lunedì 24 giugno 2013

RISTRUTTURARE IL DEBITO? NO, GRAZIE!


Leggiamo sul blog di Beppe Grillo
(www.beppegrillo.it/2013/06/il_debit...trutturato.html):

"Non ci sono alternative: o ristrutturiamo il nostro debito pubblico, di cui la parte all'estero è in prevalenza in mano a Germania e Francia, o ci aspetta il fallimento insieme alla distruzione del tessuto produttivo. Il nostro debito pubblico aumenta al ritmo di 120/130 miliardi di euro all'anno. Gli interessi sul debito crescono di conseguenza di 4-5 miliardi all'anno (*) e hanno raggiunto circa 100 miliardi che paghiamo con le tasse, e che sottraggono, inesorabilmente, sempre più soldi destinati alla spesa pubblica, alla Sanità, alla Scuola, alla Ricerca, allo Sviluppo. E' una garrota che lentamente strangola il Paese. Il Pil diminuisce, il gettito fiscale pure. Il rapporto tra Pil e debito sta diventando insostenibile. Una via di uscita temporanea sarebbe svalutare la moneta, ma abbiamo perso la sovranità monetaria, la lira non c'è più. L'unica possibilità è ristrutturare il nostro debito
Si possono estendere i termini di restituzione del capitale impegnato, diluire gli interessi nel tempo, contrattare anche a costo di battere i pugni sul tavolo con la Merkel e pretendere, ad esempio, l'istituzione degli eurobond con il rischio dei singoli Paesi trasferito su base europea.

Un tizio aveva un grosso debito, doveva saldarlo il giorno seguente. Si rivoltava nel letto da ore senza prendere sonno. La moglie dell'indebitato, che nella storia si chiama Giuseppe, sfinita decide di risolvere la situazione. "Giuseppe, tra poco potrai dormire". Apre la finestra e grida al vicino dirimpettaio "Mio marito non ha una lira! Non può pagarti." E rivolta al marito: "Ora è lui ad avere il problema, soffrirà di insonnia!". Quindi si addormentano insieme.

L'Italia sta attuando una strategia suicida. Le banche italiane stanno comprando i nostri titoli dall'estero, il cui valore complessivo all'estero è sceso intorno al 30% dal massimo del 50%. 
Le banche italiane stanno riempendosi di Bot e Btp, che valgono sempre meno, dalle banche francesi e tedesche invece di finanziare le imprese. 
Nessuno ha chiesto a suo tempo alla Germania o alla Francia di comprare i nostri titoli. 
Se lo hanno fatto avranno avuto delle buone ragioni, ad esempio esercitare pressioni per le loro aziende in Italia, come è avvenuto per Veolia e Suez per l'acqua. Perché ricomprarlo? Quando il debito sarà tornato in Italia, saremo lasciati al nostro destino. Oggi disponiamo ancora un potere negoziale, in mano abbiamo una pistola carica. Domani sarà troppo tardi. Dobbiamo ristrutturare il debito!
NB1: Dal 1950 ad oggi 95 Stati hanno ristrutturato il debito almeno una volta (Russia, Serbia, ecc.)
http://www.un.org/esa/ffd/ecosoc/debt/2013/IMF_wp12_203.pdf , pagina 30

NB2: In Italia il peso degli interessi sul debito pubblico è insostenibile: http://www.huffingtonpost.it/2013/05/22/debito-pubblico-disinnescare-il-fiscal-compact-alla-tedesca-un-piano-shock-da-1000-miliardi-le-proposte-savona-e-monorchio_n_3317217.html?just_reloaded=1 sommando quanto è costato dal 2003 al 2011, arriviamo al 55% del Pil, rispetto al 29,8% della Francia e al 31,1% della Germania.
(*) Ogni anno sono necessari una nuova tassa come l'IMU o un aumento paragonabile dell'IVA per coprire i maggiori interessi pari a 4/5 miliardi."

Ma che cosa significa, tradotto in termini pratici, "ristrutturare il debito"?
Quali conseguenze economiche comporta?
Vediamo di capirlo.
 
Che cos'è una "ristrutturazione" del debito

La ristrutturazione del debito è una operazione, normalmente condotta attraverso un'Offerta Pubblica di Scambio (OPS), mediante la quale un debitore, in grave condizione di insolvenza, propone al creditore – i possessori dei titoli obbligazionari – una modifica delle condizioni concordata allo scopo di evitare il default ed onorare, quantomeno parzialmente, il debito.
Questo avviene attraverso:

a) un allungamento forzoso delle scadenze;
b) una riduzione del tasso di interesse facciale dei titoli.

Una ristrutturazione, quale ad esempio quella condotta da Argentina nel 2001, o in tempi più recenti dalla Grecia, fa sempre seguito ad una dichiarazione di insolvenza del debitore. La conseguenza immediata di una ristrutturazione, per il possessore dei titoli sui quali l’Emittente propone l’OPS, è una perdita immediata del valore di mercato dei titoli oggetto di ristrutturazione.

Ipotesi di ristrutturazione

Al netto degli effetti supplementari dovuti alla fuga degli investitori da quell’Emittente, che spesso esacerbano le perdite delle quotazioni in misura anche rilevante, in via del tutto TEORICA si può simulare la perdita di valore di un titolo nel modo seguente:

ipotizziamo di possedere un BTP 4,25% con scadenza 1-5-2023, la cui quotazione di mercato è oggi (10 giugno 2013) 102,80, per un rendimento effettivo a scadenza del 4,20%. Questo titolo paga al possessore delle cedole semestrali al tasso del 4,25% lordo annuo.


a) Ipotesi 1:
l’OPS propone l’allungamento della scadenza fino al 1-5-2033 (da 10 a venti anni) e la riduzione del tasso nominale del titolo da 4,25% a 2%.
Il mio BTP diventa così BTP 2% 1-5-2033.
Calcoliamo il valore del mio nuovo titolo ipotizzando che il tasso corrente rimanga uguale a quello che c’è oggi sul mercato dei titoli di Stato (ipotesi solo teorica, in quanto in caso di ristrutturazione facilmente i tassi di mercato tendono a salire violentemente). Oggi un BTP a 20 anni rende il 4,76%.
Proviamo quindi a valutare il titolo nuovo sulla base del rendimento al 4,76%: il valore teorico del nuovo titolo sarà di 65,30. Pertanto, io realizzo una perdita immediata (ripetiamo: teorica, a rendimenti invariati) di almeno 37,50.
Questo significa che se possiedo 10.000 euro del titolo, con l’allungamento da 10 a 20 anni e la diminuzione del tasso nominale dal 4,25% al 2% io realizzo una perdita secca immediata di almeno 3.750 euro su 10.000.

b) Ipotesi 2: 
l’OPS propone l'allungamento della scadenza fino al 1-5-2043 (da 10 a 30 anni) e riduzione del tasso nominale del titolo da 4,25% a 2%.
Il mio BTP diventa così BTP 2% 1-5-2043.
Calcoliamo il valore del mio nuovo titolo sempre ipotizzando che il tasso corrente rimanga uguale a quello che c’è oggi sul mercato dei titoli di Stato (e ricordando che l'ipotesi è solo teorica, in quanto in caso di ristrutturazione facilmente i tassi di mercato tendono ad impennarsi). Oggi un BTP a 30 anni rende il 4,93%.
Proviamo quindi a valutare il titolo nuovo sulla base del rendimento al 4,93%: il valore teorico del nuovo titolo sarà di 55,00.
Pertanto, io realizzo una perdita immediata (teorica, a rendimenti invariati) di almeno 47,80.
Ciò significa che se possiedo 10.000 euro del titolo, con l’allungamento da 10 a 30 anni e la diminuzione del tasso nominale dal 4,25% al 2% io realizzo una perdita secca immediata di almeno 4.780 euro su 10.000.

Tradotto in parole povere: la ristrutturazione del debito comporta un vero e proprio bagno di sangue per i possessori di titoli di Stato, fra i quali si annoverano (lo ricordiamo per chi pare dimenticarsene) moltissimi piccoli risparmiatori.

Non dimentichiamoci che buona parte del debito pubblico è tornata in mani italiane proprio in seguito ai saggi ed avveduti consigli di chi suggeriva di "ricomprarci il debito" per migliorare la nostra posizione rispetto all'estero: si vedano i dati di questa tabella, risalente al marzo 2012 (in seguito il trend di riacquisto del debito da parte delle banche italiane è addirittura aumentato, per cui la percentuale di debito in mani italiane si aggira attualmente sul 70%):




L'ipotesi di ristrutturazione, perciò, suona ora come una perfida beffa architettata ai danni degli italiani, ed è a dir poco stupefacente leggere una simile proposta sul blog di Beppe Grillo.

(Antonello Sereni)

http://economiaepotere.forumfree.it/?t=66167445

USCIRE DALLA CRISI SI PUO'

Pochi giorni fa il Tesoro ha comunicato i dati relativi al fabbisogno finanziario dei primi cinque mesi dell’anno, cioè la differenza tra entrate (tasse) ed uscite di cassa (spese) dello Stato: il risultato non è molto incoraggiante. Infatti rispetto ai primi cinque mesi dello scorso anno, il fabbisogno è peggiorato di ben 20,7 miliardi di euro, passando dai 35,49 del 2012  ai 56,25 del 2013 .

Quindi nonostante tutti gli sforzi profusi andiamo sempre peggio, sia a livello contabile, sia a livello di economia reale.

Ora la questione è: abbiamo capito, abbiamo ben chiaro che la cura della “troika” a base di austerity, fiscal compact, aggressione fiscale non porta alcun giovamento?

Bene. Andiamo avanti. Cosa fare allora per uscire dalla crisi e tornare a crescere?

Il problema da risolvere è il debito e l’interesse sul debito stesso. Questo problema è sorto nel 1981 con il famigerato divorzio tra la Banca d’Italia ed il Tesoro; infatti fino a quella data l’Italia pagava interessi sul debito pubblico inferiori al tasso d’inflazione. Perché mai chi acquista titoli di Stato privi di rischio e con la garanzia di essere ripagato a scadenza, dovrebbe ottenere rendimenti superiori all’inflazione?

Gli Stati Uniti stanno di fatto pagando interessi reali negativi sul loro debito da circa 5 anni, assicurandosi dunque che questo non salga in termini reali.



