venerdì 31 maggio 2013

CRISI ECONOMICA: VERSO LA BANCAROTTA MARZO 2013,


.....19ESIMO MESE CONSECUTIVO DI CROLLO DELLA PRODUZIONE INDUSTRIALE

Mentre il primo “vero” consiglio dei ministri slitta a babbo morto per qualche leggerissima divergenza di opinione fra i PDL, PD e MONTI (ovvero su come spartirsi le spoglie), l’Istat ci ricorda che, record della storia italiana, la produzione industriale scende per il 19 mese consecutivo.
Per l’esattezza di un MOSTRUOSO 5,2% in termini tendenziali (dato corretto dagli effetti del calendari).
Tanto per capirci il primo trimestre 2013 ha visto un calo della produzione industriale italiana del 4,2% rispetto al primo trimestre 2012, il dato di Marzo quindi segna una ulteriore accelerazione rispetto alla “normale” desertificazione dell’industria italiana.

Nella mia opinione desta un allarme particolare l’inabissarsi della produzione industriale di beni strumentali (macchinari per produrre ad esempio), segno che il mercato interno anche dal punto di vista delle aspettative future delle imprese è in completo declino.

Stiamo accelerando Verso la Bancarotta.



E teniamo presente che da qualche parte dovrebbe esistere un fondo anche rappresentato da quelle aziende esportatrici che sono tutt’ora l’unico nostro asset che resiste alla crisi.

Mi chiedo dove sia.


da ISTAT

 A marzo 2013 l’indice destagionalizzato della produzione industriale è diminuito dello 0,8% rispetto a febbraio. Nella media del trimestre gennaio-marzo l’indice ha registrato una flessione dello 0,4% rispetto al trimestre precedente.

 Corretto per gli effetti di calendario, a marzo 2013, l’indice è diminuito del 5,2% in termini tendenziali (i giorni lavorativi sono stati 21 contro i 22 di marzo 2012). Nella media del primo trimestre dell’anno la produzione è scesa del 4,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

 Gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano, a marzo 2013, una crescita tendenziale per il solo comparto dell’energia (+2,2%); significative flessioni si rilevano, invece, per i raggruppamenti dei beni strumentali (-8,0%), dei beni intermedi (-6,5%) e dei beni di consumo (-4,5%).

 Nel confronto tendenziale, a marzo 2013, i settori in crescita sono quelli della fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+6,3%), della produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+3,4%) e della fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (+1,8%).

 Il settore che, in termini tendenziali, registra in marzo la più ampia variazione negativa è quello dell’attività estrattiva (-16,0%).

(Paolo Cardenà)


http://finanzanostop.finanza.com/2013/05/31/crisi-economica-verso-la-bancarotta-marzo-2013-19esimo-mese-consecutivo-di-crollo-della-produzione-industriale/



GERMANIA UFFICIALE PAGATORE DELL'UNIONE...?


In termini di PIL... è Malta il "salvatore" più generoso

Ormai sulla stampa l'immagine della Germania è monolitica. I tedeschi sono tutti cattivi, ingiusti e ottusi. Non capiscono la gravità della crisi, sono insensibili alle difficoltà dei loro vicini, e soprattutto pensano di essere gli unici a pagare (o meglio a prestare) per il salvataggio dei paesi più fragili e in ultima analisi della zona euro.
A sorpresa, una ricerca di un centro studi tedesco, l'istituto economico IW di Colonia, smentisce questo luogo comune. In un rapporto pubblicato oggi, l'ente di ricerca lancia una provocazione, ai suoi connazionali e a molti europei.
Calcola che alla fine del 2012, la Germania in proporzione al suo prodotto interno lordo, non era assolutamente il paese più generoso nel sostenere gli stati membri in difficoltà.
La chiave di ripartizione degli aiuti tra i paesi è quella utilizzata nella formazione del capitale della Banca centrale europea e si basa quindi su PIL e popolazione. In termini assoluti, la Repubblica Federale è certamente il donatore più importante, con oltre 56 miliardi di euro, ma in rapporto al PIL il donatore più generoso è Malta che contribuisce 187 milioni di euro, vale a dire il 2,8% del suo prodotto interno lordo, rispetto al 2,1% contribuito dalla Germania.



La classifica messa a punto dall'IW mostra che la stessa Italia contribuisce 36,9 miliardi di euro, il 2,4% del suo PIL. Altri paesi del Nord Europa sono meno generosi: l'Olanda partecipa allo sforzo con il 2,0% del PIL, la Finlandia con l'1,9%.

"Nonostante gli italiani siano in piena recessione - scrive l'economista Jürgen Matthes - discutono molto meno criticamente dei tedeschi dell'opportunità dei piani di salvataggi".
Il calcolo di Matthes non deve sorprendere. In parte la particolare classifica basata sul PIL è dovuta all'andamento delle diverse economie.
L'Italia era in recessione nel 2012, e ha subito quindi una contrazione del suo prodotto interno lordo. Di conseguenza, il sostegno economico in termini relativi mostra un aumento.
Viceversa, la Germania e altri paesi del Nord Europa hanno continuato a crescere, e il loro contributo ai salvataggi in rapporto al PIL è sceso. Al di là della sostanza del rapporto, la ricerca ha il merito di offrire un argomento contro i tedeschi che si lamentano di essere lo Zahlmeister d'Europa, l'ufficiale pagatore dell'Unione. Forse, più interessante ancora, è notare che il dibattito in Germania sul vero ruolo della Repubblica Federale nella gestione della crisi è in questo momento molto più variegato di quanto non si voglia credere, o far credere, in Italia.

http://bedaromano.blog.ilsole24ore.com/2013/05/germania-zahlmeister-in-termini-di-pil-%C3%A8-malta-il-salvatore-europeo-pi%C3%B9-generoso.html

Fabio Di Lenola - da NO EUROPA - https://www.facebook.com/groups/noeuropa/

mercoledì 29 maggio 2013

TENIAMOCI FORTE, PECHINO «RIFORMA»


Anche se l’economia cinese rallenta, probabilmente stavolta non ci sarà il solito «stimolo» di Stato all’economia sotto forma di denaro facile.
Saranno sempre più «le forze del mercato» a determinare i tassi d’interesse, e sia pur gradualmente si vuole «promuovere l’entrata effettiva di capitale privato nei settori finanziari, dell’energia, delle ferrovie, delle telecomunicazioni ed altri».

Porte aperte agli investimenti esteri in settori come la logistica, la sanità e la finanza.
Ci sarà più competizione fra ditte private. Una tassa sarà estesa sulle materie prime, eccetera.
In una parola, le grandi riforme. Anzi, la Riforma, come l’ha chiamata il nuovo e giovane vice-primo ministro Li Keqiang in un discorso ai quadri del partito, che hanno ascoltato il discorso più liberista che abbia mai colpito le loro orecchie: il governo, si sono sentiti dire, vuol ridurre il ruolo della mano pubblica nell’economia, allo scopo di liberare le energie creative della società, migliorare le condizioni di vita della classe media, assicurare un utilizzo più efficiente di risorse e materie prime (a questo proposito è stata annunciata una tassazione sulle risorse naturali nel paese più inquinato del mondo).
«La domanda interna sostituirà l’export come motore principale dell’economia» ha detto Li, e tale domanda verrà «specialmente da una urbanizzazione senza precedenti».
È stata annunciata anche una dura lotta contro il super-inquinamento che ha reso l’aria di Pechino, ufficialmente e ridicolmente, «sconsigliabile per la respirazione» (sic).

Insomma, la Riforma. Quella che «tutta la società attende ardentemente», si legge nella apposita direttiva auto-celebrativa emanata dal vicepremier.
Secondo gli analisti, i vertici del partito fanno sul serio: liberalizzano l’economia dall’alto, per decreto.
«Il rallentamento dell’economia mette i capi alle strette: i limiti dello sviluppo forzato dallo Stato e basato sugli investimenti produttivi (senza consumi) diventano sempre più evidenti», dice Stephen Green, economista alla Standard Chartered Bank.
Concorda Huang Yiping, economista capo per l’Asia alla Barclays: «Capiscono che se continuano a ritardare le riforme, l’economia si troverà in grave crisi». 
Un progetto audace, quello di lanciare davvero le industrie cinesi nel libero mare del «mercato e competizione» a nuotare da sé, senza il salvagente pubblico. Quanto realizzabile, è da vedere.

Non si è potuto sollevare l’immenso Paese dalla povertà da terzo mondo fino allo status di seconda economia del pianeta in soli trent’anni, senza un immenso stampaggio di moneta, denaro prestato a interessi negativi e «stimolazione» gigantesca della Banca Centrale.
Questo ha creato distorsioni evidenti, bolle finanziarie (città intere disabitate e nuovissime), prezzi immobiliari assurdi, inquinamento mostruoso, diseconomie – e soprattutto, gli immani ed indebiti arricchimenti dei caporioni comunisti e loro familiari, trasformatisi in «businessmen» (e businesswomen e busines-figli e nipoti) grazie al loro approvvigionamento privilegiato alla fonte del denaro pubblico: un regalo continuo che li ha esentati da preoccupazioni di «efficienza e concorrenza» nelle loro imprese.
Per lasciarsi convincere dai capi a lanciarsi senza rete sul «mercato», questa avida nomenklatura ha avuto bisogno di un repulisti contro gli esponenti dell’ala «marxista» liquidati con le accuse di corruzione e delitti, facili sicuramente da provare; ma deve anche aver sentito sopra di sé un pericolo maggiore dei guadagni comunque già accumulati e messi al sicuro.
Forse nei piani alti si è valutato che la Cina oggi si trova nella situazione del Giappone anni ’80, quando passò dal miracolo economico fatto di export alla deflazione permanente a cominciare dall’affloscio della bolla immobiliare (si calcolò il palazzo imperiale di Tokio valeva al metro quadro, all’epoca, quanto l’intero territorio della California).
Una lunga depressione che la Cina non può permettersi: ci sono ancora 500 milioni di cinesi che non hanno gustato le felicità promesse dalla esplosiva crescita economica, che premono per entrare, e che paiono condividere il rabbioso sentimento contro «la corruzione» (leggi: il partito) delle decine di milioni di lavoratori che del miracolo hanno visto le briciole, che sono urbanizzati e non vogliono né possono tornare alle campagne.
Sicché i caporioni sembrano aver deciso: liberalizzare l’economia liberandola dai resti fossili di comunismo, e sostituire la dirigistica forzatura all’export con una vitale economia interna.
Non occorre notare che questa è esattamente la ricetta americana, quella (alquanto interessata) che le centrali ideologiche del liberismo Usa suggeriscono da tempo a Pechino: più consumi interni, più «mercato». Si vede così confermata la subordinazione culturale che il potere cinese ha intimamente coltivato verso il grande cliente americano, di cui finanzia i consumi e le importazioni del Made in Cina.
Non è solo che un milione di ricche famiglie cinesi della nomenklatura hanno chiesto ed ottenuto la residenza permanente in Usa, aderendo alla condizione richiesta – ossia depositando nelle banche americane almeno un milione di dollari. È una più profonda collaborazione per far durare il sistema di mercato globale nonostante la crisi epocale in corso.
Non è affatto un caso che il neo-presidente Xi Jinping, che la prossima settimana incontrerà Obama in California, s’è fatto precedere dall’annuncio che egli vuol esplorare «un nuovo tipo di relazione fra grandi potenze», ossia un’alleanza di fatto per il sistema globale; e istruzioni sono state date ai capi militari di Pechino perché superino «la mutua diffidenza» fra le due armate più potenti del pianeta. (Chinese President to Seek New Relationship With U.S. in Talks - http://www.nytimes.com/2013/05/29/world/asia/china-to-seek-more-equal-footing-with-us-in-talks.html?pagewanted=all&_r=1&)

