostri paesi.

Il che ci porta a considerare quella che forse è l’asimmetria fondamentale, quella fra capitale e lavoro. Nei modelli teorici, due lettere, K e L, che figurano in bella simmetria fra gli argomenti della funzione di produzione, la relazione matematica che descrive l’offerta complessiva di beni di un paese. In realtà, due “fattori di produzione” dalle caratteristiche radicalmente diverse: basti pensare a quanto si fa per incoraggiare l’arrivo del primo (spesso incautamente), e per ostacolare l’arrivo del secondo (spesso disumanamente).

Sono questi i temi che vogliamo portare all’attenzione del dibattito pubblico, i temi sui quali sollecitiamo la riflessione di economisti, giuristi, politologi, e di tutti gli intellettuali disposti a confrontarsi con la realtà e ad arrischiarsi sul terreno della divulgazione e della proposta concreta. a/simmetrie si offre come forum alle loro riflessioni, come supporto alle loro iniziative, come strumento di divulgazione e verifica delle loro ricerche, senza preclusioni di orientamento ideologico e di approccio, per contribuire a un reale avanzamento della coscienza civile e democratica del nostro paese. Possa questo tentativo, che sentiamo di dover fare in un periodo tanto difficile per la vita del nostro paese, avere un valore che trascenda quello della mera testimonianza
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