Invece in Italia stiamo pagando interessi  molto elevati ed il nostro debito pubblico cresce oramai fuori controllo, come dimostrano anche i recenti studi fatti da autorevoli agenzie che collocano il rapporto debito/Pil per il 2013 ben sopra il 133% (nel 2012 era il 127% circa)!!

Perché gli USA riescono a ridurre il loro debito e noi no? Perché gli USA riescono a comprimere i tassi d’interesse sul debito  e noi no?

Cerchiamo di capire cosa accade e come si possa ridurre il debito. In simboli:

PIL Reale + Inflazione > Tasso d’indebitamento è Riduzione del debito

PIL Reale + Inflazione < Tasso d’indebitamento è Aumento del debito

Per gli USA abbiamo:

   2,2 + 2 > 1,8 ===> il debito si riduce del 2,4% ogni anno

Per l’Italia abbiamo:

 -2,2 + 2,5 < 4 ===> il debito sale del 3,7% ogni anno  (diciamo che raddoppia quindi ogni circa  25 anni)

Possiamo iniziare ad analizzare una serie di importanti differenze.

Mentre l’economia USA cresce annualmente del 4,4%, la nostra povera Italia segna un preoccupante + 0,3% (-2,2 + 2,5= 0,3) in termini di crescita nominale.

Mentre l’Italia paga tassi d’interesse del 4% , gli USA pagano interessi dell’ordine dell’1,8% grazie al fatto che attraverso i vari Quantitative Easing comprano il debito emesso comprimendo i tassi . L’Italia invece deve collocare i titoli (BTP,CCT,CTZ) sul mercato e pagare a questo un premio ben più elevato.

Il tutto accade mentre gli USA fanno deficit di bilancio del 7-8% annui e l’Italia, grazie al Fiscal compact voluto da tutte le forze politiche in Parlamento, realizza degli avanzi primari di bilancio aumentando le tasse e cercando di comprimere la spesa pubblica.

Posto che il deficit è la condizione fisiologica di uno Stato che eroga servizi alla popolazione (questo è uno dei pochi concetti studiati sui libri di economia ancora validi) e che è da imbecilli pensare di voler realizzare dei surplus di bilancio (cosa che accade oggi), la normale conseguenza di un innalzamento delle imposte e riduzione della spesa è la contrazione della domanda, dei consumi e quindi del PIL.

Se il PIL si riduce, il rapporto Debito/PIL cresce e finisce fuori controllo come oggi, dove nonostante gli sforzi fatti , siamo in una situazione disperata. Altro che tendere al 60 %; qui si andrà dritti dritti al 150%!!

I Giapponesi, che non sono dei pirla, avendo un debito pubblico altissimo sul quale pagano interessi reali positivi, non hanno sottoposto la popolazione ad ulteriori misure vessatorie ed impositive, ma han deciso di stampare più moneta allo scopo di far salire l’inflazione e potere anch’essi arrivare a pagare tassi d’interesse reali negativi sul debito.

Detto tra noi, per il momento la Abenomics non sta dando i frutti sperati ed in altra sede spiegheremo anche il perché.

Tornando alla nostra povera Italia, la verità è che siamo circondati da un manipolo di talebani dell’euro e dell’Europa, una schiera di  pirla di destra, sinistra, centro che non solo non capiscono l’economia, ma neppure l’aritmetica.

Il Fiscal compact è una follia, una mostruosità: imporre a forza il pareggio di bilancio pubblico in Italia è un cappio al collo che ci strangola perché distrugge l’economia reale e vede comunque aumentare il rapporto Debito/PIL. Se si procede attraverso l’austerity (riducendo la spesa ed aumentando le imposte), il reddito nominale non aumenta più e se per finanziare il tuo debito sei costretto a ricorrere al mercato per vendere i BTP, allora dovrai pagare tassi ben superiori all’inflazione anche di un 3%.

Il risultato? Il risultato è che nonostante tutti gli sforzi, ogni anno il debito pubblico aumenta del 5% rispetto al PIL  ed ovviamente anche il rapporto Debito/PIL finisce col peggiorare.

Siamo spacciati!!

http://ioamolitalia.it/blogs/vivere-senza-l-euro/uscire-dalla-crisi-si-puo.html

mercoledì 19 giugno 2013

DI MARCHI E MARCHETTE.....

.....l'ultima bufala di Alberto Bagnai
Come Alberto Bagnai si è (meritatamente) guadagnata la sua fama è noto. Egli ha sfidato con coraggio la folta schiera di economisti  e politicanti asserviti alle potenti oligarchie euriste sostenendo, fatti e dati alla mano, la necessità per l’Italia di uscire dall’euro e tornare alla lira. Punto.

 Per questo, per primi, lo abbiamo apprezzato e difeso.
 http://www.wallstreetitalia.com/article/1587971/europa-salva-solo-se-germania-lascia-l-euro.aspx
Poi è venuto quello che abbiamo definito “voltafaccia”, la sua adesione al  Manifesto di solidarietà europea, lanciato il 24 gennaio a Bruxelles assieme ad una davvero ambigua compagnia.
Quindi la nostra critica, http://sollevazione.blogspot.it/2013/05/a-braccetto-con-soros-il-salto-della_28.html che ha fatto uscire dai gangheri il Nostro, adagiatosi sugli allori a forza di ricevere lodi ruffiane da parte dei suoi adepti.
 Che il nostro biasimo fosse giustificato è chiaro a chiunque abbia preso sul serio la battaglia politica contro il regime della moneta unica (non solo quindi contro l'euro), ad ognuno che sappia almeno distinguere i fischi dai fiaschi.

E’ un classico che chi abbia commesso un errore e non voglia riconoscerlo finisca per aggravare la sua posizione. Questo è proprio il caso di Alberto Bagnai. Si era già giustificato malamente sul suo blog, adesso l’ha dovuto fare pubblicamente, intervenendo su Il fatto Quotidiano dell’11 giugno, con un articolo dal titolo stentoreo: “L’Europa si salva solo se Berlino lascia l’euro”.
http://www.wallstreetitalia.com/article/1587971/europa-salva-solo-se-germania-lascia-l-euro.aspx

Il Nostro ci informa che domani, 15 giugno, a Parigi, verrà ri-presentato il Manifesto di solidarietà europea di cui è co-firmatario, un Manifesto che ha come scopo dichiarato, leggiamo su Il Fatto: “... evitare il collasso economico e politico dell’Unione europea”, un collasso che andrebbe appunto sventato spingendo la Germania a tornare al Marco, dando così sostanza all’idea intangibile della “segmentazione controllata dell’eurozona”.

Sul piano astrattamente teorico, dato che la dissoluzione dell’eurozona è nell’ordine delle cose- e lo è non solo per questioni di tecnica monetaria o di partite correnti, come pensa il Bagnai, ma a causa dell’insostenibilità del capitalismo-casinò che pone fine al lungo ciclo globalizzatore riportando in auge i conflitti inter-capitalistici e quindi la funzione degli stati-nazione— il ritorno al Marco della Germania è certo plausibile.
 Si tratta di capire, sbarazzandoci delle fumisterie econometriche che lasciano il tempo che trovano, due cose: la prima è se questa modalità è realistica e, in secondo luogo, a quale finalità questa modalità corrisponda.

Per chi scrive non è realistica, per la ragione che il grande capitalismo finanziario e industriale tedesco non vorrà rinunciare ai vantaggi enormi che la moneta unica porta alle sue ambizioni neoimperialistiche. La Merkel, a nome e per conto del grande capitalismo tedesco, è un’eurista di ferro, non a caso ha preso le difese di Draghi di contro alle critiche della Bundesbank, tanto più che è data grande vincitrice delle prossime elezioni di settembre. Alternative für Deutschland, da parte sua, come ha ben spiegato il suo leader Bernd Lucke, vuole che la Germania resti nell’euro con tutti e due i piedi.
 Tuttavia, ammesso che l'uscita della Germania dall'eurozona sia fattibile, non l'abbracciamo poiché questa soluzione, come Bagnai sottolinea su Il fatto Quotidiano, ha come finalità, appunto, quella di “evitare il collasso economico e politico dell’Ue”.

Paolo di Tarso ebbe la sua illuminazione a Damasco. Bagnai deve aver avuto la sua sulla via di Bruxelles. E’ come minimo singolare che s’inalberi se noi, non convertiti alla dottrina eurista, lo giudichiamo come un voltagabbana. Tutti si ricorderanno gli strali con cui il Nostro, per due anni, ha colpito tutti i paladini del “più Europa”, e lo spietato sarcasmo che egli ha rovesciato sugli “europeisti” a prescindere, quelli delle affinità elettive tra finlandesi e italiani, su tutti coloro insomma che respingevano i suoi argomenti che il ritorno alla Lira era non solo auspicabile ma inevitabile, nella logica delle cose.

Ci sono due passaggi del pezzo su Il fatto Quotidiano che hanno catturato la nostra attenzione. Nel primo, mefistofelico, il Nostro afferma:

«Ma mentre i nostri politici non possono ora venirci a dire che l’euro è stato un errore, ai politici del Nord è più facile scaricare sui paesi del Sud la colpa e propugnare come soluzione l’abbandono dell’euro. Lo sganciamento dall’Eurozona, vissuto al Sud come una sconfitta, al Nord sarebbe visto come il riappropriarsi di un simbolo vincente di identità nazionale (il marco)».

Fiorenzo Fraioli giustamente fa notare:

Il "manifestino" cerca una soluzione che eviti il redde-rationem ai politici del sud, che è invece proprio quello che essi si meritano e che vogliamo noi. Un redde-rationem che non può non esserci, perché l'euro è stato molto di più di un errore tecnico. Tenersi un euricchio, che sta in piedi perché se ne va l'ingombrante Germania, ma conservare tutto l'impianto liberista (concorrenza tra Stati oltre che tra operatori economici, libera circolazione dei capitali, indipendenza della BCE etc..), cioè una serie di cose che non serve essere marxisti per detestare dal profondo del cuore, significa continuare ad accettare il dominio della finanza privata sulla democrazia. Garantito dalla classe politica che ci ha propinato l'Unione Europea alla Maastricht.