Al fondo di questa alleanza c’è un passo avanti al «governo globale» e alla moneta globale, come teme il sito Daily Bell? (Japan's Turbulence a Glitch in Globalist Plans? - http://www.thedailybell.com/29153/Japans-Turbulence-a-Glitch-in-Globalist-Plans)

Certo è che nella mano tesa c’è anche una implicita preghiera a Washington che non disturbi, anzi sostenga e comprenda l’enorme Riforma annunciata per riconfigurare quello che in Usa definiscono «un modello di crescita più sostenibile»; una richiesta di silenziare i rispettivi falchi che vedono il Nemico dove non c’è, mentre il potere tenta il nuovo Grande Balzo in Avanti nella società dei consumi per il suo miliardo e mezzo di sudditi.
Perché la scommessa è difficile: si può riconfigurare la gigantesca economia drogata, abbandonarla ai tassi d’interesse dettati dai mercati finanziari, in un periodo che è di depressione globale dell’Occidente (i clienti della Cina) e di recessione anche secondo le misure cinesi?

La crescita del Pil è stata del 7,8% nel 2010, la più lenta dal 1999.
Durante la sua visita in Germania, il nuovo premier Li Keqiang ha spiegato che Pechino «ha davanti una grande sfida in quanto punta ad una crescita annua del 7%, in ribasso rispetto al 10% e più dell’ultimo decennio». Una minor crescita significa minore possibilità di assorbire la manodopera cinese che ancora preme per entrare nel miracolo, e meno per gli aumenti salariali che le basi operaie chiedono sempre più rabbiosamente. Il rischio politico è evidente.
Ma «la crescita economica deve essere reale», ha detto Li Keqiang in una delle riunioni di partito che stanno mettendo a punto le riforme.
Delicata allusione, forse, alle statistiche economiche ufficiali cinesi, notoriamente manipolate. L’esempio più comico viene dalla comparazione dei dati fra Cina e Hong Kong, che ancora avviene computata come una entità estera. Le esportazioni che la Cina dichiara di inviare ad Hong Kong sono molto superiori alle importazioni che Hong Kong dichiara di ricevere dalla Cina. C’è qualcosa che ovviamente puzza: per definizione, le esportazioni di Cina devono essere pari alle importazioni di HK. Una volta corrette questa ed altre falsificazioni, la crescita del Pil cinese, ufficialmente del 7,7 % nel primo trimestre dell’anno, risulta invece del 5,5%: il più basso risultato degli ultimi vent’anni, e indice di un rapidissimo sgonfiamento del «miracolo» cinese. (China's Data Manipulation In One Chart - http://www.zerohedge.com/news/2013-05-12/chinas-data-manipulation-one-chart-and-why-real-data-implies-weakest-gdp-growth-over)

Altra conferma: il crollo dei prezzi di metalli come il rame, che la Cina industriale ha consumato insaziabilmente per anni. Anzi: dei venti partners economici principali della Cina ben 14 – ossia il 70%hanno visto calare le loro esportazioni in Cina: in media quasi del 5%.
La sperata locomotiva del commercio globale si sta fermando in fretta, con danni evidenti anche per noi. Se si guarda la seguente tabella di Bloomberg, si vede che l’export italiano verso i cinesi è il peggiore fra tutti, negativo da due anni.
Ma anche Germania, Francia ed Olanda non se la passano tanto bene come esportatori in Cina.
La liberalizzazione interna cinese peggiorerà questa situazione: meno Ferrari, Mercedes e Champagne e più prodotti di massa per la classe media cinese, che il Paese fabbrica da sé a iosa.



La riforma cinese, e l’alleanza con gli Usa, fanno dell’Europa l’ovvio nano politico e ventre molle chiamato a pagare le spese del grande balzo? Sembra proprio così.


(maurizio blondet)

http://effedieffe.com/index.php?option=com_content&task=view&id=255125&Itemid=137


Marco Ciclo- https://www.facebook.com/marco.ghirardi.56

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PEOPLES AGAINST TROIKA


SABATO 1 GIUGNO 2013, MANIFESTAZIONI IN TUTTA EUROPA CONTRO LE POLITICHE DI AUSTERITÀ IMPOSTE AI POPOLI EUROPEI DA BCE, FMI E COMMISSIONE EUROPEA

La cosiddetta “crisi” dell’Euro-Zona è in verità una guerra moderna, combattuta con le armi dei mercati finanziari e dei trattati internazionali sottoscritti da vertici non controllati e non controllabili dal popolo.
L’euro, per come è stato concepito, si sta rivelando un’arma di distruzione di massa e la Troika è colpevole di crimini contro l’umanità!
Per difenderci e salvare l’economia reale, i diritti e la democrazia in Europa, dobbiamo rivendicare la nostra sovranità. Dobbiamo fare pressione nonviolenta affinché l'Europa si salvi da questo disastro conquistando la democrazia reale.

L’Europa è sotto un violento attacco del capitale finanziario, rappresentato dalla Troika (Fmi, Bce, CE) a dagli asserviti governi che hanno applicato politiche concertate con questi enti, che disprezzano e distruggono i cittadini.Questa offensiva è organizzata per distruggere i cittadini, renderli schiavi del debito e dell’austerità.
Questa offensiva attraversa l’Europa e deve essere affrontata con una lotta internazionale.
Ciascuno di noi, in ciascuna nazione, città, casa, con le sue proprie specificità, sente direttamente le misure che annichiliscono diritti conquistati attraverso decenni, misure che aggravano la disoccupazione, privatizzano tutto ciò che può produrre un profitto e non accettano la sovranità nazionale per mezzo della propaganda dell’”aiuto esterno”.
È urgente che tutte le forze antagoniste si uniscano per combattere l’attacco in corso.

L’appello lanciato per una protesta internazionale decentralizzata è circolato attraverso dozzine di movimenti in Spagna, Francia, Italia, Grecia, Cipro, Irlanda, Inghilterra, Scozia, Germania e Slovenia. Moltissimi attivisti internazionali, da diverse nazioni europee, erano presenti in un incontro del 26 aprile, a Lisbona, dove questa proposta internazionale è stata discussa.
Alla fine è stato deciso di lanciare una protesta internazionale il prossimo 1° giugno, con lo slogan :
“Peoples United Against the Troika!“.

Esortiamo tutti i cittadini, con o senza partito, con o senza lavoro, con o senza speranza, a unirsi a noi. Esortiamo tutti i movimernti antieuro ad unirsi in questa protesta.

Solo l'unità di tutte le nostre voci può fermare le nuove ondate di austerità che sono state preparate. I cittadini dell’Europa hanno dimostrato in diversi momenti che non sono disponibili per ulteriori sacrifici, nel nome di un futuro che mai arriverà.
È arrivato il momento per una dimostrazione di massa delle capacità delle persone di coordinare la lotta contro queste politiche, ed arrivare ad un'altra Europa per tutti gli stati membri:
L’EUROPA DELLE PERSONE!

Da Nord a Sud ,da Est ad Ovest, in tutta Europa, scendiamo in piazza contro l’Austerità!


Sabato 1 giugno - MILANO - ore 15 - Piazza Cordusio,angolo Via Mercanti
Sabato 1 giugno - FIRENZE -ore 17 - Piazza della Reppubblica
Sabato 1 giugno - TORINO - ore 10 - Piazza Castello


http://mareaciudadana.blogspot.com.es/

https://www.facebook.com/events/457869240969459/

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FIRENZE - https://www.facebook.com/events/464530163634485/

MILANO -  https://www.facebook.com/events/145941368926798/

TORINO- https://www.facebook.com/events/393378557442966/


martedì 28 maggio 2013

ANCHE I PROFESSORI SBAGLIANO


Critica al Manifesto di Paolo Savona: il problema è il debito e l'interesse creato dalle banche

E’ di questi giorni la pubblicazione di un manifesto redatto dal prof. Savona inerente l’auspicata realizzazione di un Nuovo Trattato Europeo basato sulla espressa convinzione che “l’Europa ha bisogno di restare unita per contare nel mondo e fornire pace e prosperità ai suoi cittadini, ma non può farlo mantenendo l’attuale imperfetta architettura, perché entrerebbe in contraddizione con le sue stesse finalità, divenendo politicamente ingovernabile.”
Il manifesto è specificamente rivolto alle forze politiche perché lo facciano proprio e lo eleggano a base programmatica delle loro azioni legislative,discutendolo, integrandolo, modificandolo laddove necessario, ma sempre nel rispetto dell’impostazione di fondo sostanzialmente europeista tracciata dal professore.

Il prof. Savona registra correttamente come “L’unificazione europea è giunta a uno stallo e ha bisogno di riprendere la strada dalla quale va deviando; ma ha altrettanto bisogno di riformare l’architettura istituzionale che è andata affastellando sotto la spinta di circostanze interne e internazionali.”

In altri termini si può affermare che le rosee prospettive di benessere, crescita e sviluppo che avevano permeato l’avvio della stesura dei Trattati sono state clamorosamente tradite dalla realtà dei fatti, traducendosi in un complessivo peggioramento della qualità della vita dei cittadini europei.
Nel Nuovo Trattato viene esplicitamente richiesta una completa revisione dei poteri e dei compiti della BCE, rendendola quanto più simile alla Federal Reserve americana.
Si auspica una sempre maggiore integrazione delle politiche fiscali a livello europeo, la creazione di una struttura scolastica universitaria europea,lo sviluppo di normative sul lavoro omogenee, devolvendo quote di sovranità nazionale (fiscale e legislativa) alla Commissione Europea ed al Parlamento Europeo.
Per quanto concerne l’Euro, il professore intravede la necessità di riorganizzare a livello generale il mercato globale affermando alcuni criteri essenziali quali “

a) lo stesso regime di cambio per chi vuole partecipare al libero scambio secondo le regole del WTO;
b) una gestione delle riserve ufficiali esistenti (e quelle che si formerebbero nel caso in cui continuasse un regime diversificato di cambi “dirty”, ossia con interventi della autorità nazionali) che passi fuori mercato, al fine di impedire le influenze negative sull’euro delle conversioni di dollari in mano pubblica;
c) il passaggio a una moneta di riferimento globale degli scambi, del tipo SDR del FMI, indipendente dalle vicissitudini di una moneta nazionale, come accaduto un tempo con la sterlina inglese e, oggi, con il dollaro statunitense.”
Inoltre, anche in tema di Fiscal Compact, è considerata indispensabile una nuova interpretazione delle norme restrittive in senso non deflazionistico ( come avviene oggi), ma “facendo confluire su un fondo comune europeo gli indebitamenti nazionali in eccesso al 60%, negoziando con i rispettivi paesi le condizioni del loro rimborso nel più lungo andare a tassi accettabili, ma offrendo la garanzia necessaria per la scomparsa degli “spread” sui titoli sovrani. Le spese di investimento pubblico nelle reti di infrastrutture e nel triangolo della conoscenza (istruzione, ricerca e innovazione) cofinanziate da istituzioni europee e da privati dovrebbero essere sottratte dal vincolo del pareggio, seppure con precisi limiti quantitativi rispetto al PIL.”