Passaggio 2:

«Se una segmentazione dell’euro è necessaria, è più razionale realizzarla lasciando che nella transizione le economie più deboli godano della relativa stabilità della moneta unica: fra euforia da "nuovo marco" e panico da "liretta" è piuttosto evidente cosa convenga scegliere».

Fraioli chiosa:

Qui traspare, in modo evidente, l'urgenza di trovare una soluzione che freni il panico sui mercati. Saggezza da buoni padri di famiglia, o angoscia per la sorte dei piccioli? Ai posteri l'ardua sentenza.

Noi vorremmo insistere sul secondo passaggio, che pone un tombale epitaffio sul Bagnai che conoscemmo.

La relativa stabilità di una moneta unica che tenga assieme i cocci dell’attuale eurozona? Ma di che sta parlando il Bagnai? Ritiene davvero che un’unione monetaria europea, perché senza la Germania, non andrà incontro alle strutturali disfunzioni che la rigidità del cambio si porta appresso? O che sia possibile una moneta unica sovranazionale senza uno Stato unitario che affianchi alla moneta una comune politica del lavoro, di bilancio e fiscale, ed infine una politica di compensazione degli squilibri delle partite correnti e di eventuale mutualizzazione dei debiti esteri?


 Il Bagnai che fu è quello che ci fece scoprire Robert Mundell e i suoi studi sulle Aree valutarie Ottimali (Optimum Currency Area – OCA, a cui il Nostro ha dedicato un intero capitolo del suo libro).
 Scriveva Bagnai il 22 aprile di un anno fa quando, lungi dal flirtare coi liberisti, pascolava a sinistra :

«Robert Mundell lo aveva detto in modo cristallino quasi trenta anni prima: alla domanda “what is the appropriate domain of a currency area?” (quali sono le dimensioni appropriate di una unione monetaria) risponde “an essential ingredient of a common currency area is a high degree of factor mobility”: un elemento essenziale è un livello elevato di mobilità dei fattori. 
Cosa vuol dire? Vuol dire che una moneta unica può essere sostenuta da un’area geografica all’interno della quale sia facile per i lavoratori (il fattore lavoro) spostarsi da zone depresse a zone in espansione». [One (labour) market, one money, Goofynomics]

Bagnai pensa davvero che quella tra paesi tanto disparati quali la Grecia e la Slovacchia, o la Francia e l’Estonia, o l'Italia e il Portogallo (tanto per dire), possa essere un’Area valutaria ottimale? Una cazzata dal punto di vista strettamente economico, una bestialità neoliberista da quello politico e sociale. Entrambi ce la dicono lunga sul recente salto della quaglia del Nostro nel campo eurista.
Ognuno a questo punto tiri le conseguenze.

(Moreno Pasquinelli)

http://sollevazione.blogspot.it/2013/06/di-marchi-e-marchette-se-bagnai-chiude.html

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PS

Alberto Bagnai, intanto, ne ha combinata un'altra delle sue. Questa mattina ha depositato l’ultimo suo post in cui comunica che chiuderà il blog - http://goofynomics.blogspot.it/2013/06/chiudo-il-blog.html
Sconcerto e panico tra i suoi fans, che forse non capiscono che il suo blog gli è d'impiccio date le sue nuove frequentazioni euriste, in quanto prova e pistola fumante della sua vecchia fede sovranista.

Ad un suo aficionado che gli chiede di desistere risponde con eloquenza, citiamo:

«Anche tu non hai capito un cazzo, ma almeno sei spiritoso».

Ad un altro che si dispera e scrive:

“Sono senza parole. Grazie comunque per tutto quello che ha fatto”, il Nostro risponde testualmente:
«Io invece ne ho tre: sei un coglione. Ma, se può consolarti, sei in buona compagnia. Ho ricevuto tonnellate di email di melensi imbecilli col senso dell'umorismo di un lamantino. Accipicchia, che bella squadra ho tirato su! Avete proprio capito tutto! ??Poveri noi..».

In verità era una bufala, anzi un ballon d'essai, tanto per mettere alla prova il quoziente di masochismo dei suoi proseliti. Dopo alcune ore il Nostro scrive:
«A polliiiii!
Dio santo, è come pescare con la dinamite! Ma almeno ho capito molte cose. Ho capito quanti di voi mi capiscono (lo 0.00001%). Ho capito quanti di voi ancora pensano di potermi/dovermi dare consigli (il 1000000%). Ho capito quanti di voi hanno senso dell'umorismo (non pervenuto).
Non posso fidarmi di chi non si fida di me. E ora so di chi fidarmi. Di me».

Il Nostro è fatto così. Oltre ad essere un'opportunista Madre Natura l'ha tagliato con l'accetta e con un ego smisurato.

domenica 16 giugno 2013

LA GRANDE SOLA

Più di ogni discorso,i grafici sottoriportati mostrano a chi abbia veramente giovato l'introduzione dell'euro a parità fissa e in aree strutturalmente diverse,in aree valutarie non ottimali.
Si va dalla situazione pre-euro (1997) ai nostri giorni (2011).
I motivi  di questa situazione sono stati ampiamente descritti in questo sito  in precedenti post.
Particolarmente inquietante é la posizione dell'Italia (e Francia) ,sempre ai vertici dei paesi esportatori e che ha visto, nel corso degli anni dell'euro,un drastico ridimensionamento di questo ruolo.











Qui sotto,l'andamento dei salari reali,a smentire il bengodi salariale del paradiso tedesco,altro luogo comune caro ai neoliberisti,e a conferma del dumping salariale praticato.

L’andamento dei salari reali europei (prezzi del 2000). Fonte: OECD.



Ad ulteriore illustrazione del lavoro in Germania .

- http://vocidallagermania.blogspot.it/2013/06/the-dark-side-of-boom.html

- http://www.lettera43.it/economia/macro/germania-il-paradiso-del-lavoro-nero_4367598943.htm#.UbssBcrnptg.twitter

da DALLAPARTEDELTORTO - http://www.stavrogin2.com/

sabato 15 giugno 2013

LE TRE TESTE DELLA TROIKA: IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE (FMI)

Che fine hanno fatto i soldi del popolo sovrano?


Decisi ad abbattere le barriere commerciali erette durante la Grande depressione e desiderosi di instaurare un sistema economico come unico e supremo regolatore di tutti i rapporti della società internazionale, nel 1944 a Bretton Woods, 45 Stati decisero di creare regole e procedure per gestire la politica monetaria internazionale. I membri adottarono accordi volti ad istituire organizzazioni internazionali con scopo economico ed universale, tra cui la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (Banca mondiale), nonché il primo ed il più importante organo che compone il trio della Troika, il Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Il Fondo Monetario non è un semplice ente o una mera banca creata per prestare soldi ai membri della zona euro in difficoltà. Inglobando nel suo meccanismo tutti gli Stati che ne fanno parte, è ben più di questo: il Fondo è il tutto ed il niente. È il tutto perché da 70 anni è uno dei principali organi che regola e gestisce l’intero e complesso sistema finanziario mondiale; ed è il niente, semplicemente perché in quasi 7 decenni di attività, non è mai stato in grado di evitare o anche solo tamponare nessuna delle tempeste finanziarie che si sono abbattute sulle varie regioni del pianeta.

Creato dagli Stati sovrani per gli Stati sovrani, il Fondo ha competenze per promuovere la cooperazione monetaria, mantenere ordinati gli accordi di scambio ed eliminare le restrizioni di cambio, evitare le svalutazioni competitive, mantenere l’equilibrio del sistema monetario ed assicurare che le politiche economiche dei membri siano compatibili con le sue esigenze. Oltre ad offrire consultazioni e collaborazioni per i problemi monetari, mette a disposizione risorse per correggere gli squilibri dei pagamenti e sorveglia il comportamento monetario di ogno Stato membro.

Istituendo ed aderendo al Fondo, gli Stati sovrani della società internazionale hanno accettato che esso possa imporre e regolare la loro politica monetaria sia interna che collettiva, consigliare e fornire servizi tecnici ed amministrativi, nonché la possibilità di vigilare e sorvegliare l’applicazione delle politiche imposte. Qualora i consigli, gli aiuti tecnici e la stretta vigilanza non evitino ai membri d’essere tritati dalla tempesta finanziaria, sempre il Fondo mette a disposizione degli aderenti risorse finanziarie, allo scopo di gestire e sistemare gli effetti della crisi che Lui stesso non è stato in grado di evitare: i cosiddetti squilibri macroeconomici.
Siccome le risorse messe a disposizione degli Stati sovrani sono del Fondo, semplice business sembrerebbe, poco di più forse; ma essendo il Fondo creato dagli Stati sovrani, per gli Stati sovrani, le risorse messe a disposizione ai membri, vengono elargite proprio da tali Stati sovrani aderenti.
Questo contorto sistema così voluto e così creato, non è business, è semplicemente poco più che pura pazzia.

L’importanza fondamentale che il Fondo esercita deriva anche dall'inusuale facoltà di poter disporre ed usare una propria unità di conto, una propria valuta, per perseguire i suoi servizi e conseguire i suoi scopi.
Il Diritti Speciali di Prelievo (DSP), creati per avere un unico tasso fisso di cambio nella società internazionale, sono l’unità di conto assegnata ad ogni membro in base alla quota che ha sottoscritto al momento dell’adesione.
Con un valore determinato da 4 valute ($ americano, yen giapponese, sterlina inglese ed euro), i DSP vengono anche usati come unità per i servizi e le operazioni finanziarie.
Nel momento in cui entrano a far parte della grande famiglia della comunità internazionale, gli Stati sovrani versano al Fondo la loro quota di adesione, quantificata in DSP, che serve a determinare l’eventuale ammontare di capitale che un membro può richiedere in prestito, il potere di voto assegnato a ciascun membro aderente e la già consolidata gerarchia del sistema monetario internazionale.

Con le quote versate e collocate in uno dei numerosi conti del Fondo, gli Stati membri possono effettuare tutti i pagamenti all'interno della società internazionale, come le transazioni, emettere buoni o titoli, acquistare e vendere valute, richiedere ed elargire somme e possono anche far fronte alle loro esigenze della bilancia dei pagamenti.
Il Fondo percepisce provvigioni sulla media dei saldi quotidiani delle quote collocate nei suoi Conti e corrisponde in egual misura per tutti i membri, interessi sulle disponibilità delle quote, mentre essi, riconoscono al Fondo provvigioni sull'ammontare dei DSP ricevuti o acquistati e sugli eventuali saldi negativi che hanno accumulato. Tutte le provvigioni e gli interessi dovuti vengono erogati in DSP ed anche se questa unità viene utilizzata per tutte le operazioni e le transazioni autorizzate, il Fondo acconsente buoni o altre obbligazioni emessi dallo Stato come contropartita ed ovviamente, accetta anche pagamenti effettuati in oro.

È vero che i governatori del Fondo «esercitano le loro funzioni senza ricevere retribuzione», ricevendo  –solamente– il rimborso delle spese sostenute «in misura ragionevole», ma è anche vero che il Fondo in sé non ha lo scopo di fare beneficenza. Per ottenere il capitale necessario ai suoi scopi, il Fondo ha facoltà di vendere l’oro accumulato nei decenni ed i Diritti Speciali di Prelievo (DSP), amministrare le quote sottoscritte dai membri ed usare le loro valute per investimenti e servizi finanziari, a sua scelta.
I ricavi ottenuti dalle attività finanziarie del Fondo possono essere utilizzati per generare ulteriori ricavi, attraverso operazioni finanziarie anche non autorizzate, purché compatibili con i suoi scopi.
Sommando le quote sottoscritte dagli Stati sovrani aderenti, il volume di tutte le attività svolte e l’ammontare degli interessi accumulati con i beni e le disponibilità, si ottiene soltanto una minima parte del capitale a disposizione del Fondo Monetario Internazionale.
Il Fondo non può essere limitato, non è un’organizzazione internazionale qualunque e non è una banca centrale qualsiasi. Si differenzia dalle organizzazioni internazionali comuni semplicemente perché è una di quelle la cui residenza è a 1km da Wall Street. Il Fondo è colui che vive  e si nutre del sistema multilaterale dei pagamenti della società internazionale e che necessita, per poter conseguire i suoi scopi, di gestire tanto denaro, un volume spropositato di capitale. Per questi motivi, a seconda delle sue esigenze, il Fondo ha facoltà, con una minima complicità da parte degli Stati sovrani aderenti, di moltiplicare a piacimento le sue disponibilità.

La principale tecnica usata dal Fondo per far lievitare il capitale a sua disposizione è per mezzo della modifica o della revisione generale delle quote assegnate agli Stati membri.
Le quote sottoscritte dagli aderenti vengono revisionate a distanza di 5 anni oppure, ogni qualvolta che il Fondo lo ritenga opportuno, ed il loro valore, può essere aumentato fino al 100% della quota precedente.
Il primo aumento lineare generale delle quote fu effettuato nel 1959, ed alla quinta revisione, nel 1970, l’Italia possedeva già  un miliardo di DSP. L’ultima revisione generale delle quote approvata nel dicembre 2010, ha richiesto un aumento del 100% della quota precedente, portando quella italiana da un valore di 7'882,3 milioni di DSP (10,4 miliardi di €) ad un valore di 15'070 milioni di DSP (19,9 miliardi di €), pari al 3,015% del potere totale dei voti.
L’ultima tranche dovuta a seguito dell’ultimo aumento delle quote è stata versata dall’Italia a gennaio 2013 e per non perdere il ritmo acquisito, il Fondo ha deciso che la prossima revisione generale delle quote debba venir anticipata, programmandola per gennaio 2014.

Il secondo artificio utilizzato per aumentare in modo esponenziale le risorse è per mezzo dei cosiddetti Prestiti accordati, i quali prevedono che qualora il Fondo ritenga il suo capitale insufficiente a sopperire alle necessità dei suoi membri, ha facoltà di integrare ed ampliare il volume delle sue risorse, indebitandosi.
Vincolati dagli Accordi Generali di Prestito (GAB), 15 membri aderenti del Fondo devono prodigarsi e fornire risorse supplementari al Fondo per circa 17 miliardi di DSP (22,1 miliardi di euro), mentre con i Nuovi Accordi di Prestito (NAB), ovvero l’accordo più proficuo ed il più usato recentemente, 38 membri irradiano il già cospicuo capitale del Fondo, con una somma di circa 490 miliardi di DSP (638 miliardi di euro). L’Italia, nel suo piccolo, con l’attivazione del NAB deve garantire al Fondo un prestito di circa 18 miliardi di euro.

Con questo sistema vengono finanziati gli aiuti del Fondo Monetario Internazionale a beneficio degli Stati membri della società internazionale, ed è in questo modo, in collaborazione con la Commissione e la Banca Centrale europea e per conto della Troika, che il Fondo regola e gestisce la crisi che continua a mietere su tutto il territorio dell’Unione europea.

«Lo scopo principale del sistema monetario internazionale è di forgiare un contesto tale da facilitare lo scambio di beni, servizi e capitali tra gli Stati membri, favorendo una crescita economica equilibrata e garantendo il mantenimento delle condizioni di base ordinate necessarie alla stabilità economica e finanziaria. Ogni Stato membro si impegna a collaborare con il Fondo, con gli altri stati membri e si impegna ad orientare la propria politica economica e finanziaria verso la crescita economica ordinata, nel rispetto di una ragionevole stabilità dei prezzi ed evita di manipolare i tassi di cambio o il sistema monetario internazionale allo scopo di impedire l’aggiustamento effettivo delle bilance dei pagamenti». 

Per questi motivi, «i membri devono evitare restrizioni dei pagamenti ed evitare di stipulare contratti di cambio che risultino contrari alla regolamentazione»; «devono adottare tutte le disposizioni necessarie per rendere operanti ed incorporare nei propri testi di legge i principi» del Fondo; «devono impegnarsi a non effettuare transazioni con uno Stato non membro o con individui contrari allo Statuto oppure agli scopi del Fondo», ed inoltre, devono rendere i Diritti Speciali di Prelievo (DSP) «lo strumento principale di riserva del sistema monetario internazionale» nonché l’unità di conto di altre organizzazioni internazionali.
E per concludere, «i membri devono collaborare con il Fondo per favorire una migliore sorveglianza internazionale e devono trasmettere tutte le informazioni necessarie richieste, con la massima minuziosità e precisione, evitando quanto più possibile di fornire semplici stime», poiché il Fondo funge anche «da centro di raccolta e di scambio di informazioni sui problemi monetari e finanziari, agevolando in tal modo la realizzazione di studi intesi ad assistere gli Stati membri nell'elaborazione delle politiche atte a promuovere il conseguimento degli scopi del Fondo» stesso.

E siccome per prassi, ogni organizzazione internazionale che si rispetti debba in qualche modo possedere una minima risorsa di sgrassatore per almeno tentare di smacchiare il giaguaro - «per consentire al Fondo di espletare le funzioni affidategli, gli sono accordati immunità giurisdizionale integrale e privilegi. I beni e le disponibilità del Fondo non possono essere oggetto di alcun tipo di perquisizione, confisca, sequestro da parte del potere esecutivo o legislativo e sono esenti da restrizioni, raccomandazioni, controlli o moratorie»; «i suoi archivi sono inviolabili»; «i Diritti Speciali di Prelievo (DSP), le operazioni e transazioni di cui sono parte, non sono soggetti a imposte di alcun genere»; «è esente da qualsiasi tipo di imposta o dazio doganale»; «nessuna imposta di nessuna natura è percepita sulle obbligazioni o titoli emessi dal Fondo», ed «i suoi dipendenti non possono essere perseguitati per gli atti da loro compiuti e nessuna imposta è percepita sulle retribuzioni ed emolumenti corrisposti dal Fondo»

Dovrebbe bastare essere a conoscenza del contorto meccanismo congegnato per finanziare le operazioni del Fondo, per capire che da una simile organizzazione bisogna soltanto tenersi alla larga.
Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, il Fondo, per convertire la più grande economia socialista del mondo in un’economia aperta al mercato, intraprende la cosiddetta terapia shock , imponendo liberalizzazioni, privatizzazioni e stabilizzazione.
Per ridurre l’inflazione, inoltre, il Fondo impose un aggressivo regime di austerità, raccomandando una severa ed inflessibile politica fiscale e monetaria. Dall’1,5%, la soglia della povertà impenna, aggredendo fino al 49% della popolazione, ed a causa della mancanza di ordini di produzione, molte imprese sono costrette al fallimento, lasciando migliaia di carcasse sparpagliate su tutto il territorio circostante, duramente martoriato dalla pesante depressione economica. Sembra un schon gesehen, un dejà-vù.

Eppure, nonostante la consapevolezza della malsana e contorta dottrina che è alla base della struttura del Fondo Monetario Internazionale, l’Italia «promuove e favorisce le organizzazioni internazionali»; l’Unione europea, anch’essa organizzazione internazionale, ma di rango inferiore perché regionale, promuove i suoi pari o superiori, e «si adopera per sviluppare relazioni e istituire partenariati con le organizzazioni internazionali, regionali o mondiali e promuove soluzioni multilaterali ai problemi comuni», ed ovviamente, un’organizzazione internazionale a scopo universale come il Fondo Monetario Internazionale, non può che voler collaborare con i suoi pari ed esercitare così la sua supremazia nei confronti di quelli che sono di rango inferiore. Non è pertanto un caso che il Fondo collabori «con le organizzazioni internazionali di carattere generale e con tutti gli organismi pubblici internazionali aventi funzioni specializzate in settori correlati».

E mentre tutti i membri della società internazionale si promuovono e tutti si favoriscono, tra di loro tutti si accettando e tutti si accordando,  il popolo è sempre più disperato, i morti per suicidio aumentano e mentre i martiri si susseguono, il Presidente Napolitano, aderendo al 14° aumento della quota di partecipazione dell’Italia al Fondo Monetario Internazionale, ha autorizzato «il Ministro dell’economia e delle finanze», a quel tempo Giulio Tremonti, «ad avvalersi della Banca d’Italia, concedendo le garanzie per ogni eventuale rischio connesso con i versamenti da esso effettuati o che venissero effettuati, a valere delle sue disponibilità, in nome e per conto dello Stato».