Insomma anche il buon professore alla fin fine è schiavo dei numeretti, delle percentuali ,di tutte quelle castronerie su cui ancora oggi si basano le politiche dei Governi europei.
Complessivamente dunque l’ipotesi di un Nuovo Trattato su cui si lavora è una nuova Europa, più forte, più unita, con maggiori limitazioni alla sovranità nazionale, dipendente sempre più da fantomatiche autority indipendenti poste al di sopra di tutto e tutti.

Niente da fare; questa voglia di “unione” va contro la storia, contro l’economia, contro la genetica.
Eppure vogliono convincerci sempre più che senza questa unione saremmo destinati alla scomparsa, all’annientamento, politico, militare, industriale e demografico.

Si continua a non comprendere il succo della questione: il problema non è  l’UE, l’euro, l’evasione fiscale, la corruzione,l’economia sommersa,il barbiere che non fa le ricevute, il dentista che ci propone lo sconto senza fattura.

Il problema è il DEBITO e l’INTERESSE ad esso collegato. Non si vuol capire che il problema non è rappresentato in se dall'Europa , dall'Euro, dalle politiche fiscali e del lavoro differenti: il nocciolo della questione è che dal 15 agosto del 1971 siamo entrati di fatto un una nuova era,
quella della moneta fiat, creata a costo zero dal sistema bancario , addebitata
 alla collettività, responsabile della crescita fuori controllo del debito  ( a livello globale ogni anno si pagano interessi complessivi sul  debito totale di   100.000 miliardi di dollari contro un PIL mondiale di circa  74.000 miliardi di dollari!!!)



E' il debito che deve essere eliminato .E con esso gli interessi passivi  contratti.
 Oggi tutto il mondo, tutta la finanza e l'economia sono strutturate come uno  schema piramidale,  la cui  sopravvivenza è legata all'indebitamento del prossimo.

L'euro, il WTO, il divorzio tra Banca d'Italia e Governo, la bolla immobiliare  in USA e la crisi dei mutui sub prime, sono semplicemente una serie scellerata  ed ininterrotta di "decisioni errate" che non ha eguali nella storia; sul fatto che poi queste decisioni sbagliate siano frutto di incompetenza o malafede.... io propenderei decisamente per la seconda ipotesi.  

 Il sistema bancario va completamente ripensato e la moneta deve poter essere  spesa in ragione delle necessità degli stati nazionali, senza indebitarsi con alcuno; la  politica fiscale dovrebbe svolgere un ruolo di drenaggio per quanto concerne  l'eccesso di moneta in circolazione rispetto alla produzione.
Ma temo che non potranno essere certi “economisti” al soldo del sistema del debito a realizzare questa rivoluzione.
Come scriveva Maurice Allais (unico Premio Nobel francese per l’Economia,che essendo critico verso la globalizzazione, fu intervistato solo due volte in cinquanta anni dalla TF francese):
" perchè le cause della crisi attuale che sono presentate al pubblico francese dagli esperti denotano una loro profonda incomprensione della realtà economica ? Si tratta solo di ignoranza ? E' possibile per un certo numero di esperti, ma non per tutti. Coloro che detengono il potere di
decisione vogliono lasciare al pubblico la scelta solo tra ascoltare degli ignoranti o dei propagandisti"

Facciamo un esempio tra tanti.

Alla Columbia a NY, una delle cinque top università per l'economia, uno dei top economisti è Fred Mishkin che è stato anche assieme a Greesnpan e Bernanke alla FED, quindi uno che conta. Mishkin è stato intervistato nel documentario "INSIDE JOB" sulla Crisi Finanziaria da Charles Ferguson, che lo ha imbarazzato chiedendogli perchè aveva ricevuto 200.000 dollari dalle banche dell'Islanda per scrivere un report in cui diceva che non c'erano rischi appena prima che tutto collassasse. Dopo questo documentario la facoltà di economia della Columbia ha deciso di far pubblicare le consulenze pagate esterne dei suoi professori.

 Questa è una lista parziale degli incarichi esterni di Mishkin:

Federal Reserve Bank of New York, Lexington Partners; Tudor Investment, Brevan
Howard, Goldman Sachs, UBS, Bank of Korea; BNP Paribas, Fidelity Investments,
Deutsche Bank,, Freeman and Co., Bank America, National Bureau of Economic
Research, FDIC, Interamerican Development Bank; 4 hedge funds, BTG Pactual,
Gavea Investimentos; Reserve Bank of Australia, Federal Reserve Bank of San
Francisco, Einaudi Institute, Bank of Italy; Swiss National Bank; Pension Real Estate
Association; Goodwin Proctor, Penn State University, Villanova University,
Shroeder’s Investment Management, Premiere, Inc, Muira Global, Bidvest, NRUCF,
BTG Asset Management, Futures Industry Association, ACLI, Handelsbanken,
National Business Travel Association, Urban Land Institute, Deloitte, CME Group;
Barclays Capiital, Treasury Mangement Association, International Monetary Fund;
Kairos Investments, Deloitte and Touche, Instituto para el Desarrollo Empreserial de
lat Argentina, Handelsbanken, Danske Capital, WIPRO, University of Calgary, Pictet
& Cie, Zurich Insurance Company, Central Bank of Chile ecc...

Se non si capisce questo,l’ABC del  mondo in cui si vive, non c’è trattato che valga la pena firmare, non c’è Europa per cui valga la pena lottare.


(Stefano Di Francesco)

http://ioamolitalia.it/blogs/vivere-senza-l-euro/critica-al-manifesto-di-paolo-savona-il-problema-e-il-debito-e-l-interesse-creato-dalle-banche.html


domenica 26 maggio 2013

STAMPARE DENARO PER USCIRE SUBITO DALLA CRISI


Da non credere ! Il Corriere della Sera pubblica il seguente articolo e viene, nientepopodimenoche, riportato dal Fatto Quotidiano: se iniziano a parlarne loro che è ora di ristrutturare il debito ed uscire dall'euro ( una delle opzioni riportate nell'articolo ) significa che siamo proprio arrivati alla frutta ( noi è da parecchio tempo che lo sosteniamo ).
Se iniziassero anche a scrivere che la sola via di salvezza è tornare a stampare moneta sovrana, emessa direttamente dallo Stato, probabilmente anche molte persone inizierebbero a porsi il problema.
Un popolo è veramente libero quando è proprietario della propria moneta.

(Claudio Marconi)

Il rapporto Istat -http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/22/poverta-istat-italiano-su-quattro-e-in-condizione-di-deprivazione-o-disagio-economico/602020/ 

appena uscito prefigura un crollo di civiltà: la percentuale di concittadini in stato di ‘grave deprivazione’ vola al 14,7. In soli sei anni il Pil pro capite è sceso dell’11,5%; nella graduatoria internazionale l’Italia passa dal 31° al 45° posto. Anche il futuro è stato ipotecato: calano infatti la ricchezza (-12%), gli investimenti pubblici (dal 4 al 2,9% del PIL), la capacità produttiva (-16% nell’industria), gli studenti universitari (-17%); crescono il debito pubblico, il debito estero netto (28% del PIL, sul quale l’Italia paga 12 mld. di interessi l’anno), i giovani senza lavoro (57% fra disoccupati e scoraggiati).
Perciò è essenziale a questo punto dire la verità.

La crisi non dipende dai nostri vizi storici, bensì – lo dicono i dati – da uno straordinario, diffuso timore di spendere i soldi. Per uscirne non è perciò necessario ‘cambiare gli italiani’ o la struttura economica: la depressione della domanda, notoriamente, si cura sostenendo la domanda.
Terapia tutt’altro che difficile: basta spendere soldi; e i soldi … si stampano.

Ma noi abbiamo consegnato le leve macroeconomiche all’Europa.
E i Trattati Europei – concepiti per combattere l’inflazione (l’eccesso di domanda) – offrono ai liberisti europei un inopinato potere di veto su tutto ciò che di significativo si potrebbe e si dovrebbe fare. Perciò resta il problema di fondo “noto e così riassumibile: l’Italia deve rimanere credibile sul terreno dei conti pubblici… Ma deve dare prova concreta di discontinuità in chiave pro crescita” (Guido Gentili).
Cioè: deve alimentare la spesa, ma non ha i soldi per farlo.

Per uscire dall’impasse ci sono tre strade.

 La prima è cambiare consensualmente le politiche economiche dell’Eurozona.
Non basta diluire l’austerità: occorre rovesciare le politiche economiche nel cuore dell’Europa.
Ma né i partiti né il governo, a parte lamentarsi, hanno ripreso ed avanzato nelle sedi europee le proposte degli economisti in questo senso:
La liquidità immessa nel sistema finanziario non passa all’economia reale?
La BCE distribuisca base monetaria ai governi, che la usino per aiutare i poveri e finanziare lavori pubblici nelle zone ad alta disoccupazione.
La BCE alzi il target di inflazione e favorisca una rapida crescita dei salari tedeschi: gli squilibri di competitività rientreranno, senza dolore per nessuno.
I paesi con più margini di manovra fiscale rilancino la domanda interna con il deficit spending: la depressione finirà.
In ogni caso, la Germania ha sempre risposto picche; e continuerà a farlo. Per indurla a trattare seriamente non basta il crollo dei fondamenti teorici dell’austerità, o l’evidenza empirica: bisogna cambiare i suoi incentivi politici.

La seconda possibile via d’uscita è lasciare l’Euro, e/o ristrutturare il debito. Bisognerà cominciare a parlarne: essa offre sicuri benefici (la fine della depressione), non è vero che il PIL cadrebbe del 30%; ma comporta anche rischi e costi elevati.