C’è ancora chi afferma che i fondi non ci sono, che le casse dello Stato sono prosciugate. Sì, è probabile che che le casse sono state ormai prosciugate ed i fondi sono inesistenti, ma tutto ciò è soltanto perché sono stati volutamente sottratti allo Stato e deviati, all'insaputa del popolo; per saldare chilometrici elenchi di conti e sospesi, che nessun rappresentante si degna di enunciare agli elettori.
Tutto tecnicamente e legalmente ineccepibile, semplicemente perché il sistema economico è stato voluto e creato per essere l’unico e supremo regolatore di tutti i rapporti della società internazionale, mentre l’occultamento dei fondi pubblici è la prediletta dottrina e filosofia usata dalla Troika per conto e tramite il Fondo Monetario Internazionale, perché nonostante tutto, l’ignoranza rimane ancora ed è sempre più la fonte primaria della democrazia predominante nella società internazionale.
Well come. Non in Europa, ma al mondo!

(Chris Richmond-Nzi)

http://lantitroika.blogspot.it/2013/06/le-tre-teste-della-troika-parte-ii-che.html

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 INFO  FEDERAZIONE

- Riforma FMI  : http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2010-11-06/libera-riforma-fondo-monetario-175616.shtml?uuid=AYUqzihC - novembre 2010

- I BRICS vogliono una riforma - http://www.geopolitica-rivista.org/18491/i-brics-spingono-per-una-riforma-del-fmi/ - luglio 2012


Praticamente un  organismo in mano agli USA (2011)




diritti di voto (2007)







ECCO PERCHE’ L’EURO E’ INSOSTENIBILE

(intervista al prof. Alberto Bagnai)

Professore, sono note le sue tesi sull’Euro; perche’ questa crisi in Europa?

Il problema principale è che adottando un cambio fisso, un paese si priva di un normale meccanismo di risposta a shock negativi provenienti dall’esterno: la possibilità di aggiustare il valore della propria valuta alle mutate condizioni di mercato.
Non c’è nulla di scandaloso né di immorale nel fatto che il prezzo di una valuta segua la legge della domanda e dell’offerta. Se glielo si impedisce, si crea una tensione che fatalmente si scarica sul mercato del lavoro. Lo dice benissimo Vittorio Da Rold sul Sole24Ore: in caso di problemi “o si svaluta la moneta (ma nell’euro non si può più) o si svaluta il salario”.
Il problema è che la svalutazione (cioè il taglio) del salario, quella che oggi chiamiamo “svalutazione interna”, è un processo doloroso, lento, e soprattutto inefficace. Infatti, il taglio dei salari ha lo scopo di intercettare domanda estera offrendo prodotti a prezzi più contenuti, ma al tempo stesso distrugge la domanda interna.
La svalutazione del cambio, invece, permette un recupero di competitività più rapido. Basta confrontare i risultati conseguiti dalla Lettonia (che ha seguito la strada della svalutazione interna, massacrando la propria economia, come ricorda Mario Seminerio, altro economista ortodosso e pro-euro), e dalla Polonia, che invece dopo il crack Lehman del settembre 2008 ha lasciato svalutare lo zloty di quasi il 30%, risultando l’unico paese dell’Unione Europea con un tasso di crescita positivo nel 2009 (+1.6%).
E notate che, una volta di più, questo risultato è stato ottenuto senza particolari costi in termini d’inflazione, che anzi in Polonia è scesa dal 4.2% al 3.4% fra 2008 e 2009, come ricordano Kawalec e Pytlarczyk.
Anche qui non c’è nulla di nuovo: nel mio ultimo libro documento svariati casi del genere. Il terrore dell’inflazione in caso di sganciamento non ha alcuna base storica né scientifica.
Rimane allora la domanda: ma se rinunciare alla flessibilità del cambio fa tanti danni, impedendo di reagire rapidamente a una recessione, perché si sceglie questa strada palesemente sbagliata?
La risposta più plausibile a questa domanda, a mio avviso, è stata data da Roberto Frenkel e dai suoi coautori, partendo dall’analisi delle crisi dei paesi emergenti, fra i quali l’Argentina.

 Si riferisce al “ciclo di Frenkel”, descritto nel suo libro recentemente pubblicato Il Tramonto dell’Euro  http://www.amazon.it/Il-tramonto-delleuro-Alberto-Bagnai/dp/8897949282  
Questo ciclo passa per le sette fasi che qui riassumo:




Puo’ spiegarci brevemente questo “Romanzo di centro e periferia” e dirci a che punto siamo?

È un dato di fatto: tutte le crisi finanziarie degli ultimi trent’anni sono state precedute da un tentativo di fissazione del cambio fra un paese più forte (il “centro”) e un paese più debole (la “periferia”).
Il vantaggio per il centro è ovvio: può prestare soldi alla periferia, lucrando interessi generalmente più alti che a casa propria, senza incorrere nel rischio di cambio. Anche la periferia inizialmente trae vantaggi: diventando “credibile”, accede a credito estero relativamente a buon mercato, che potrebbe usare per promuovere il proprio sviluppo. Il gioco quindi potrebbe essere a somma positiva, ma il problema è che viene sempre spinto troppo oltre.
Da un lato i creditori del centro prestano troppo, in modo irresponsabile, sapendo che alla fine qualcuno pagherà (o i debitori, o i contribuenti). Dall’altro, i debitori della periferia si indebitano troppo, e non sempre utilizzano i capitali presi in prestito per investimenti produttivi (infrastrutture, ricerca, ecc.).
Attenzione, però: in un sistema capitalistico l’onere di verificare che il progetto finanziato sia valido incombe al creditore. Quando chiedete un prestito, la banca valuta il vostro merito di credito, no? Le banche del centro, però, evitano di farlo, e un motivo c’è.
A voi sembra logico che il centro finanzi la periferia per renderla più forte, cioè per avere un concorrente temibile in più? Non lo è molto, vero? La periferia viene finanziata perché i suoi cittadini acquistino prodotti del centro, non perché si dotino di infrastrutture efficienti, che li mettano in concorrenza col centro stesso.
Insomma, la periferia, indebitandosi, diventa la “locomotiva” del centro, del quale acquista i beni.
Questo è un altro ovvio vantaggio per i capitalisti del centro, che affiancano profitti industriali a quelli finanziari. Ma anche i politici e i capitalisti della periferia qualche vantaggio lo traggono. Utilizzando il pretesto del vincolo esterno, del “ce lo chiede l’Europa”, riescono a far ingoiare ai propri cittadini delle politiche di smantellamento dei loro diritti e di compressione dei loro redditi che altrimenti non sarebbero politicamente sostenibili.
Il gioco si basa sul credito facile erogato dal Nord. Prima o poi si presenta un evento che, mettendo in difficoltà i debitori, rende palese a tutti che i debiti accumulati sono insostenibili, e inizia la crisi.

Nel caso dell’Eurozona, la crisi dei subprime e poi lo scandalo Lehmann hanno messo in grossa difficoltà le banche tedesche, imbottite di titoli tossici. Lo stato tedesco ne ha salvate alcune, come spiega Adriana Cerretelli sul Sole24Ore, 
http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-10-22/banche-pigliatutto-081326.shtml?uuid=Aatwj2EE 
poi, quando la situazione è diventata insostenibile, ha cominciato a fare la voce grossa coi paesi dell’Eurozona (non potendola fare con gli Stati Uniti).

Notate bene che fin qui si parla di debito privato: nella fase preparatoria della crisi, l’economia periferica gira a pieno regime, lo Stato incassa imposte, quindi il debito pubblico scende, come stava scendendo in Irlanda, Spagna e Italia (per fare tre esempi). Quando i mercati si innervosiscono, i governi adottano risposte recessive (austerità) e il debito pubblico esplode. Ora siamo lì, nella sesta fase del ciclo. La settima sarà, come sempre è stato, lo sganciamento della periferia dal centro, cioè, nel caso dell’Eurozona, la dissoluzione dell’euro.

Parlando di Europa, Euro e gestione del processo di integrazione e della Crisi, ci puo’ spiegare le “colpe” della Germania in questi 15 anni, e quelle dell’Italia?

Rifaccio il precisino: non mi piace parlare di “colpe” in economia, e non la metterei in termini di antagonismo fra “Germania” e “Italia”. Bisogna ricordare sempre che “Germania” e “Italia” non sono due personaggi (uno buono e uno cattivo, a scelta di chi legge), ma due insiemi composti da tanti attori economici e sociali, non tutti ugualmente informati, non tutti ugualmente razionali.
Andando nell’ordine che lei propone, sicuramente una certa leadership politica tedesca ha la responsabilità di aver badato agli interessi economici del proprio paese in modo egoistico e miope, violando l’obbligo di “stretto coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri” stabilito dall’art. 119 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.
Chi rinfaccia il fatto che “la Germania è stata più brava perché ha fatto prima le riforme” dimostra una totale ignoranza dei principi della costruzione europea. “Stretto coordinamento” significa che le riforme si sarebbero dovute decidere e attuare insieme.
Invece non solo non è stato così, ma per sorpassare a destra l’Europa, il governo tedesco ha sfacciatamente violato il Trattato di Maastricht, come spiego nel mio blog. Questo perché la riforma del mercato del lavoro, che moderava i salari introducendo flessibilità (cioè precarietà), prevedeva in contropartita una serie di ammortizzatori sociali che gravavano e gravano sul bilancio pubblico tedesco.
Il contenimento dei salari tedeschi (riconosciuto dai responsabili politici tedeschi), è stato insomma finanziato con spesa pubblica, con aiuti massicci alle imprese (sotto la forma indiretta di spesa sociale per integrare i salari dei lavoratori).

Il problema del modello mercantilista tedesco è che è di corto respiro. Non c’è nessuna particolare virtù nel contenere i salari, deprimendo la domanda interna, per vendere di più all’estero.
Questa strategia è ingiusta e ottusa per due motivi. Il primo, è che le imprese tedesche sono diventate più competitive sostanzialmente perché i lavoratori tedeschi non hanno beneficiato della loro maggiore produttività (e infatti in Germania la disuguaglianza fra i redditi è aumentata, come ci ricorda l’Economist, al punto che il governo ha cercato di manipolare un recente rapporto sulla povertà). Ricordiamoci sempre che chi ci parla di una Germania “vincitrice” omette di ricordarci che in Germania il numero dei “perdenti” sta crescendo, e questo male comune non è un mezzo gaudio, ma una fonte di preoccupazione: ricordiamoci che il popolo tedesco reagisce con una certa veemenza alle crisi economiche.