Ci sarebbe una terza via, percorribile su base nazionale, che è sfuggita all’attenzione mediatica, e che consentirebbe di uscire dalla crisi ‘a velocità giapponese’. 
Bisogna però essere disposti ad approfittare di un clamoroso vuoto della normativa europea.
E violare lo spirito, non la lettera, dei Trattati. Come ha fatto finora la Germania, scambiando la ‘cultura della stabilità’ con ‘la cultura della depressione’.
Eludere le regole senza lasciare l’Euro riaprirebbe anche il negoziato sull’Eurozona.
Per realizzare una simile strategia ci vuole però un quadro politico assai più propenso all’innovazione, desideroso di sfidare l’ortodossia liberista.
Capace di alzare la qualità della proposta, ed offrire all’Europa un nuovo paradigma, nel dimostrabile interesse anche del popolo tedesco. Si può fare. Perciò si deve fare.

(Questo articolo è uscito oggi sul Corriere della Sera con il titolo: “Contro la crisi, stampiamo denaro”.)

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/25/stampare-denaro-per-uscire-subito-dalla-crisi/605943/

http://www.frontediliberazionedaibanchieri.it/article-stampare-denaro-per-uscire-subito-dalla-crisi-118064630.html


IPHARRA FORLÌ - https://www.facebook.com/ipharraforli
da FREE YPUR MIND - https://www.facebook.com/groups/machno/


LE VERE CAUSE DELLA SVENDITA DEL MADE IN ITALY


Ci sarebbe poco da aggiungere a questo commentario ragionato sulla questione della "svendita all'estero" dell'industria italiana. Questione che, nei media italiani si tende ad affrontare continuando a dare la colpa alla eccessiva tassazione e dimenticando che essa è solo un corollario di una "verità" più ampia e, complessivamente, ben diversa.
Essa ha a che fare con il divorzio tesoro-Bankitalia, col legare il nostro cambio al marco (nelle varie forme partite con lo SME), con la competitività di prezzo regalata a concorrenti che "barano" e che addirittura additiamo a modello, con la assurda auto-preclusione della domanda estera, con una connessa debolezza della spesa pubblica, corrente e per investimenti: tutti elementi che hanno determinato la crisi da domanda in cui ora ci ritroviamo. Senza che i governanti lo vogliano riconoscere come tale e senza che, comunque, mostrino la benchè minima volontà di adottare i provvedimenti indispensabili per risolverla.

Le vere cause della svendita del “Made in Italy

Lo Stato colpevole, lo Stato che spreca, lo Stato che impedisce all’impresa di sopravvivere.
Il luogo comunismo imperversa anche sul web. Noi, nel nostro piccolo, ci dedichiamo a correggere le “lievi imprecisioni” che da troppe parti falsificano la storia economica del nostro paese.
Ci dedichiamo oggi ad un articolo di qualche tempo fa’. Partiamo dal pezzo: eccolo.
http://www.rischiocalcolato.it/2013/04/i-miracoli-delleuropa-unita-il-made-in-italy-in-mano-agli-stranieri-lelenco-completo.html

Prima di tutto suggeriamo di leggerlo completamente. Perché è molto utile: la prima parte, fatto salvo un passo non chiaro sulla politica, è sostanzialmente corretta, inoltre la tabella delle aziende italiane di proprietà straniera ci può aiutare a capire molte cose sui comportamenti ufficiali delle stesse imprese in questa crisi oramai divenuta di lungo corso.

Che il liberoscambismo europeo sia un male per il nostro paese (cfr. ad esempio - http://www.emilianobrancaccio.it/2012/11/30/dalla-crisi-della-moneta-unica-alla-critica-del-liberoscambismo-europeo-brevi-note-sulla-mmt/)
non lo diciamo solo noi, ma numerosi altri economisti di fama internazionale tra cui Dani Rodrik.
http://www.project-syndicate.org/commentary/the-return-of-mercantilism-by-dani-rodrik

Partire con il piglio giusto però non vuol dire, come in questo caso, giungere alle conclusioni corrette. Tutt’altro. Le parole: “mercato unico”, “libero mercato”, “adeguarsi all’Europa” possono risuonare dolci al lettore disattento ma, come sentenzia il famoso proverbio, il diavolo fa le pentole, non i coperchi.
Il perché di queste nostre rimostranze? E’ presto detto.
Innanzitutto per dovere di informazione: farla nel modo corretto, senza urlare, né sparando dati o numeri a caso, in momenti di crisi come quello in cui stiamo vivendo, risulta essere quanto mai di fondamentale importanza. Indispensabile è inoltre focalizzare bene il cosiddetto “colpevole” che si vorrebbe andare a smascherare. Cerchiamo quindi di fare chiarezza.
Sostanzialmente l’incipit del post linkato è corretto: non è difficile dimostrare come, nella realtà, numerose aziende italiane siano di fatto di proprietà estera. Altro che Made in Italy quindi direte voi!!
Calma, un passo per volta. Che ciò accada è purtroppo vero. Ma non dimentichiamoci di tutte quelle aziende che in Italia producono e mantengono viva l’occupazione ed il lustro dei nostri prodotti nel mondo. imprenditori e lavoratori encomiabili, che andrebbero premiati per il loro coraggio.
Ma, ritornando a noi, davvero vogliamo credere che la colpa di quanto accade in Italia sia solo ed esclusivamente dello Stato italiano? Davvero vogliamo credere che a far fuggire gli imprenditori siano state solo le tasse, i sindacati comunisti e la Costituzione sovietica?

Dichiarare che l’impresa in Italia è ostaggio dalla Costituzione, che ne farebbe il nemico pubblico numero uno, non è assolutamente corretto. http://orizzonte48.blogspot.it/2013/01/costituzioni-democratiche-e.htmlAffermando 
ciò, infatti, ci si pone in palese contrasto con quanto affermato nell’art.41 della nostra Carta:
L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”.
Vorremmo capire come questo articolo, ad esempio, ostacoli l’iniziativa privata e possa in qualche modo andare in contrasto con l’attività imprenditoriale, visto che la Costituzione definisce esplicitamente il ruolo “sociale” che essa deve avere: essere cioè fonte di lavoro, occupazione, reddito e quindi risparmio per i cittadini che si tramutano necessariamente, attenzione, in domanda per i beni delle imprese stesse. Dov’è quindi che la Costituzione uccide l’impresa? Perché mette dei paletti vincolandola ai “fini sociali”, che non sono nient’altro che i diritti al lavoro, al reddito dignitoso, alla sanità pubblica, alla previdenza, alla maternità dei cittadini e delle cittadine italiani/e?
O forse, come afferma Kalecky, essa è scomoda perché intralcia qualcos’altro?
http://orizzonte48.blogspot.it/2013/05/la-banca-centrale-linflazione-e-la.html 

La figura dell’imprenditore, come ben sapete, è disciplinata inoltre nel Codice civile all’art.2082. Imprenditore è colui che “esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi”.
Beni e servizi, non finanza quindi (sempre che non si voglia far rientrare nei servizi resi al pubblico l'attività di trading sui "nuovi" strumenti finanziari che le banche svolgono sostanzialmente "in proprio", sia operando direttamente come investitore-scommettitore, sia orientando, in conflitto di interessi, il risparmiatore che entra in rapporto con loro per "consulenze" di investimento).
Il Codice civile definisce la figura dell’imprenditore e non quella dell’impresa, ponendo in primo piano la persona che esercita l’impresa e non l’organizzazione, in quanto l’economia è fatta per le persone, non le persone per l’economia. E le persone hanno doveri, certo, ma pure dei diritti.
La libertà economica riconosciuta dalla Costituzione si differenzia dalle altre libertà fondamentali anch’esse previste nella Carta in quanto non può essere esercitata tenendo conto dei soli interessi dell’imprenditore, ma deve tenere conto anche degli interessi di quei soggetti su cui si possono riflettere le scelte aziendali. Bene.

Il problema principale quindi è: quando un’azienda chiude, de-localizza o viene acquistata da una multinazionale straniera (come sta accadendo ad esempio or ora in Italia - http://icebergfinanza.finanza.com/2013/05/14/italia-ventanni-dopo-linvasione-tedesca-continua/),
essa tiene conto degli interessi “estranei” all’imprenditore?
Non pare. Dimenticare quindi il ruolo che certe scelte politiche ed economiche hanno avuto sull’economia italiana, e sulle scelte imprenditoriali nazionali, in questi ultimi trent’anni è errore grave. Non scomodiamo di certo Francesco Carlucci, che nel suo “L’Italia in ristagno”, Franco Angeli 2008, ben fotografa l’errore cardine: l’entrata in un sistema di cambi fissi insostenibile per la nostra economia.
Che l’Euro sia per l’Italia una moneta sopravvalutata non è difficile da dimostrare: non credo servano molti esempi. Basterà per chi è già avvezzo, dare un rapido sguardo a due o tre cose :

- il saldo partite correnti italiano negativo dell’ultimo decennio  o  figura 2 linea blu;



- il tasso di cambio nominale euro/dollaro;



Cambio minimo: EUR 1 = USD 0,8252 il 26-10-2000 - 
Cambio massimo: EUR 1 = USD 1,5990 il 15-07-2008


- il CLUP italiano ( costo del lavoro per unità di prodotto) al confronto con i concorrenti (cfr. pagina 64 bollettino Bankitalia)
pagina non trovata,sostituiamo con questo grafico Italia-Germania (1) .


Il grafico riporta il clup in euro per ogni 1000 euro di prodotto.
Tra il 2002 e il 2007, il clup tedesco passa da 733  a 616 euro (-16%). Quello italiano da 540 a 590 (+8,6%)

Cosa ci dicono questi tre dati? Che la moneta unica ha chiuso i nostri mercati di sbocco, strozzando la domanda estera. Infatti, a fronte di un conto di parte corrente negativo, che avrebbe quindi dovuto dare luogo ad una progressiva svalutazione della divisa nazionale (meno richiesta dai mercati), il sistema Italia si ritrova con cambio nominale (verso gli Usa ad esempio) in costante rivalutazione verso “l’esterno” dell’Eurozona, ed un andamento dei prezzi interni in aumento al confronto con quelli dei propri partner commerciali (in EU i principali sono infatti Germania e Francia).
Un’enorme perdita di competitività quindi, sia all’interno dell’Eurozona (Clup), che all’esterno della stessa (Euro forte), che ha facilitato l’import ed ostacolato l’esportazione (deficit partite correnti), a danno delle imprese italiane e dell’occupazione nazionale.
C’è chi dice che senza l’Euro avremmo "fatto il botto"…ma, dopo aver visto questo terrificante grafico, possiamo davvero essere ancora sicuri di ciò?

Alla domanda estera stagnante, aggiungiamo quanto afferma Giarda nel suo famoso report sulla spesa pubblica : http://orizzonte48.blogspot.it/2013/03/osservatorio-pud-4-i-dipendenti.html

“Per un lungo periodo il peso degli interessi passivi sul totale della spesa è progressivamente aumentato, passando al 3,8% nel 1951 al 10,7% nel 1980, al 12,7% nel 1993. Si è gradualmente ridotto fino all’8,8% nel 2010. Nel corso del periodo in esame, si è drasticamente ridotto il peso delle componenti tradizionali dell’intervento pubblico, la fornitura di servizi pubblici, le spese per trasferimenti di sostegno alle famiglie e gli investimenti pubblici; complessivamente queste tre categorie di spesa assorbivano l’81,9% del totale nel 1951, il 59,8% nel 1980 e il 57% nel 2010.
La quota dei consumi pubblici nella spesa complessiva è scesa dal 54,4% nel 1951 e si è stabilizzata a partire dal 1980 nell’intorno del 41% del totale; la quota degli investimenti pubblici è scesa dal 15,4% del totale nel 1951 al 10,8% nel 1980 e al 6,8% nel 2010. I numerosi programmi di sostegno di individui, lavoratori e famiglie assorbivano il 12,1% del totale della spesa nel 1951, il 8,1% nel 1980 e il 8,8% nel 2010.”.
Cosa ci dicono questi dati? Che, oltre la domanda estera, manca anche quella pubblica.

Quest’ultima ha dovuto nell’ultimo trentennio far fronte ad un imprevisto di non poco conto: gli interessi.
Lo dice lo stesso Giarda: negli ultimi anni si sono letteralmente regalati, perché di elargizione a titolo gratuito si tratta, miliardi e miliardi di interessi alle banche- http://orizzonte48.blogspot.it/2013/05/costituzioni-banche-e-sovranita.html 
a cui lo Stato italiano si deve rivolgere, non potendo, prima a seguito del "divorzio", e poi da trattato UE-Maastricht, avere più Bankitalia come prestatore di ultima istanza, per ottenere la liquidità necessaria per le proprie spese.
Omettere questo dato di non poco conto, significa sostanzialmente fare informazione NON corretta. 80, 90, 100 miliardi trasferiti l’anno alle banche, private, quante manovre sono?
Quanti investimenti si possono fare con tutti quei soldi, nostri, per rimettere in moto i NOSTRI ospedali pubblici, le NOSTRE ferrovie, le NOSTRE scuole fatiscenti, la NOSTRA fibra ottica per aiutare le NOSTRE imprese.
Ecco, partiamo da qui. Partiamo dal fatto che 90 miliardi l’anno di soldi, NOSTRI, vanno alle banche tedesche, americane, francesi, italiane e non finiscono nelle nostre tasche sotto forma di servizi pubblici al cittadino, o domanda aggiuntiva per i beni ed i servizi delle NOSTRE imprese.
Tralasciando le enormità trasferite all’UE per i salvataggi dei paesi in difficoltà.
Pensiamoci bene quando parliamo di spesa pubblica da ridurre, come da troppe parti a sproposito si continua a fare, dato che lo Stato italiano da oltre vent’anni fa AVANZO PRIMARIO . http://it.wikipedia.org/wiki/Saldo_primario

Pensiamoci, e pensiamo a tutte le cose che si potrebbero mettere a posto ed a come la nostra economia ripartirebbe. Dire che la spesa pubblica italiana va ridotta perché strozza le imprese, è dire un’emerita stupidaggine se non si specificano le parole “per interessi”.
Perché? Perché Giarda il debito pubblico lo studia da 30 anni. E dire che lui non ci capisce nulla è cosa grave… da bocciatura all’esame di economia del primo anno.

Chiusa la doverosa digressione, ci chiediamo quindi: e se manca la domanda, gli investimenti in ottica futura, dal lato dell’imprenditore, si fanno oppure no? Domanda retorica.
Studi dimostrano che, a fronte di questi “intoppi” -  http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/bassa-domanda-e-declino-italiano/#.UaIcxdYtyKJ
accade che “In Italia anche l’andamento della formazione del capitale risulta più basso, per tutto il periodo considerato, rispetto alla Francia e alla media europea, mentre risulta superiore a quello della Germania per buona parte del periodo a partire dall’inizio del nuovo secolo, fino al 2009, evidente indizio che non conta solo il volume, ma anche la qualità degli investimenti. 
Con la crisi, dopo il 2007, questa variabile assume in Italia un andamento drammaticamente decrescente, molto più accentuato rispetto agli altri paesi. 
Il problema degli investimenti si presenta quindi particolarmente acuto nel nostro paese durante la crisi e l’effetto delle politiche di austerità è quello deprimere gli investimenti, cioè proprio una dei fattori essenziali su cui puntare per uscire dalla crisi.  
In conclusione i dati sembrano supportare l’ipotesi che una parte considerevole, anche se, a parere di chi scrive, non esaustiva, delle cause delle difficoltà attuali dell’Italia, anche in rapporto agli altri paesi europei, sono legate all’andamento della domanda aggregata
Ad esempio, è difficile negare che una scarsa dinamica della domanda domestica non abbia conseguenze molto negative per le micro imprese, che difficilmente, a differenza delle medie, possono essere orientate all’esportazione. Basti pensare che nella manifattura in Italia, secondo dati Eurostat, prima della crisi era impiegato nelle micro imprese (da 1 a 9 occupati) il 25% dell’occupazione totale del settore, mentre in Germania appena il 6% e in Francia il 12%
Inoltre in ciascuna micro-impresa in Italia sono impiegati in media 2,8 lavoratori. Ignorare questo aspetto significa entrare in una spirale recessiva da cui è onestamente difficile vedere l’uscita.”.

Aggiungiamoci inoltre un altro drammatico dato, il ristagno dei salari reali  : http://www.economiaepolitica.it/index.php/lavoro-e-sindacato/la-flessibilita-del-lavoro-e-la-crisi-delleconomia-italiana/#.UaIdPdYtyKJ  
L’accordo del luglio 1993 raggiunge il suo principale obiettivo ovvero la moderazione salariale, contribuendo così alla stagnazione dei salari a livello nazionale...
In seguito, sotto la pressione delle novità legislative introdotte nel mercato del lavoro, la flessibilità del lavoro, in particolare quella “in entrata”, è aumentata in modo consistente: il lavoro a termine, il lavoro a progetto e tutte le forme atipiche di lavoro sono esplose. Il processo è stato completato di recente con una legge del giugno 2012 che ha introdotto alcune forme di flessibilità del lavoro “in uscita”.
Tuttavia, la flessibilizzazione del mercato del lavoro non è stata accompagnata da un livello più elevato livello di spesa pubblica per la dimensione sociale, per l’occupazione e più in generale per le politiche del lavoro (come è spesso il caso nei paesi che hanno introdotto un cosiddetto modello di “flexicurity” come la Danimarca o la Svezia).
In realtà, si è verificato tutto il contrario poiché anche il salario indiretto (ovvero la spesa pubblica per le politiche sociali) è diminuito.
La disuguaglianza del reddito è aumentata e il potere d’acquisto dei lavoratori è diminuito.”.

Tutto ciò, ragionando per assurdo, avrebbe dovuto in qualche modo stimolare la competitività della nostra economia, ed invece: “Appare chiara una forte diminuzione del livello della domanda aggregata italiana causata da una diminuzione drammatica dei consumi che a sua volta è generata dalla sensibile riduzione della quota dei salari sul Pil, dalla marcata diminuzione del salario indiretto, vale a dire la spesa pubblica, in particolare nelle dimensioni sociali, dall’aumento della disuguaglianza e dalla pressione sul lavoro e sui salari causata da una forte flessibilità del lavoro e dalla conseguente creazione di posti di lavoro precari
Il calo della domanda aggregata è la causa principale della riduzione del PIL e, più generalmente, della recessione…
Le imprese, a causa dei costi del lavoro relativamente più bassi (garantiti appunto dalle pressioni della flessibilità), e delle protezioni di cui possono godere nel mercato dei beni, preferiscono una strategia di investimenti “labour intensive” piuttosto che una strategia di innovazione tecnologica (in contraddizione con quanto stabilito negli accordi di luglio del 1993)... 

L’analisi dei dati rivela che la dinamica di crescita delle principali componenti del PIL è sistematicamente al di sotto di quella dei principali partner (Francia e Germania).
In particolare, il contributo alla crescita del consumo - elemento cruciale della domanda aggregata - è pari solo allo 0,3% nell’ultimo decennio; il valore più basso tra quelli registrati dai paesi OCSE ed una delle peggiori performance dalla Seconda Guerra Mondiale in poi.
Una dinamica simile riguarda il contributo degli investimenti alla crescita e il contributo della spesa pubblica alla crescita.
La scarsa dinamica di crescita delle principali componenti del PIL può confermare la nostra ipotesi: il crollo della domanda è una conseguenza di un calo dei consumi e degli investimenti.
La dinamica delle esportazioni ha registrato una crescita cumulativa nel periodo 1990-2011 superiore rispetto alle altre componenti, ma ancora inferiore a quella di Francia e Germania. La politica economica negli ultimi 15-20 anni non ha sostenuto la domanda interna, e la competitività internazionale ha mirato solo a tagliare i costi del lavoro attraverso la flessibilità del lavoro e una pressione sui salari che ha portato alla loro stagnazione.
Alla fine, tuttavia, le esportazioni non erano più sufficienti per sostenere la domanda aggregata e mantenere una dinamica positiva del PIL; la produttività del lavoro non è cresciuta anche perché non si è investito.
 Nell’Unione Europea, Italia compresa, fino a prima della crisi del 2007-08, si è avuto un aumento di occupazione nel settore terziario, frammentato e disorganizzato, scarsamente motivato e poco retribuito. La conseguenza è stata la bassa produttività dell’economia europea, e di quella italiana in particolare.
Alla fine, l’unico dato parzialmente positivo, cioè il relativo aumento di occupazione, è stato negativamente compensato dall’andamento negativo della produttività, dalla riduzione della percentuale dei salari sul Pil, dalla riduzione del potere di acquisto dei lavoratori e dalla scarsa dinamica del Pil.
 La mancata crescita economica e l’attuale crisi hanno riportato l’occupazione sui bassi livelli iniziali, soprattutto in Italia.
I minori salari reali, hanno portato, un aumento dei profitti, i quali non si sono trasformati in maggiori investimenti. Il sistema economico non ha ottenuto effetti positivi in termini di produttività e crescita economica.”.

Ancora convinti che l’Italia non sia un paese per imprenditori a causa “dell’arretratezza culturale e dall’aspirazione a divenire dipendenti pubblici”?