Il secondo motivo è che se vuoi crescere sulla domanda altrui, perdi anche quando vinci.
Guardate cosa sta succedendo. Nel 2012 la Germania ha avuto una crescita infima, circa la metà di quella prevista a inizio anno. Perché?
Perché se cresci solo sulla domanda estera, di fatto impoverisci i tuoi partner commerciali, che devono indebitarsi per comprare i tuoi prodotti. Quando saltano per aria, ti trovi senza mercato di sbocco e smetti di crescere anche tu, che è esattamente quello che sta succedendo adesso alla Germania.
Guardi che questo fatto, ignorato da molti italiani, è perfettamente chiaro ai tedeschi meno ottusi. Le faccio due esempi: si ricorda di quando l’ex cancelliere Helmut Schmidt ha dichiarato che la politica condotta dalla Merkel non era molto intelligente? E le segnalo che alcuni economisti europei si sono recentemente riuniti a Bruxelles per presentare un manifesto di solidarietà europea, basato sull’ipotesi che la Germania accetti di sganciarsi dall’eurozona. Da chi era rappresentata la Germania? Da Hans-Olaf Henkel, già a capo della “Confindustria” tedesca. Non stiamo parlando di personaggi di secondo piano.

 Secondo lei l’Italia dovrebbe uscire dall’Euro: crede che ce lo consentiranno? Come andrà a finire?

 L’euro è insostenibile. Chi parla di salvarlo con “più Europa” vaneggia. 
In tutti i paesi membri, dall’Italia, alla Germania, all’Olanda, si stanno mettendo in discussione i meccanismi di trasferimento di reddito fra regioni che hanno finora garantito la coesione territoriale. In Italia c’è la Lega Nord, in Germania ci sono i politici bavaresi. E voi pensate che un bavarese, che è stufo di pagare per un sassone, voglia invece farlo per un calabrese?! Voi pensate che chi vuole “meno Germania” voglia “più Europa”? Potete scordarvelo!
Jacques Sapir ha calcolato che per tenere insieme i paesi dell’Eurozona occorrerebbero, in aggiunta ai trasferimenti già previsti dal bilancio della Commissione, almeno altri 257 miliardi di euro all’anno, sostanzialmente a carico della Germania. Questo è il costo economico del “più Europa”.
Nessun politico può seriamente pensare di proporlo agli elettori.
Paolo Manasse, economista ortodosso, giunge alle medesime conclusioni, perché non ce ne sono altre.

Quindi, inutile girarci intorno: come decine di altre unioni monetarie nell’ultimo secolo, anche l’Eurozona dovrà sciogliersi. L’Italia, come paese sovrano (fino a prova contraria) non deve chiedere il permesso a nessuno, tanto più che, come ho ricordato, altri paesi hanno pesantemente violato i trattati europei, ponendo le basi di questa crisi.
Gli studi che circolano evidenziano tutti, unanimemente, che l’Italia trarrebbe il massimo vantaggio (o il minimo danno) da uno scioglimento dell’Eurozona: i vostri lettori sicuramente conoscono lo studio di Bank of America che a luglio scorso ha portato questo risultato all’attenzione del grande pubblico.

Il nostro problema è quello di essere in balìa di una classe politica che ha sistematicamente mentito sulla moneta unica, un vero Partito Unico Dell’Euro che dispone di tutti i mezzi di informazione e li usa in modo terroristico.
In questo senso ripongo più fiducia nella Germania. Quando alla leadership tedesca sarà chiaro che sta segando il ramo dov’è seduta, le sarà facile tirarsi fuori dall’Eurozona: basterà continuare a mentire dicendo (come ha fatto per anni) che la crisi è colpa dei pigri del Sud (e non delle banche del Nord che hanno alimentato squilibri per sostenere le industrie del Nord). Gli elettori del Nord prima o poi reagiranno chiedendo la secessione. Il paradosso è che la secessione converrebbe di più agli elettori del Sud, ma a questi non viene nemmeno consentito di discuterne serenamente!

Professore, perche’ in Europa e nel mondo sono cosi’ importanti parametri come l’ammontare del Debito e Deficit Pubblico, mentre sono assai meno noti parametri come la Bilancia dei Pagamenti e la Posizione Netta sull’Estero?




L’attenzione si focalizza sul debito pubblico per motivi puramente ideologici. Ormai è appurato che le crisi finanziarie degli ultimi trent’anni sono state causate da elevato indebitamento privato (con l’estero), in presenza di debito pubblico stabile o decrescente.
Tutti lo sanno. È quello che gli economisti chiamano un “fatto stilizzato”.
Perfino il Trattato di Maastricht, come molti ignorano, prevedeva che l’indebitamento estero dei paesi fosse tenuto sotto controllo, come quello pubblico.
Ma per quello pubblico si è stabilito un parametro (il 3% del Pil), mentre per quello estero no. Perché? Per due motivi.
Primo, perché limitare l’indebitamento pubblico significa ridurre il peso del “nemico” ideologico, cioè dello Stato, mentre limitare l’indebitamento estero, che è per lo più privato, significherebbe limitare l’azione dei “mercati”.
Secondo, perché in un’Europa costruita e gestita dai “vasi di ferro”, il debito estero dei vasi di coccio tornava utile (visto che, come abbiamo detto e ripetuto, si convertiva in acquisti di beni dei paesi forti).
Che l’indebitamento estero vada limitato non è l’idea di uno strampalato professore di provincia.
Dopo aver usato il credito/debito estero come una clava per sbriciolare i paesi del Sud, la Commissione Europea, candidamente, ammette che c’è un problema, e nella sua “procedura contro gli squilibri macroeconomici”, promulgata a fine 2011, stabilisce limiti proprio per le variabili delle quali gli economisti riconoscono da tempo l’importanza: il debito privato, il debito estero, il deficit estero.

Naturalmente la stalla si chiude quando i buoi sono scappati, semplicemente perché le chiavi della stalla sono state date ai ladri di bestiame: le grandi banche del Nord.
Ricapitolando: che il debito estero sia più pericoloso di quello pubblico lo sanno e lo sapevano tutti: economisti, politici, e tecnici della commissione (che infatti pongono sul debito estero un vincolo quantitativo più stringente che su quello pubblico).

Non se ne parla nei media per motivi ideologici e di convenienza: se la gente capisse che il problema sono gli squilibri esteri, capirebbe che il problema è l’euro, e per la finanza del Nord finirebbe la pacchia.


http://www.scenarieconomici.it/esclusiva-lintervista-in-forma-integrale-alleconomista-alberto-bagnai-euro-e-crisi/

venerdì 14 giugno 2013

LA LEGGE DELLA BOLLA E DELLO SPILLO (Part Two)


La prima parte la trovate qui. http://ilblogdilameduck.blogspot.it/2013/05/cosa-mi-racconta-leconomia-parte-i.html

Prologo. Le quattro cantonate della teoria neoclassica (aka neoliberismo)

Prima di continuare, raccogliamoci in preghiera e recitiamo il Verbo del pensiero unico.

"La migliore garanzia contro lo sfruttamento è il mercato."
"I capitali devono circolare liberamente".
"Più moneta in circolazione, più inflazione".
"Il mercato è in grado di autoregolarsi".


Nessuna bevuta è gratis

Come dicono gli economisti neoclassici ogni volta che, per sostenere le assurdità del pensiero unico, si attaccano alla fiaschetta che portano sempre al collo come i San Bernardo. Perché da sobri qualche dubbio alla fine verrebbe fuori e ci si potrebbe rendere conto che la Svezia non è nell'euro - per questo appare così in forma - e il cambio lira/euro non è 1700.

666 è il numero della Bestia

Gli enunciati della teoria neoclassica sono come le canzoni rock che, suonate al contrario, conterrebbero un messaggio satanico. In questo caso un messaggio favorevole alla classe dominante e a tutto svantaggio del restante 99%.
I neoclassici dicono, parlando normalmente: "La moneta unica funziona solo se l'area che la adotta risponde a precisi requisiti di uniformità fiscale, del mercato del lavoro, governativa, educativa."
Parlando invece come il nano di Twin Peaks, al contrario, essi rivelano un modo molto vantaggioso per le élite di  ripristinare il modello mercantilista di dominio di un paese forte su altri deboli attraverso il vincolo di cambio applicato in un area valutaria non ottimale.  Il trucco dell'Euro, appunto. http://vocidallestero.blogspot.it/2013/06/la-bce-scopre-che-il-problema-e-la.html

Prendi una teoria, trattala male, tanto prima o poi l'unione fiscale si farà, hai voglia!
Poi arriva l'amerikano pragmatico http://ilblogdilameduck.blogspot.it/2013/05/tutti-da-luttwak-il-sabato-sera.html 
che ci sgonfia le gomme con la previsione che, per allora, saremo tutti morti.

Allo stesso modo, il principio di reversibilità satanica si applica a tutti i principi che ho enunciato sopra. Basta aggiungere un non all'affermazione e si scoprirà che effettivamente, nel mondo reale, le cose funzionano esattamente al contrario dell'enunciato.
"La migliore garanzia contro lo sfruttamento NON è il mercato" (perché il padrone è buono e caro ma se gli dai un dito...) "I capitali NON devono circolare liberamente" (perché altrimenti succede che la finanza sottrae risorse all'economia reale, vedi sotto). "Più moneta in circolazione, NON porta più inflazione" (infatti la frase in positivo è una pura sciocchezza smentita da tutti i dati ufficiali, fatta per spaventare i crucchi con il babau di Weimar e controllare anti-democraticamente la quantità di moneta circolante, ergo controllare la distribuzione della ricchezza).
"Il mercato NON è in grado di autoregolarsi". Lo vediamo subito come si autoregola, giusto un attimo di pazienza e uno schemino interessante che introduce l'argomento dark pools.
La contraddizione palese insita nella pretesa che potesse esistere la regola in assenza di regole, del resto, fin dall'inizio non prometteva niente di buono.