Nel caso non foste ancora persuasi, Vi chiediamo: alla luce di quanto sopra affermato, e dovendo avere a che fare con concorrenti così, che praticano dumping salariale (qui alla Daimler, http://vocidallagermania.blogspot.it/2013/05/salari-da-fame-alla-daimler.html ,

ed i famosi minijobs teutonici salvati dal sussidio statale - http://www.huffingtonpost.it/2013/05/11/reddito-di-cittadinanza-in-germania-ha-reso-precari-75-milioni-di-lavoratori-ed-e-diventato-la-bengodi-degli-imprenditori_n_3258229.html) 

e dumping fiscale (i casi irlandesi per Apple - http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-05-21/uffici-irlanda-riunioni-cupertino-201620.shtml?uuid=AbY3NxxH  

ed inglesi della FIAT, http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-05-22/fiat-industrial-colpo-italia-125025.shtml?uuid=AbjHw8xH  
sono all’ordine del giorno,

per non parlare di quello, ben noto, tedesco
http://archiviostorico.corriere.it/2011/dicembre/04/Berger_fate_come_tedeschi_nel_co_9_111204017.shtml 

sommati a tutti i problemi di domanda estera ed interna, e di calo dei consumi causa salari reali stagnanti se non calanti, 

possiamo ancora dire che la colpa sia SOLO ed esclusivamente dello Stato e della Costituzione sovietica, oppure le svendite agli stranieri di aziende italiane, produttrici del Made in Italy, esaurite da una tassazione assurda, derivano piuttosto dall’assenza per lo Stato di un prestatore di ultima istanza e da una domanda aggregata in continuo calo, entrambe generate dai trattati di Maastricht e dalle direttive UE?
Per questi due motivi gli imprenditori italiani vendono agli stranieri: perché produrre in queste condizioni, con tasse sempre più alte, per ripagare via avanzi primari costanti il debito alle banche ed avendo a che fare con clienti senza soldi,  non ha senso!!!
Mettendoci dalla parte dell’imprenditore: che senso ha investire e produrre, se nessuno compra?
Tanto meglio vendere la propria attività alle multinazionali, almeno si ha un ritorno economico e si evitano numerosi problemi al fegato.

Chi non ricorda infine lo SME - http://it.wikipedia.org/wiki/SME_(azienda)  (in cui confluì l’Alivar - http://it.wikipedia.org/wiki/Alivar), l’azienda pubblica italiana “incubatore” del settore agricolo-alimentare italiano?
Provate a cerca in rete quante, delle aziende menzionate nella tabella dell’articolo, facevano parte di quel gruppo. Quando venne smembrato? Nel 1993
Vi ricorda qualcosa, come poi ha stimato la Corte dei conti, il lo “vuole l’Europa” ? - http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_centrale_controllo_amm_stato/2010/delibera_3_2010_g_relazione.pdf

Ecco, pure lo SME fu parte della svendita coatta che diede il via alla prima vera ondata di privatizzazioni italiane degli anni ’90.
Dare uno sguardo alla galassia IRI 1992 di pagina 21, figura 4, del documento della Corte dei Conti è istruttivo. E’ bello infatti notare quanti, dei gruppi indicati nella tabella dell’articolo da cui prendiamo le mosse, e inizialmente linkato, facevano al tempo parte dello SME o dello stesso Istituto per la Ricostruzione Industriale.
Ecco il motivo per cui furono privatizzate: per fare cassa, per tentare di rispettare i vincoli fiscali di deficit al 3% e debito pubblico al 60% del trattato di Maastricht, nella speranza di poter aderire definitivamente alla moneta unica negli stessi tempi degli altri partecipanti. Finendo, alla fin dei conti, in mano estera.
Vi ricordo, nel caso non fosse ancora chiaro, quanto si afferma in un bel documento Deutsche Bank: http://orizzonte48.blogspot.it/2013/02/the-deutsche-dutchbank-and-iperborean_8.html “

Il rinnovato concentrarsi sull'economia di mercato in seguito al declino del socialismo, ed i concomitanti stimoli delle istituzioni europee, hanno svolto un ruolo importante. Da un verso, la legislazione che richiedeva l'apertura dell’economia ai mercati ha comportato una notevole pressione sui vari governi per sciogliere i loro attuali monopoli… privatizzando attività e strutture pubbliche.
Dall’altro…i Paesi membri dell'UE hanno utilizzato le privatizzazioni per… migliorare la posizione dei loro bilanci pubblici nel periodo di poco precedente al lancio dell'Unione…e quindi… soddisfare i criteri di convergenza fiscale del Trattato di Maastricht.
I governi si sono focalizzati principalmente sulla cessione di partecipazioni delle imprese statali nei settori delle telecomunicazioni e della fornitura di energia…la maggior parte dei Paesi dell'UE hanno registrato le loro entrate più alte dalle privatizzazioni in questo periodo.”.

Eccolo il vero motivo che strozza l’impresa: il trattato di Maastricht!!
E’ questa la causa! Allora, che senso ha dire che la colpa è dello Stato, se non si capisce che il vero punto di partenza di un’analisi corretta deve essere la moneta unica ed i trattati di Maastricht e di Lisbona!?! http://orizzonte48.blogspot.it/2013/04/il-vincolo-esterno-la-decisione.html

Basta dare uno sguardo su Wikipedia e cercare il nome di una azienda delle tante citate, a caso: Avio, Fastweb, Buitoni, San Pellegrino, Parmalat, Carapelli, Standa,  Coin, Ducati   (in mano ad Audi, gruppo Volkswagen, Germania).
Segni particolari di queste aziende? Tutte italiane, pubbliche o private che fossero, tutte vendute agli stranieri, e tutte, caso strano, cedute negli anni del declino economico italiano iniziato negli anni ’80 e continuato fino ai giorni nostri.
Colpa dello Stato o colpa delle vicissitudini che lo Stato e l’economia italiana hanno dovuto subire in questo trentennio di adesione alla “zona del marco allargata”?
Dopo la lettura di questi due post, qual è per Voi, tra le due, la soluzione più plausibile?


http://orizzonte48.blogspot.it/2013/05/le-vere-cause-della-svendita-del-made.html


Adolfo Bottiglione - da NO EUROPA - https://www.facebook.com/groups/noeuropa/
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(1) -  nota Federazione Mov.Antieuro

sabato 25 maggio 2013

SALVIAMO L'EUROPA: SCIOGLIAMO L'EURO


Un articolo di tre economisti europei pubblicato da Bloomberg considera lo smantellamento dell'euro - o almeno l'uscita dei paesi più forti - non come la fine dell'Europa, ma al contrario come un modo per salvarla

Alla vigilia della guerra civile americana, Abraham Lincoln pronunciò la famosa frase "una casa divisa non può stare in piedi." 
Oggi, l'Unione Europea - impegnata da decenni alla ricerca di un' "unione sempre più stretta" - deve confrontarsi con una straziante verità. La massima di Lincoln deve essere letta al contrario.
Affinché l'UE possa sopravvivere, l'euro si deve sciogliere.

Tra il trattato di Roma del 1957 e l'Atto unico europeo, del 1986, i governi europei hanno portato avanti la più grande rivoluzione pacifica che il continente abbia mai visto nella sua lunga e travagliata storia. La creazione di una moneta unica europea avrebbe dovuto basarsi su questo notevole successo. Era supposta essere il successivo fondamentale passo verso una maggiore unità e prosperità. La crisi economica nell'Europa meridionale mostra che invece il regime dell'euro, almeno nella sua forma attuale, è  diventato una minaccia mortale per entrambi questi obiettivi.

Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e Cipro sono intrappolati nella recessione e non possono riconquistare la competitività svalutando le loro monete. Le economie del nord della zona euro hanno dovuto partecipare a ripetuti salvataggi mettendo da parte ogni principio di finanza prudente.
Un circolo vizioso di risentimento e populismo a sud e un rafforzamento del nazionalismo a nord stanno lacerando l'unione.
E la crisi non è ancora finita. La Francia, la seconda economia più grande d'Europa, sta sprofondando in una grave crisi economica. Come i paesi del sud, deve riguadagnare competitività, ma come loro, essendo parte del sistema dell'euro, manca dello strumento necessario. A causa delle sue dimensioni e per il ruolo guida che ha avuto nell'evoluzione dell'UE, la Francia (come sosteniamo nella parte 2 di questo articolo), sarà fondamentale per spezzare il circolo vizioso.

Gap di Competitività

Prima, però, che cosa è andato storto? La moneta unica europea si supponeva dovesse facilitare il funzionamento dell'economia europea. Con la fissazione del tasso di cambio nominale e l'eliminazione del rischio di cambio, l'euro avrebbe dovuto realizzare la convergenza tra le economie più forti e quelle più deboli dell'eurozona - il cosiddetto centro e periferia.
Il capitale sarebbe fluito dai paesi in surplus nei conti con l'estero  verso i paesi nella necessità di prendere in prestito, aumentando la produttività e la crescita.

La realtà è stata diversa. La moneta unica ha fissato - anzi, ha peggiorato - il divario di competitività causato dalle differenze nei tassi di inflazione e nei costi unitari del lavoro.
Gli squilibri esteri sono cresciuti. Nel 1999-2011, i costi unitari del lavoro (le retribuzioni per unità di prodotto) in Grecia, Spagna, Portogallo e Francia sono aumentati rispetto alla Germania dal 19 al 26 per cento.
Nei paesi meno competitivi, questo ha prodotto dei deficit delle partite correnti dal 2 al 10 per cento del prodotto interno lordo nel 2010, e un avanzo delle partite correnti in Germania del 6 per cento del PIL. Avendo escluso la possibilità di svalutare, questi squilibri possono essere affrontati solo in due modi – o con la "svalutazione interna" o attraverso trasferimenti transfrontalieri.

Svalutazione interna significa che i paesi in deficit cercano di riguadagnare competitività attraverso la riduzione della spesa pubblica e l'aumento della pressione fiscale, che sperano possa abbassare i prezzi e i salari in crescita. L'effetto a breve termine sarà quello di indebolire la domanda interna.
A meno che non vi sia una compensazione derivante dall'aumento della domanda estera - con i paesi in surplus, in particolare la Germania, che intraprendono una politica di stimolo che aumenti un po' l'inflazione - un' "austerità" di questo tipo metterà a repentaglio la crescita economica e, quindi, le finanze pubbliche dei paesi in deficit.
Tuttavia, non vi è alcuna prospettiva che la Germania - insieme agli altri paesi economicamente simili nella zona nord dell'euro - possa accettare di attuare un tale stimolo, in quanto ciò sarebbe in contrasto con la sua cultura politica ed economica. Ciò farà aumentare i dubbi sulla sostenibilità finanziaria del debito pubblico dei paesi in deficit e sulla sostenibilità politica delle loro politiche di svalutazione interna.


L' esempio della Lettonia

La Lettonia e l'Islanda dimostrano come possono essere pesanti i costi economici e sociali della svalutazione interna, rispetto ai costi di una svalutazione esterna, o del cambio. Dal 2008 al 2010, il PIL in Islanda è diminuito solo della metà (svalutazione esterna) di quanto è diminuito in Lettonia (svalutazione interna).
L'occupazione è scesa del 5 per cento in Islanda contro il 17 per cento in Lettonia. I sostenitori dell'euro possono anche dire che la svalutazione interna sta cominciando a funzionare - nei paesi in crisi dell'eurozona come la Grecia i salari reali hanno iniziato a diminuire rapidamente e le riforme strutturali hanno cominciato ad aumentare la produttività. Tuttavia, non è chiaro se la tolleranza politica della Lettonia per il collasso della produzione, dell'occupazione e dei redditi può essere riprodotta anche altrove.

L'alternativa principale sono i trasferimenti. I paesi in deficit possono attutire la loro contrazione con dei trasferimenti dai paesi in surplus, invece che con la svalutazione interna. Il problema è che tali trasferimenti non saranno più indolori.
Prima del 2008, essi hanno assunto la forma di prestiti privati transfrontalieri ai governi e alle banche, che in molti casi hanno preso in prestito i soldi offrendo immobili come garanzia. Da quando nel 2008 è scoppiata la bolla del credito, questi flussi finanziari privati sono stati sostituiti da trasferimenti dai bilanci statali, che hanno fatto lievitare i deficit di bilancio e le passività implicite dei Paesi periferici nel sistema dei pagamenti della Banca Centrale Europea (noto come Target2). Senza i trasferimenti dalla Germania e dagli altri paesi del nord, la posizione fiscale di molte economie non competitive della zona euro è diventata insostenibile.
Tali trasferimenti proverranno dal denaro dei contribuenti - fornito sia direttamente attraverso il Meccanismo Europeo di Stabilità, sia  indirettamente attraverso le banche dei paesi creditori.
(Nel caso che le banche creditrici dovessero accettare qualche forma di ristrutturazione del debito sovrano, le banche dovranno essere ricapitalizzate con denaro fornito dai contribuenti nei paesi di origine.)

Questa prospettiva è dinamite politica. Quindi tali trasferimenti sono subordinati a una rigorosa disciplina di bilancio e alle riforme strutturali. Nonostante le rigide condizionalità, i contribuenti / elettori nei paesi creditori come la Germania potrebbero non adattarsi mai all'idea, creando il rischio di una reazione anti-europea. Una reazione del genere diventerebbe una certezza nel caso fin troppo probabile che le regole venissero trasgredite o messe da parte.


Stampare Moneta

Molti governi dei paesi debitori preferirebbero avere dei trasferimenti sotto forma di denaro stampato dalla BCE - con minori, eventuali, limiti.
I funzionari francesi l'hanno detto esplicitamente. Ma il meglio che possono sperare sono gli acquisti di titoli di Stato a breve termine da parte della BCE (note come outright monetary transactions- OMT). Se dovessero essere attuati, questi saranno soggetti alle stesse rigide condizioni fiscali applicate ai trasferimenti dal MES.
Quindi, le prospettive per i Paesi debitori della zona euro sono di un inasprimento fiscale implacabile e di anni di domanda carente. Ciò si tradurrà in una contrazione o, nella migliore delle ipotesi, una stagnazione della produzione e degli standard di vita.
Nel frattempo, sta crescendo il sentimento anti-UE e in particolare anti-tedesco  – come dimostrano le scene per le strade di Nicosia dopo la crisi di Cipro.
Gli Stati Uniti d'Europa potrebbero salvare la situazione?
Alcuni tra i primi fautori dell'euro hanno riconosciuto alla fine degli anni '90 che il progetto comportava che "l'economia doveva guidare la politica."
Essi vedevano la moneta unica come un modo per mettere il continente su un percorso irreversibile verso una piena unione politica - un obiettivo che gli elettori europei avrebbero rifiutato se gli fosse stato chiesto in maniera diretta.

Una maggiore mobilità del lavoro potrebbe essere uno degli elementi di questa unione. Si potrebbero immaginare le popolazioni dei paesi depressi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l'Italia, emigrare verso i paesi ricchi come la Germania e la Finlandia.
In questo scenario, interi paesi potrebbero finire per somigliare a delle spopolate regioni rurali - come quelle regioni della Francia, negli anni del dopoguerra, che i giovani ben istruiti abbandonavano in massa spostandosi verso le città e lasciando dietro di sé una popolazione invecchiata, pesantemente dipendente dalle assicurazioni sociali.
Le barriere linguistiche e culturali rendono comunque improbabile questa forma di aggiustamento economico.

Invece, gli appassionati dell'euro puntano le loro speranze su una unione fiscale.
I trasferimenti dovrebbero prendere il posto delle migrazioni - e un nuovo quadro di responsabilità politica dovrebbe prevenire gli abusi (il cosiddetto problema del free-rider) e gestire le tensioni.
Purtroppo, anche se questo sarebbe possibile, le divergenze di competitività rimarrebbero.

Consideriamo i casi della Germania orientale e del sud Italia. Nella riunificazione tedesca del 1990, i salari della ex Germania orientale sono stati convertiti in marchi tedeschi 1-a-1, abbattendo in un colpo solo la competitività della Germania orientale.


Trasferimenti tedeschi

In ciascuno degli anni seguenti la riunificazione, la Germania orientale ha ricevuto trasferimenti per il 4 per cento del PIL tedesco.
Eppure la convergenza non c'è stata - persone giovani e istruite continuano a migrare verso la Germania occidentale. Nemmeno nel Sud Italia c'è stata convergenza, nonostante decenni di trasferimenti.
La disoccupazione è il doppio di quella del Nord Italia, e il PIL privato pro capite è meno della metà.
E poi c'è la politica. I paesi non competitivi dell'eurozona non possono sperare di ricevere trasferimenti del valore del 25 per cento del loro PIL ogni anno, come la Germania orientale, o anche del 16 per cento del PIL, come nel sud Italia.

Qualcosa deve cedere - e dovrà essere il sistema dell'euro.
Per preservare l'Unione europea, l'Unione monetaria deve essere smantellata.
Il parallelo storico fin troppo rilevante è la difesa del gold standard nel periodo tra le due guerre, che arrivò quasi a distruggere la democrazia in tutto il mondo.
Un solo paese può plausibilmente prendere l'iniziativa a favore di una divisione controllata del sistema dell'euro per mezzo di un'uscita comune e concordata dei paesi più competitivi. Questo paese è la Francia.
Ancora una volta, come avremo modo di spiegare nella parte 2, il destino dell'Europa è nelle mani delle élite francesi. In linea con le sue migliori tradizioni politiche della "Fraternité", la Francia dovrebbe promuovere una nuova strategia nel segno non del nazionalismo, ma di una solidarietà europea.

Una divisione del sistema dell'euro sarebbe nel migliore interesse sia della Francia che dell'Europa, perché accelerebbe il ritorno alla crescita economica dell'UE - l'unica sicura garanzia di stabilità e unità europea.


(di Brigitte Granville, Hans-Olaf Henkel and Stefan Kawalec)
seguirà la seconda parte :La Francia deve farsi carico dello smantellamento dell’Euro


http://vocidallestero.blogspot.it/2013/05/salviamo-leuropa-sciogliamo-leuro.html?spref=fb


Ipharra Forlì - http://www.frontediliberazionedaibanchieri.it/article-eliminare-l-euro-per-salvare-l-europa-dal-disastro-118045782.html - da DIGNITA' SOCIALE - https://www.facebook.com/groups/237079296371497/

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Brigitte Granville insegna Economia Internazionale e Politica economica alla School of Business and Management della Queen Mary University di Londra. 
Hans-Olaf Henkel è professore di international management alla University of Mannheim ed ex presidente della Federation of German Industries. 
Stefan Kawalec è chief executive officer di Capital Strategy ed ex vice vice ministro delle finanze in Polonia.

 Firmatari,insieme ai nostri Bagnai e Borghi del Manifesto di Solidarietà Europea
http://goofynomics.blogspot.it/2013/05/manifesto-di-solidarieta-europea.html


STAMPARE SOLDI – PER FARE COSA ?


Diventa sempre più chiaro all’opinione pubblica che emettere moneta è un potente meccanismo di stimolo dell’attività economica. Il Giappone si sta rilanciando stampando soldi, gli USA l’hanno fatto e continuano a farlo dall’inizio della crisi Lehman, l’area euro è nei guai perché servirebbe più moneta a Sud – ma non a Nord - e la moneta è la stessa, eccetera....

Non guasta però una riflessione in merito alla differenza negli effetti di queste azioni, a seconda dell’utilizzo che si fa della maggior quantità di moneta in circolazione.

Le banche centrali, in condizioni normali, regolano la quantità di moneta in circolazione tramite la manovra dei tassi d’interesse a breve termine.
Li alzano quando ci sono segnali di euforia, e la domanda aggregata tende a superare la capacità produttiva del sistema economico – il che non dà benefici per la produzione e l’occupazione, ma produce solo inflazione.
Li abbassano nella situazione contraria, quando la domanda è troppo fiacca.

Oggi buona parte delle economie occidentali si trova in situazione di carenza di domanda, su scala però particolarmente accentuata. Prima il fallimento Lehman ha lasciato il sistema finanziario carico di crediti inesigibili, poi è entrato in gravi difficoltà il sistema euro, soprattutto per effetto delle azioni di austerità con cui si è cercato (con diagnosi e metodi errati) di risolvere la crisi debitoria dei paesi meridionali.

C’è una diffusa situazione di “trappola della liquidità”: le banche centrali forniscono credito al sistema bancario a tassi prossimi allo zero, ma questo non è uno stimolo sufficiente perché consumatori e aziende hanno poca voglia, o possibilità, di spendere.

Non c’è incentivo a investire perché la domanda è bassa rispetto alla capacità produttiva esistente, e perché in mezza Europa le tasse sono state fortemente innalzate lasciando pochi soldi da spendere ai privati – il che ha ulteriormente depresso la domanda, creato nuove situazioni di insolvenza, deteriorato ancora di più la qualità creditizia dei clienti (attuali e potenziali) delle banche, eccetera.

La liquidità viene fornita dalle banche centrali al sistema finanziario, ma rimane quasi tutta “intrappolata”, cioè tesaurizzata dagli istituti senza alimentare nuovo credito e nuova domanda.

In questa situazione, le banche centrali di Regno Unito, USA e Giappone hanno adottato politiche “non convenzionali”, la più comune delle quali è il cosiddetto “quantitative easing” (QE).

Il QE (“facilitazione quantitativa”, ma si usa quasi sempre il termine inglese) consiste nell’acquistare, da parte delle banche centrali, ammontari prestabiliti di attività finanziarie a reddito fisso (titoli del Tesoro, obbligazioni societarie, mutui ipotecari ecc.). Questi acquisti hanno l’effetto di aumentare il prezzo delle attività finanziarie e quindi – data la relazione inversa tra prezzo e tassi – di far scendere i tassi d’interesse di mercato delle categorie di attività finanziarie oggetto di acquisto.

Il QE è in effetti concepito come un’estensione (per quanto “non convenzionale”) della normale politica di tasso d’interesse delle banche centrali. Se finanziare gli istituti di credito a tasso zero non è sufficiente a riavviare la domanda, mettiamo in mano soldi al mercato finanziario comprando attività finanziarie, alzandone il prezzo e riducendone i tassi impliciti.

Si capisce bene che questa politica entusiasma gli operatori di mercato finanziario, che ottengono liquidità e aumento di valore della “merce” che trattano.

Ma il problema da risolvere è un altro: la carenza di credito, di domanda e di produzione, in una fase di economia depressa e di disoccupazione elevata. A questi fini, quanto è utile il QE ?