'O mercato nun vo' penziere

In questi giorni di vacanza mi sono letta "Finanza per indignati", http://www.economia.rai.it/articoli/finanza-per-gli-indignati/16845/default.aspx l'inchiesta di Andrea Baranes sulla finanza casinò e la sua degenerazione in tumore che ha attaccato il tessuto sano dell'economia e da allora mi viene un sorriso da Joker ogni volta che i TG serali aprono il siparietto di economia parlando dell'andamento della giornata in Borsa.
La Borsa, il tempio del Mercato (si, quello con il termostato). Oppure il mercato nel Tempio, quello che fece andar giù di sentimento nostro signore. Un luogo dove, secondo i fratelli Grimm delle ore venti, il Bund fa a braccio di ferro con il BTP ad un tavolo di osteria mentre le altre valute sorseggiano tequila bum bum, ogni giorno c'è l'asta tosta dei titoli di stato con file di risparmiatori ansiosi di aggiudicarsi quel pregevole BTP di scuola vicentina perfettamente conservato e le massaie girano per le bancarelle acquistando titoli che i borsisti incartano commentando: "Il FIAT è un po' di più, lascio, signo' ?"
La Borsa, ovvero il centro del Mercato, nel cervello del popolino deve assomigliare appunto al mercato rionale, ad una colorata Vuccirìa. E, soprattutto e di conseguenza, il popolino che va al mercato deve ragionare con la stessa logica del fruttarolo e del pizzicagnolo. http://goofynomics.blogspot.it/2013/02/moneta-e-prezzi-dal-fruttarolo.html
Un mondo di sogno, assolutamente irreale nel contesto finanziario. Una favola per i gonzi, che la manderanno giù assieme alla forchettata di bucatini. "Cazzo, che botta ha dato Tokyo oggi!"
La verità invece è che il Mercato non va più al mercato. Ama le sensazioni forti, la sorpresa, la novità, l'anonimato e la trasgressione delle dark rooms, oops!, dark pools.


Un tuffo dove l'acqua è più blu


Come funzionano le dark pools, omologhi finanziari delle dark rooms
Le dark pools, o piscine, sono luoghi dove le transazioni finanziarie avvengono al di fuori delle Borse ufficiali, su computer ultra veloci e con ritmi di scambio parossistici. Dal 2009, anno successivo al crack di Lehman Brothers, invece di darsi una calmata con la roulette, la finanza ha moltiplicato il trading attraverso le dark pools, con un aumento del 48% e realizzando il 13% del totale del volume complessivo di trading. In Europa le dark pools gestiscono un giro di affari di 80 miliardi di sterline al mese.
E per noi non ci sono soldi, vero?
Nel grafico seguente si vede ancor meglio l'aumento di importanza del trading al di fuori della Borsa, soprattutto in Europa dal 2005 in poi.



Il risultato di questo travaso di enormi fiumi di denaro dall'economia alla finanza e dalla finanza in chiaro a quella puramente speculativa e criptata è devastante per l'equilibrio macroeconomico.
Dal sistema di scambio D-M-D- (denaro - merce - denaro), siamo passati ad un circuito chiuso D - D (denaro - denaro)  dove la moneta viene moltiplicata senza alcun limite. Alla faccia della massa monetaria che crea inflazione, eh Milton?
Ecco perché "non si sono i soldi", come ricordavo nella prima puntata di questo post, parlando di coloro che ci costringono a fare sacrifici. Perché i soldi vengono deviati dall'economia reale (dove sono limitati in quantità in modo che non si arricchisca troppa gente, intendendo con gente i poveri e le classi medie) al mondo della finanza speculativa, dove, essendo tutti già ricchi, la ricchezza può essere creata, distrutta e passata di mano in un delirio che rende gli attori sempre più  folli. Finanza creativa perché riesce a creare il denaro dal nulla.

Lo strumento principale di questo tipo di finanza è il derivato, nato come prodotto finanziario assicurativo (ad esempio il plain vanilla . http://it.wikipedia.org/wiki/Plain_vanilla) e poi diventato la bacchetta magica per creare speculazione allo stato puro e moltiplicare i soldi e i denari.
I derivati sono misteriosi ("pochissimi sanno come funzionano", "sono complicatissimi da descrivere") ma diventano comprensibili se li si associa al funzionamento della cellula neoplastica.
Come essa si moltiplicano esponenzialmente e senza controllo e alla fine distruggono il tessuto che hanno intaccato.
I derivati sono ciniche scommesse sulle disgrazie altrui. Posso guadagnare dal fallimento di intere nazioni (CDS, Credit Default Swaps), posso scommettere 1000 volte che ruberanno l'automobile del mio vicino e rivendere la scommessa ad altri 1000 e questi ad altri 1000 ancora.
Posso perfino creare un prodotto derivato che scommette, in un gruppo di persone anziane, su chi schiatterà per primo. Non è veramente diabolico, tutto questo? E, già che ci siamo, scommettiamo che questo gioco non potrà durare in eterno? http://orizzonte48.blogspot.it/2013/06/frattale-dello-sbarco-in-sicilia-quanto.html
Anzi, aspettate, vado a rivendere la scommessa ad altri mille.

La legge della bolla e dello spillo

Sapete come è nata la crisi che ancora ci attanaglia? Per spingere gli americani ad aumentare i consumi, le banche decisero di concedere mutui al 100% e più anche ai clienti subprime, cioè a quelli che già si sapeva non sarebbero stati in grado di onorare il debito. Comperare casa diventava così alla portata di tutti, bastava una firmetta in banca. E poi gli americani sono abituati ad indebitarsi.
Intanto i prezzi delle case aumentavano e aumentavano anche gli importi dei mutui da ripagare con gli interessi. Una gigantesca bolla immobiliare. Poi i subprime cominciarono a non riuscire più ad onorare il debito e i più sfortunati si videro portar via la casa dalla banca. Tuttavia, il guaio peggiore non derivò tanto dalla insolvenza dei debitori nei confronti delle banche ma dal fatto che, questo debito era stato trasformato e moltiplicato a dismisura attraverso gli strumenti derivati e spalmato su tutto il mercato finanziario. Un relativamente piccolo debito privato era lievitato fino a diventare un'altra colossale bolla speculativa,  questa volta finanziaria, che alla fine incontrò il suo spillo gemello nel 2008.

Fare i liberisti con il culo dello Stato (cioè con il nostro)

Siccome, lo sapete, le banche sono troppo grosse per fallire, quando una banca grossa è sull'orlo del fallimento lo Stato deve rimediare. L'odioso Stato della Spesapubblicaimproduttiva, il Grandefratello, il nemico della liberainiziativaprivata. Quello che impedirebbe al mercato di autoregolarsi sabotandogli il termostato.
Funziona così. Le banche, da quando non sono più obbligate a scegliere se dedicarsi al credito oppure alla speculazione, trovano sempre più divertente giocarsi i capitali al casinò di quest'ultima. Magari nelle oscure dark pools. 
Quando perdono, perché con i derivati non si scherza, si ricordano della loro funzione pubblica, si mettono il vestito buono da cassa di risparmio e vanno a batter cassa dallo Stato. E' come avere un parente stretto ludopatico, che si gioca lo stipendio alle macchinette perché, una volta ottenuti i fondi per salvarsi, questi mica mettono la testa a posto ma ritornano a farsi ancora di più di derivati.

Ricordate la contraddizione all'inizio del mercato che si autoregola in regime di deregulation?
Eccone un'altra bella grossa, di contraddizione, sempre grazie a quei geni dei neoclassici.
Lo stato che non deve interferire con i meccanismi del mercato ma che DEVE intervenire per salvare le banche PRIVATE con soldi PUBBLICI.


Bucargli il pallone e portarselo via

Per uscire da questo inferno, dove la finanza prosciuga ogni risorsa all'economia produttiva, ai risparmi dei cittadini ed arriva a minacciare le loro vite, condannando paesi interi alla povertà indotta, bisogna bucare il pallone alla finanza. Bisogna impedirgli di gonfiare bolle su bolle e farla finita con i derivati puramente speculativi. Bisogna costringere le banche a scegliere tra credito e investimento e, se scelgono il secondo, sappiano che se falliscono, in base al principio della libera concorrenza e del mercato che si autoregola, saranno cazzi loro. 


Addendum

Avrete capito che ci sono enormi quantitativi di moneta in giro per il mondo, milioni di fantastiliardi ma, forse perché sono impegnati a nuotare nelle piscine  assieme agli squali della finanza, non hanno alcun effetto sull'inflazione. Niente carriole e francobolli da un miliardo.
Anche perché l'inflazione viene controllata tenendo bassi i salari e comprimendo la domanda interna. http://vocidallagermania.blogspot.it/2013/06/the-dark-side-of-boom.html
Così il padrone accumula e il povero dimagrisce, che gli fa pure bene alla prova costume.
Sempre grazie ai derivati e ai prodotti tossici finanziari di ogni tipo i capitali circolano liberamente ma ciò non pare portare alcun vantaggio all'economia reale. Anzi, ad ogni bolla scoppiata equivale una bella crisi strutturale lacrime e sangue per tutti.
http://www.mentecritica.net/finalmente-grillo-getta-la-maschera/informazione/il-bello-della-politica/ilbuonpeppe/37046/ 

Sempre più ricorrente o periodica, come avrebbe detto il barbone tedesco.
Capite adesso perché i neoclassici non possono fare a meno della loro fiaschetta?