La risposta è: molto poco. Se l’economia è in trappola della liquidità, non solo le banche ma tutti gli investitori finanziari hanno difficoltà ad espandere il credito e gli investimenti nell’economia reale, per gli stessi motivi: carenza di domanda e di capacità di spesa di consumatori e aziende, clima generale di sfiducia.
 Alzare il prezzo di mercato di un titolo obbligazionario fa molto piacere a chi lo possiede, ma lo incentiva ben poco a finanziare investimenti e consumi.

In una situazione di trappola della liquidità, occorrono politiche attive di sostegno della domanda: i soldi devono andare direttamente a chi li spende:

Ripristinando tagli di spesa sociale.
Sostenendo il reddito dei ceti sociali disagiati (che hanno per definizione una propensione – meglio, una necessità – di consumo molto alta).
Riducendo imposte regressive (esattamente il contrario di quanto è avvenuto in Italia da metà 2011 in poi).
Riducendo le imposte sui redditi da lavoro, sia per la parte che grava sui lavoratori, che per quella che incide sulle aziende (e così ottenendo un immediato recupero di competitività internazionale).

Altrimenti detto: non soldi alle banche e ai mercati finanziari, ma ai privati, alla spesa sociale e alle aziende.

E tutto questo, in situazione di domanda depressa e di inflazione molto bassa, può essere finanziato direttamente mediante emissione di nuova moneta.
Non ci sono rischi di inflazione finché la domanda e l’occupazione non sono ritornati a livelli normali, in linea con le capacità del sistema economico.

Tutto molto semplice: eppure si scontra contro un dogma radicatissimo nella mentalità degli ambienti finanziari e politici tradizionali, l’indipendenza delle banche centrali dal potere politico.
Dogma che prescrive che gli interventi di sostegno alla domanda (spesa o riduzione delle imposte) del sistema pubblico non debbano essere finanziati da emissione di moneta – la banca centrale deve agire solo tramite interventi sul mercato creditizio e finanziario.

Allo scopo, si dice, di prevenire interferenze e distorsioni rispetto ai vincoli di mandato della banca centrale. Ma essere indipendenti dal potere politico significa essere svincolati dal controllo democratico, che con tutti i suoi limiti è l’argine che evita a un centro di potere di diventare una tecnocrazia autoreferenziale.

La soluzione della crisi passa attraverso il superamento di questo dogma.
Che significa ridare allo Stato il potere di finanziare politiche attive di sostegno della domanda mediante emissione di moneta. Anche nell’ambito di Stati legati da un’unione monetaria – unico esempio mondiale, oggi, l’eurozona – dove gli Stati possono riacquistare autonomia monetaria mediante l’introduzione di strumenti monetari propri (vedi i Certificati di Credito Fiscale).

(Marco Cattaneo)


http://bastaconleurocrisi.blogspot.it/2013/05/stampare-soldi-per-fare-cosa.html

Marco Cattaneo - http://bastaconleurocrisi.blogspot.it/ 
da NO EUROPA - https://www.facebook.com/groups/noeuropa/

L SOGNO DELLE “PICCOLE PATRIE” FA TREMARE L’EUROPA DELLE BANCHE


Nuovo ordine mondiale, vuol dire un mondo, tra le tante altre aberranti cose, in cui sparisce lo Stato nazione per come oggi inteso e quasi universalmente riconosciuto; lo Stato, di qualsiasi forma esso sia, insieme all’ideologia ed alla religione, è un’entità scomoda per un sistema fatto dal dominio di grandi multinazionali e dall’annullamento di ogni sorta di tutela del welfare.

Spesso, infatti, ci si chiede: ma i politici comprendono che tutta questa crisi di cui sono parzialmente responsabili, rischia di far crollare le istituzioni?
La risposta, non del tutto errata, sta nel fatto che chi fa parte del palazzo, non ha cognizione di quello che accade fuori e se aggiungiamo anche una mediocrità intellettuale inquietante della nostra classe dirigente, allora in effetti si potrebbe ipotizzare che lo scollamento tra società civile e mondo politico sia dovuta a mancanza di lungimiranza.
Ma è solo questo? E’ da un po’ di tempo che avanza un sospetto: e se c’è una strategia precisa per scaricare le colpe tutte sullo Stato? Chi controlla lo Stato, potrebbe avere interesse a distruggerlo dall’interno?
Il sospetto nasce dal fatto che troppe sono le coincidenze per credere che la classe politica stia pagando solo sue negligenze; non sarebbe quindi un delitto pensare che far odiare lo Stato dai cittadini, sia una precisa strategia studiata a tavolino.

Il clima nelle capitali europee è teso, da Roma ad Atene, da Madrid a Parigi, c’è un’atmosfera di assedio latente ai vari parlamenti, che aumenterà nei prossimi mesi con l’avanzare della crisi; quello che ci si chiede è: se i governi sanno che con l’aumentare della povertà si rischia la destabilizzazione, come mai non corrono ai ripari e lasciano invece che tutto diventi sempre più nero?
Si sa come il primo passo per togliere gli Stati nazionali dalla scena, è la costituzione di squallide ed improponibili entità sovranazionali; l’Unione Europea, è un esempio lampante di unione di Stati che a lungo andare perdono sempre più sovranità ed i cui governi dicono apertamente che la perdita di tale sovranità è un bene, visto che con l’unione ci si guadagna.
Sembra che la strategia della crisi economica, oltre ad avvantaggiare la speculazione della finanza internazionale, sia stata concepita anche per mettere in sofferenza le credenziali dello Stato, per presentare ai cittadini una realtà in cui l’istituzione statale perda qualsiasi forma di onorabilità e, contestualmente, far passare come ancora di salvezza esclusivamente le formazioni extrastatali: in proporzione, è lo stesso ragionamento fatto da un imprenditore che, piazzato un prestanome a capo di un’azienda che viene appositamente messa in crisi, si presenta ai lavoratori o ai creditori come l’unico magnate in grado di salvare la situazione, guadagnando quindi la benevolenza generale.

Ma l’Europa non è un’aziendina e questo giochetto ha in realtà avuto un effetto collaterale non previsto, che rischia di far fallire lo scellerato progetto di colonizzazione del vecchio continente, ossia la rinascita dei regionalismi locali e la voglia di autodeterminazione di popoli che fino ad oggi, più o meno pacificamente, hanno convissuto dentro entità statali più grandi.

La stessa crescita di Alba Dorata in Grecia, è il frutto di una certa voglia di rivalsa di un piccolo Stato, come quello greco, nei confronti dei “giganti” che hanno portato Atene alla fame; ma il Paese europeo prossimo, di questo passo, alla frantumazione è la Spagna: tra catalani, baschi e galiziani, sono molte le entità regionali che pressano dai tempi di Franco per avere l’indipendenza e con la crisi di credibilità della Corona e delle istituzioni madrilene, Barcellona, Bilbao e Vigo sembrano voler fare sul serio.
In Catalogna, nei mesi scorsi, in alcuni comuni si sono ammainate le bandiere spagnole ed europee e nei municipi si sono formate comunità “libere” ed autogestite; così come, è andato in fibrillazione il mondo del calcio, “mes que un club” da queste parti, con i dirigenti del Barcellona preoccupati di chiede alla Uefa che, in caso di indipendenza catalana, la squadra blaugrana potesse comunque continuare a giocare nel campionato spagnolo, per non perdere il confronto diretto con il Real Madrid.
Ma se in Spagna rivendicazioni del genere non sono nuove, è in Italia il Paese dove crescono a vista d’occhio i movimenti indipendentisti in diverse regioni: in Veneto, cinque comuni hanno già approvato nel loro statuto la “legge referendaria” con la quale si vuol arrivare ad un referendum  indipendentista nel giro di pochi mesi e contemporaneamente avanza anche il partito “Indipendenza veneta”, presente anche in alcuni consigli comunali di città venete importanti.
In Lombardia si è avviata una petizione popolare per chiedere l’avvio del processo pacifico di indipendenza e, si badi bene, i promotori si dichiarano ben distanti dal progetto considerato “velleitario” della grande “Padania” di Umberto Bossi; in Friuli, una recente legge regionale ha imposto il bilinguismo italiano/friulano nelle province di Udine e Pordenone; in Sardegna, avanza la “Liga Sarda”, giunta anche negli scranni del consiglio regionale, il quale ha approvato qualche mese fa una mozione che impegna la giunta di Cagliari a prendere in esame l’avvio di un percorso indipendentista, oltre che, anche qui, all’istituzione del sardo come lingua ufficiale alternativa all’italiano.
In Sicilia, anche se, oltre al Mis, non esistono al momento organizzazioni radicate sul territorio, avanza comunque un senso di forte appartenenza all’isola; se si assiste ad una manifestazione sportiva in qualsiasi città siciliana, dagli spalti è completamente sparito il tricolore, a favore dello sventolio di bandiere giallorosse con la Trinacria; per rimanere in ambito sportivo, il dominatore del giro d’Italia, Vincenzo Nibali, messinese doc, sul podio alla fine di ogni tappa festeggia con la bandiera siciliana.
In tutta Italia in generale, la perdita di credibilità della classe politica, sta spingendo l’opinione pubblica a sentirsi sempre più radicata con il proprio territorio di origine ed appartenenza e sempre meno invece con uno stato, i cui cardini fondamentali della stessa unità, sono stati da tempo messi in discussione ed in cui le bandiere tricolori esposte nei vari comuni iniziano a diventare un peso.
Nel resto d’Europa, in Gran Bretagna il prossimo anno si terrà il referendum sull’indipendenza della Scozia, i cui sondaggi al momento accreditano un certo vantaggio a favore del distacco da Londra; in Belgio, anche le Fiandre spingono per una scissione de Bruxelles, così come cresce l’indipendentismo bretone e corso in Francia.

Il sempre maggior radicamento della popolazione sul territorio, è un “effetto non voluto” della nomenclatura europea, la quale sperava che con la crisi si potesse spazzare via ogni residuo di identità nazionale e si ritrova invece con tanti popoli che rivendicano l’autodeterminazione.
Potrebbe essere questo lo scenario futuro europeo: una serie di tanti Stati, piccoli sì, ma più radicati con i popoli e quindi sempre più espressione di una forte identità nazionale, da cui poter far ripartire il corso democratico interrotto con l’avvento della dittatura della finanza internazionale.
Del resto, tale tendenza non sembra essere soltanto europea: giusto qualche giorno fa, abbiamo raccontato l’indipendenza della piccola Repubblica aborigena di Murrawarri in Australia, che potrebbe spingere tanti altri piccoli territori ad autogestirsi ed a rivendicare il distacco dallo Stato di appartenenza.
Dunque, la volontà popolare sembra orientata, complessivamente, verso una maggiore identificazione con la propria terra, in risposta alle mire di un sistema senza Stati teorizzato e portato avanti dagli architetti del nuovo ordine mondiale.
La cultura, la storia, la lingua, sono elementi che identificano un individuo con l’angolo di pianeta in cui vive o in cui è nato: ogni tentativo di alienazione da tali elementi, subirà una reazione del tutto opposta da parte dell’individuo stesso

(Mauro Indelicato)

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