(Barbara Tampieri)


http://ilblogdilameduck.blogspot.it/2013/06/cosa-mi-racconta-leconomia-parte-ii-la.html

da Adolfo Populista Bottiglione - su NO EUROPA - https://www.facebook.com/groups/noeuropa/


martedì 11 giugno 2013

IL VERO SIGNIFICATO DELLA SPECULAZIONE

Si legge spesso che la speculazione finanziaria è la causa della crisi che stiamo attualmente vivendo. L’espressione non è sbagliata ma va secondo me chiarita nella sua portata se no la si confonde con la figura di colui che investe.
Speculatore è colui che lungi dall’investire nell’economia reale assumendosene i rischi relativi (l’attività che abbiamo avviato potrebbe andare male o il titolo su cui abbiamo investito crollare e questi sono per l’appunto due casi di investimenti), utilizza il mero strumento finanziario per incidere nella realtà economica, condizionandone le scelte e per trarne indebito profitto a scapito della collettività, estraendone valore aggiuntivo a proprio esclusivo guadagno ma determinando un danno generalmente e socialmente rilevante.
Una sorta di abuso di posizione dominante, la quale, seppur teoricamente vietata dagli stessi trattati UE, di fatto viene interdetta ai cd pesci piccoli ma consentita a quelli grandi a iniziare dagli stessi monopolisti del denaro ( FED e Sistema Europeo di Banche Centrali in primis).
Un’attività di continua estrazione di base monetaria dal sistema che produce ricchezza reale agli indisturbati rentier, attraverso l’uso del debito, pubblico e privato e la sua manipolazione tramite spread, giudizi delle agenzie di rating, credit crunch. Azione che non esiterei a definire criminale e come tale magistralmente descritta da Luciano Gallino fin dalle prime pagine del suo “Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi "- edizioni Einaudi).
Ma come può avvenire in concreto ciò? Facciamo un utile ed illuminante, per quanto un po’ lungo, esempio...
Io banca invito 100 possessori di immobile fatiscente e a reddito basso/bassissimo a contrarre un mutuo di 300.000 euro per l’acquisto di una nuova casa. A chi in buona fede mi ricorda la propria misera posizione, io banca corro a tranquillizzarlo e altero il suo statino paga/pensione: da 200 euro a 2000 euro (cd liar loans: anche questo hanno fatto i sigg. banchieri …), stabilendone, quindi, falsamente, il suo stato di solvibilità.
Ho quindi erogato mutui per complessivi 30.000.000 di euro (300.000 per 100); conoscendo le reali capacità economiche dei miei debitori (sovente percettori dei soli sussidi sociali di disoccupazione) mi affretto a fare di questi mutui un vero e proprio titolo di credito garantito da un bene sottostante ( la casa per la quale è stato contratto il mutuo). Ovviamente stipulo una sorta di contratto assicurativo sul titolo stesso (Credit default swap) che mi garantisce un flusso monetario in caso di perdita sul titolo emesso.
Ciò posto, faccio quotare il titolo stesso da un agenzia di rating (di proprietà delle stesse multinazionali a loro volta spesso dirette azioniste di maggioranza della mia banca…) la quale, naturalmente, valutando il titolo come sicuro, poiché “assicurato”, non avrà a questo punto dubbio alcuno ad attribuirgli una tripla AAA….(valutazione massima, in pratica: titolo DOC)
Attraverso una società da me controllata, io banca me ne libero e vendo questo titolo ad un altro soggetto che lo acquista senza esitare, vedendo i rendimenti alti del titolo stesso (per forza, dato il rischio altissimo di insolvenza che si trascinano dietro..) in un panorama finanziario in cui i tassi di interesse sono artificiosamente tenuti bassissimi, prossimi allo zero (magari perché un capo di stato alla TV ha detto che “si ragazzi, abbiamo tutti subito un grosso shock per un qualcosa di brutto accaduto sul finire dell’estate, ma adesso massima fiducia, “people”, dobbiamo fare tutto il possibile perché l’economia non cada in stallo e riparta).
Nel contempo grandi istituti finanziari producono e immettono prodotti derivati quali vere e proprie scommesse di fallimento di quegli stessi soggetti ai quali altri derivati erano stati da loro stessi ceduti.
In questo mare di precaria instabilità e di rischio portato all’estremo, facile intuire come ad ogni passaggio di mano di interi pacchetti (ABS: Assets Backed Securities) o addirittura “pacchetti di pacchetti” (CDO: Collateralized Debt Obligations) fiocchino commissioni miliardarie a favore di dirigenti e top manager della grandi banche che si scambiano tra loro questo “tossicume” (li hanno definiti junk bond: letteralmente titoli monnezza, come si dice a Roma), sovente finito anche in Fondi comuni di investimento e Fondi pensione e come, parallelamente, si espanda il mercato immobiliare, agevolato dal facilissimo accesso al credito. 
Fino a quando tutto diventa più incerto, iniziano le interruzioni dei flussi, si scopre che le banche “non possono quantificare con esattezza i propri portafogli in titoli” e tutto inizia a procedere esattamente all’incontrario. Solo con velocità enormemente superiore.
Le banche iniziano a pretendere immediati rimborsi di prestiti concessi in modo irresponsabile, il mercato immobiliare inglobato in questa enorme bolla si sgonfia velocemente, si reclamano pagamenti alle società con le quali erano stati stipulati i suddetti contratti assicurativi, il panico dilaga, tutti vogliono vendere ma nessuno acquista e neanche le banche si prestano più denaro tra loro, diffidando reciprocamente dell’altrui solvibilità. I debitori, “sfruttando” una tipica normativa americana di salvaguardia, si liberano dell’intero debito cedendo il proprio immobile alla banca e andando a dormire nei parcheggi o in strada.
Anche coloro potenzialmente solvibili rinunciano ad onorare il proprio debito atteso che non ha senso continuare a onorare un mutuo di 300.000 dollari per un casa che ne vale 100.000. Tanto vale cederla alla banca, liberarsi dal debito e tentare di acquistare ai nuovi prezzi.

Alcune osservazioni si rendono necessarie su questa forma estrema di speculazione:

1. Quel che è accaduto smentisce una volta per tutte le teorie astruse di coloro che sostengono la “neutralità” del denaro rispetto ai cicli economici e all’economia reale. La prova ne è stata la devastazione di un intero sistema economico quale quello americano, il cui debito pubblico è decollato proprio grazie ai salvataggi cui l’Amministrazione Obama si è vista costretta, con ulteriori negative conseguenze a livello mondiale.

2. L’assenza totale della politica dal palcoscenico: la finanza ha avuto modo di attuare indisturbata ogni suo piano, di certo agevolata dal fenomeno delle “revolving doors” per cui importanti esponenti politici andavano e venivano (anzi: vanno e vengono) dal mondo finanziario prima e dopo l’aver assunto importanti cariche pubbliche, in primis quella di Sottosegretario al Tesoro; non si può capire poi che ruolo decisivo possa assumere la politica se, per primo, proprio il Presidente, viene eletto grazie montagne di milioni di dollari messi “liberamente” a disposizione del candidato premier da banche tipo Goldman & Sachs.

3. La mancanza di fiducia che tali eventi hanno determinato nell’attuale sistema economico: non si capisce più ormai come, quando e in cosa investire, cosa é liquido e cosa no, in un contesto in cui l’economia reale è divenuta una lontana appendice di quella finanziaria; per ogni dollaro circolante nell’economia reale ne esistono almeno venti circolanti in quella finanziaria – speculativa, in grado di garantire rendimenti più rapidi e più consistenti per gli investitori – speculatori.
L'usodi potentissimi strumenti informatici ha consentito addirittura di svincolare la stessa gestione umana di queste operazioni (HFT: High Frequence Trading) attraverso l’uso di programmi in grado di compiere migliaia di operazioni in millesimi di secondo su qualsiasi piazza mondiale, sfruttando differenziali di costo anche bassissimi ma mobilitando somme enormi in tempi infinetesimali e lasciando l’effetto del costo rialzato(o ribassato in caso di vendita) a colui che arriva un millisecondo dopo.

4. Il mondo politico pare non aver imparato nulla della lezione: si sono finanziate le banche invece che i governi in difficoltà (sovente proprio per averle aiutate) ma ci si è guardati bene dall’imporre regole e paletti al sistema finanziario affinché ciò che è accaduto non si ripeta più (esiste un progetto di legge USA, Dodd Frank Act, che vorrebbe porre dei freni all’attività finanziaria speculativa ma che attualmente pare ben lungi dall’essere approvato per la forte opposizione repubblicana).

5. La separazione tra banche d’affari e banche ordinarie consacrata nella Glass Steagall Act del 1933 aveva consentito all’Amministrazione Roosvelt ottimi risultati nel contenere il potere delle banche, le cui artificiose e ben programmate manipolazioni di debito e mercato azionario avevano provocato la crisi del 29’ e la successiva Grande Depressione degli anni 30’, durata fino alla 2^ guerra mondiale.
L’abolizione del Glass Steagall avvenuta nel 1999 ha aperto la strada alla creazione di soggetti Too Big To Fail, troppo grandi per (essere fatti) fallire.
A differenza di quel che pensano molti questa abolizione non solo favoriva le concentrazioni bancarie (iniziate addirittura nel 1998, Glass Steagall vigente, con la fusione tra i colossi Citycorp e Travel Groups, nella multinazionale del credito Citygroup) ma forniva l’alibi perfetto al mondo politico per agire da sponda al sistema finanziario, grazie all’azzardo morale sovente ricordato da economisti del calibro di Stigliz (“Bancarotta. L’economia mondiale in caduta libera”) e Mihm/Roubini (“la crisi non è finita”): se cadono le banche, spariscono i depositi della gente, si esaurisce la domanda, subentra la miseria, le agitazioni imperversano e patatrac in tutto il mondo, con i politici primi chiamati in causa. Tutto molto logico, tutto molto tragico.

6. L’importanza dello shadow banking per cui la maggior parte di questi titoli sono stati trattati Over the counter cioè al di fuori di ogni contabilità ufficiale attraverso delle “società veicolo” appositamente costituite proprio per garantire la massima, tollerata, opacità di tali operazioni.

Superfluo aggiungere che l’espansione della bolla e della crisi ha colpito un po’ tutti a livello mondiale anche perché le grandi banche USA, Goldman Sachs in testa, grazie ai loro rappresentanti europei e asiatici, hanno avuto via libera per la diffusione dei loro junk bond “everywhere” nei rispettivi Paesi.
Da noi hanno agito pro Goldman i vari Prodi, Monti, Draghi, quest’ultimo addirittura vice presidente per l’Europa della stessa banca, e a disastro avvenuto, manco a dirlo, promosso con la nomina di Governatore della Banca d’Italia.
Aspetti tenuti nell’ombra dai timorosissimi mass media (che vivono di sovvenzioni pubbliche) pronti ad accanirsi ferocemente sul libro “mignottocrazia” comprato coi rimborsi elettorali dalla Minetti, per ben 16 euro, ma pronti ad ignorare l’oscuro passato e le gravi responsabilità nel presente, dei veri potenti o meglio dei rappresentati dei veri potenti, i quali usano la speculazione, in questo suo grave ma omnicomprensivo significato, come arma tra le più distruttive per l’intera collettività ma contro la quale, ancora oggi, purtroppo, non si intravede arma di difesa, né un autentica coscienza popolare circa l’incombente pericolo che viviamo.

(Ludovico Fulci )
6 giugno 2013


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